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L’Amor’te

Michele Renzullo

 

Sono passati dieci mesi. Ma quando chiudo gli occhi, è come fossi ancora bloccata in quell’istante, ansimante, a bocca aperta. Come se il tempo si fosse congelato in un’istantanea eterna. Dicono che da un dolore nasce sempre una speranza, dalla morte nasce sempre la vita  ̶  luminescenze, fuochi fatui animati dai gas della putredine.

         ***

          La sera del 17 giugno era il compleanno di Eleonora. Passo a prendere Anna verso le nove. Come al solito devo fare io da tassista. Ero a pezzi. Nonostante avessi fatto un bagno di un’ora, il calore dell’acqua non era riuscito a sciogliere completamente i grumi di stanchezza che mi pesavano sulle spalle e attorno alle caviglie dopo una settimana di lavoro. Ma ero contenta di uscire e, in fin dei conti, non mi dispiaceva sapere che le mie amiche potevano contare sulla mia indipendenza motorizzata.  Lascio Marco a rimuginare i suoi pensieri davanti alla televisione. Il locale era appena fuori Milano, dalle  parti di Varese. Un disco-pub grande, anonimo e carino (penso: come la maggior parte dei ragazzi). Per un’ora buona ci propinano musica italiana melodica, roba di Antonacci e Ramazzotti. Io e Anna prendiamo due birre, Luisa e Mara vanno alla ricerca del bagno. Pian piano cominciano ad arrivare anche le altre. Dopo mezz’ora il deejay si decide a mettere qualcosa di più ballabile: alterna latino-americano a pezzi dance commerciali. Luisa e Mara tornano e vanno in pista a dimenare le anche, mentre io e Anna ordiniamo un’altra birra. Abbiamo voglia di bere. Anna è stata appena mollata dal tipo. Ogni tanto ci scambiamo occhiate mute. Leggiamo nei nostri sguardi: pensiamo a divertirci, scrolliamoci di dosso questo mantello da martiri che gli uomini ci cuciono addosso e pensiamo a noi. Eleonora arriva alle undici. Raduniamo tutte ai divanetti. Siamo una decina. Ele toglie l’involto di carta a una grossa torta alla frutta e sfodera tre bottiglie di spumante. Io e Anna le consegniamo trionfanti il nostro regalo del suo venticinquesimo: un paio di manette leopardate e un completino perizoma e reggiseno

« Lo so che più che altro sembra un regalo per Andrea » le dico.

Andrea mi si para davanti con quella faccia da messicano e ci bacia sulle guance. Ele prosegue il suo rito di apertura regali: una maglietta Fiorucci, un cd degli U2, un libro di Lucarelli, una trousse per il trucco, una paio di infradito. Ele ringrazia tutte e affida una bottiglia  di spumante ad Andrea e ne esplode una lei. Brindiamo tutte  –  auguri Ele – grazie ragazze non dovevate – ancora baci e risate. Il gruppo comincia a smembrarsi e il momento di gloria di Eleonora sta per svanire. Io e Anna ci guardiamo e diciamo, beh andiamo a ballare?

Ogni tanto arrivano anche Luisa e Mara, facciamo circolo, mettiamo le borse per terra e disegniamo coreografie improvvisate con le braccia. Poi spariscono e penso che vanno a perlustrare il territorio, mentre io e Anna continuiamo a muoverci, ballare, bere e non ce ne frega niente di niente. Un tipo si avvicina e mi fa: « sei appena tornata dalla Jamaica? »

« Cosa? »

« Ho detto, sei appena tornata dalla Jamaica? » Ripete a voce più alta mentre mi indica le treccine ai capelli. Gli rispondo che no, stasera avevo voglia di un look un po’ più esotico. A questo punto mi aspetto un complimento, e il complimento infatti arriva, sto proprio bene in versione caraibica. Poi continuiamo a muoverci, seguiamo il ritmo delle percussioni e ogni tanto ci scambiamo un’occhiata.  A dire il vero è una triangolazione di occhiate. Io, Anna e lo sconosciuto. « A proposito, io mi chiamo Davide »

« Maria » ci stringiamo la mano. Davide mi chiede se mi va di bere qualcosa. Guardo un secondo Anna che mi fa un gesto con la mano vai vai. Andiamo al bar e Davide mi chiede cosa prendo.

« Tu cosa proponi? »

« Ti piace il mare o la montagna? »

« E cosa c’entra?.. Beh, il mare comunque »

« Un alexander» ordina Davide. Gli domando cosa avrebbe ordinato se avessi risposto la montagna. Qualcosa con la frutta, spiega, tipo un daiquiri alla fragola o un sex on the beach.  Ha due occhi blu molto belli. Penso che le serate come queste mi mancano. Mi mancano tanto davvero. E non è solo la gratificazione per essere corteggiate. È la libertà. Una serata senza Marco mi lascia libera di essere quello che voglio, reinventarmi completamente, non essere incastrata nel ruolo di sua ragazza, essere vista con i suoi occhi. Mi lascia avere la possibilità di scegliere: farmi offrire da bere, giocare, ballare, sedurre, ridere. Voglio scegliere di dire di no, dire di no a questo ragazzo. Leggergli negli occhi la voglia di portarmi a letto e poi dileguarmi, o lasciargli un numero di telefono sbagliato.

   Davide lavora in un’agenzia pubblicitaria. Mi parla del suo lavoro ma soprattutto mi fa un sacco di domande. Non riesco a finire le frasi che mi costringe a salti tra un discorso e l’altro. Lavoro, colleghi, amiche, compagni, scuola, vacanze, cartoline, foto, arte, infanzia, cartoni animati, gelato, genitori, nonna. È simpatico. Poi… non è che ci pensi propriamente, è solo un’immagine in sottofondo, dei flash, una voce che ogni tanto riaffiora tra  tra la musica liquida della disco. Marco. I suoi dialoghi a monosillabi. Le sue domande che non arrivano. La sua curiosità perduta. Riposiziono i miei occhi in quelli di Davide: mi fa ridere.

Sono le due di notte. La gente comincia a uscire. Anche Ele, Luisa e le altre salutano e dicono che vanno. Buona notte ragazze  ̶  grazie ancora  ̶  a prestissimo. Anna mi guarda e mi dice che l’accompagna Mara a casa, tanto ci passa. Ma va, ma no, tanto adesso sto uscendo anch’io, ma non mi fa neanche finire la frase che mi sta già salutando con la manina in scia verso l’uscita.

« Pare che ti abbiano lasciato da sola le tue amiche »

« Già » rispondo e davvero non capisco se la cosa mi stia bene o no. Davide mi propone una pizzetta calda in un forno vicino, un quarto d’ora di macchina da qui. In effetti penso, non ho sonno, ho fame, e mi  piace parlare con questo ragazzo. Perché no?

«Perché no?»

Volevo prendere su la macchina ma Davide mi dice lascia, è inutile che prendiamo due macchine che poi mi devi seguire. Dopo ti riaccompagno al parcheggio e ti scorto fino all’imbocco dell’autostrada. È di un paese vicino Varese. Va bene. Ho voglia di lasciarmi guidare.

L’odore di pane appena sfornato mi invade le narici. Affondo i denti nella pasta calda e mi viene quasi da piangere per la perfezione di questo momento. Ho la testa leggera, lievemente euforica per quello che ho bevuto. La fame viene immediatamente ingigantita fino a esplodere come un palloncino, un secondo prima di addentare la pizzetta, e poi – pam!  ̶  l’odore e il sapore mi invadono, mi riempiono, mi scaldano lo stomaco. Fumo una sigaretta. E guardo Davide. Mi piace.

Ci rimettiamo in macchina e il dubbio, il bivio, il punto di domanda che cercavo di nascondere o rimandare si sta avvicinando sempre di più. Se ci prova? Penso a Marco. E guardo Davide. Mi dico quando e se lo farà, vedrò. Ma non ho la voglia o il coraggio o la volontà di forzare gli eventi, di sbarrargli la strada, di fare una scelta a priori. Davide fa un giro un po’ largo, passiamo attraverso un’altra strada per tornare al parcheggio. Attraversiamo una stradina in salita, buia e alberata. Penso che adesso è inevitabile. Davide si ferma e proverà a baciarmi e chissà dopo. Prosegue per un’altra stradina ancora più buia e svolta a sinistra. Si sente lo sfrigolare di foglie sotto le ruote della macchina. Si intravede una specie di cascina diroccata, ma è veramente buio pesto. Penso che ci abbia già portato altre ragazze da quelle parti, ma penso anche che non me ne frega niente. Davide ferma la macchina e spegne il motore. Ha parcheggiato vicino al muro della cascina.  Mi si rovesciano addosso in un istante gli ultimi scampoli della mia relazione con Marco: la noia, i malumori, gli occhi asciutti, il sesso meccanico, quello che non facciamo più, l’egoismo. Scene della mia vita che mi scorrono davanti agli occhi come stessi per morire. Guardo Davide e scopro che ho voglia di fare l’amore con lui. Forse per il suo essere così diverso dal mio ragazzo. Davide si avvicina. Mi da un bacio. Mi sto sciogliendo. Poi mi mette una mano sulla bocca. E stringe.
Non capisco. Penso che voglia giocare a fare un po’ l’irruento ma mi fa male.

« Davide, mi stai facendo ma… »

« Zitta troia! »

Mi si gela il sangue. La sua voce si è fatta dura, di gola. Continua a premermi la mano contro la bocca. Poi allunga le mani sotto il sedile. Prende un rotolo di scotch da pacchi.

« Ma che cazzo stai facendo? »

Mi afferra il mento con la sinistra. Cerco la maniglia della portiera ma Davide mi trattiene con le mani, stacca un pezzo di scotch e me lo appiccica a forza sulle labbra.

La portiera alla mia destra si apre. Sento una mano a tenaglia afferrarmi un braccio e scaraventarmi fuori dalla macchina. Poi altri passi sulle foglie. Davide scende dalla macchina. Cerco di divincolarmi, scalcio, tiro pugni, graffio. Riesco a correre ma dopo un metro mi prendono in due. Sferro un calcio, colpisco una tibia. È buio, non vedo niente, solo ombre di ombre. Sento quattro mani prendermi gambe e braccia. Metto tutta la forza che posso nei muscoli, ma sono prese di acciaio. Ringhio. Riesco a graffiare uno dei tipi. Le unghie mi si spezzano sotto la sua pelle. Mi trascinano a forza dentro la cascina. Mi dimeno. Inutilmente. Dentro si sente puzza di letame e catrame. Affondo nel nero. Non riesco a respirare, grido ma l’urlo mi muore tra le labbra. Dio aiutami. Non può essere, cazzo! Adesso arriva qualcuno, superman l’uomo-ragno rambo mio padre Marco e mi vengono a salvare. Mi vengono a portare via da quest’incubo di merda. Ho le lacrime agli occhi. Lotto. Cerco di scalciare con le gambe per raggiungere il terreno ma mi trascinano di peso. Riesco a graffiare ancora un altro pezzo di carne. Risponde un rantolo di cane. Mi arriva un pugno sul viso. Sento il caldo del sangue scorrermi sulla guancia. Si mischia alle lacrime. Arriva un’altra sagoma nera. Sono tre. Sento una lama. Due mi tengono gambe e braccia. L’altro si avvicina con il coltello e taglia i jeans, mi ferisce la gamba. Mi strappano la camicia, il reggiseno. Sono nuda. Mi bloccano le braccia dietro con lo scotch. Mi bloccano le gambe. Sento solo i loro sospiri animali, i loro grugniti bestiali, di uomini neri. Le lacrime esondano involontarie dagli occhi e smetto di lottare. Non mi muovo più. Più mi agito più mi faccio male, prendo ancora pugni e schiaffi. Non ho più forze. Non ho più niente. Non sono più niente. Sento le mani farsi strada dentro di me. A turno mi entrano dentro. Poi smettono. Penso che è finita. Mi mettono una maschera sulla faccia. Poi mi ficcano qualcosa intorno alle caviglie e ai polsi. Uno di loro dice arriva il capo. Non vedo più niente ora, con questa plastica sulla faccia che non mi fa respirare. Sento altri passi. È pronta capo! Sento nuove mani che mi afferrano. Il capo mi gira. Mi penetra dietro. Mi squarta come un animale da macello. E ricominciano. Tutti e quattro. Vanno avanti per tutta la notte. Non finisce mai. Questo è l’inferno. L’attesa della morte che non arriva a salvarti.

 

***

 

Una luce.

Chiara e ovattata. Richiudo gli occhi. Sento il mio nome. Maria. Anche il suono è ovattato come la luce. Riapro gli occhi. È la faccia di mia madre. Tutto è bianco. C’è anche Marco. Le lacrime cominciano a scorrermi sulla faccia. In silenzio. Colano giù come lava.

« Come stai? » sussurra mia madre.

Non voglio. Non voglio che stia qui. In questa stanza d’ospedale a condividere il mio dolore, la mia lacerazione, il mio ventre rotto. Mandatela via.

« È sotto sedativi» sento una voce maschile. Ha il camice bianco. Ha pochi capelli bianchi ai lati e gli occhiali. Sembra buono.

« È meglio se la lasciate riposare »

« Ciao amore » Marco si avvicina e mi da un bacio sulla fronte.

Poi mi contemplano tutti e due e i loro sguardi mi pesano addosso. Sono sguardi di ghisa. Mi fissano, mi commiserano e mi proiettano attraverso i loro occhi il motivo della mia presenza in ospedale. Sono inerme. Sono un corpo sbattuto dalle onde. Sono carne che si schianta contro gli scogli. Sono un morto a cui non è data neanche la pietà di una sepoltura. Sono un cadavere ai cui piedi soldati ridono e giocano a carte. Andate via. Lasciatemi sola. Magari pensano che farmi interrogare da una poliziotta donna possa essere più facile. E invece non lo è proprio per niente. Forse perché capisce, può intuire il mio dolore, e allora si è entrambe nude davanti alla disperazione del mondo e non c’è nessun velo che ci possa coprire. Non rimane neanche il pudore di tenersi la propria vergogna per sé. Bisogna mostrarla, valutarla, soppesarla. Bisogna scorticarsi ancora il petto e scuoiare ancora l’anima. Ogni volta. Ripeto come sono andati i fatti. Cerco di essere più lucida possibile ma le immagini mi si pasticciano dentro in un impasto scuro. Riesco a descrivere abbastanza bene Davide. Ma quelle due sagome che si sono materializzate dal niente rimangono solo ombre di ferro che mi squarciano a ripetizione. Dopo due giorni mi dimettono dall’ospedale. Torno a casa.

 

A casa Marco è dolce, tenero, torna per cena con take-away di cucine diverse o si improvvisa ai fornelli. Mi prepara tutte le sere un bagno caldo. Mi compra le sigarette. Affitta videocassette, compra dvd, musica che mi piace. Mi porta fiori, parla. Mi chiede come è andata la giornata. Alla notte non dormo. In quello stato di semicoscienza, si fa strada tra le pieghe del mio animo una sensazione che tento di rifuggire, ma si riavvolge su se stessa come una nebbia che svanisce e riappare da un’altra parte. Ho voluto tradire Marco. E questa è la mia punizione. Ho voluto tradire Marco perché le cose non andavano bene, perché era subentrata la noia, il menefreghismo, perché non facevamo più l’amore. Invece di lasciarlo o cercare di prendere la situazione di petto. Le attenzioni di Marco ora,sono lame che affondano quotidianamente nei miei sensi di colpa.

Mi danno il risultato del test dell’H.I.V. Negativo. Ma sono incinta. Sono contenta di essere sola. Ho preso due ore di permesso dal lavoro e poi sono ritornata in ufficio. Perché la gente non capisce? Devo gestire il mio dolore, e devo gestire l’esposizione del dolore nei confronti degli altri. Più sto da sola e più mi vengono a cercare, a chiedere se ho bisogno di aiuto, se voglio parlare, se voglio stare sola. Poi pensano che ricerco la solitudine per non dare seccature, e allora mi lasciano in pace, per un po’.  E poi c’è lo sguardo di mia madre; devo sopportare anche il peso del suo strazio. Vorrebbe darmi parole di conforto ma non sa come formularle, dove prenderle. Si sente vittima. Si sente madre di una figlia ammazzata. Vorrei solo normalità. Ma so che è impossibile. 

Una notte decido. Voglio tenere il bambino. Trovo la forza, la speranza, la luce. Penso che sia una legge del contrappasso positiva. Che sia l’unico antidoto alla violenza. La vita contro la morte. Penso che Marco possa aiutarmi. Penso che possa farmi superare i miei sensi di colpa. Lo sveglio. Lui si stropiccia gli occhi e accende la luce di fianco. Mi guarda. Mi dice che deve pensare, metabolizzare. Ne parliamo domani con calma.

La sera seguente ci troviamo a casa presto per cena. Lui mi dice che ci ha pensato. Va bene. Se senti che questo bambino deve venire al mondo lo accoglieremo. Sento una piccolo raggio di sole farsi strada dentro di me. E sento una leggera fitta al fianco, come una spina, c, una puntura che mi fa pensare a come ho potuto commettere un errore di valutazione così madornale nei suoi confronti. Penso a quando ero a un passo dal lasciarlo, a quando mi dicevo che era uno stronzo amorfo egoista.

Mi chiamano dall’ospedale. Il dottore è quello con la faccia da buono, l’espressione da pastore di montagna. Mi annuncia che deve darmi una buona notizia, forse una specie di miracolo. Dall’esame del DNA risulta che il figlio che sta aspettando è del suo ragazzo. Gli domando se è sicuro. Non può essere, io e il mio ragazzo non facevamo l’amore da mesi. Lui mi guarda con uno sguardo interrogativo. Niente niente grazie dottore. Vado via. Corro per il corridoio dell’ospedale, il soffitto mi cade addosso, sagome nere, esco fuori, scappo, l’asfalto mi sfugge da sotto i piedi, i palazzi vorticano, sagome nere, il ventre mi esplode, fuggo via ma non ho nessun posto dove andare. Sagome nere. Marco. Il capo. L’inferno è continuare a morire.

***

Sono passati dieci mesi. Quando chiudo gli occhi, è come fossi ancora bloccata in quell’istante, ansimante, a bocca aperta. Poi li riapro e vedo te. E penso alla tua vita, al tuo futuro, all’uomo che sarai. Sono svaniti i sensi di colpa ed è rimasto solo il miracolo di averti donato la vita. E penso che si può continuare anche a risorgere.

Qualche informazione su michelerenzullo

Sono nato a Milano nel ’76. Ho svolto diversi lavori, sia in Italia che all’estero. Dopo moltissimi anni in cui lavoro e passione sono sempre stati divisi, nel 2016 ho creato la prima accademia online di scrittura creativa con videolezioni. Insegno scrittura creativa tramite lo stesso portale e tengo corsi in aula a Barcellona. Ho pubblicato svariati racconti e 4 romanzi. “L’una di Ferragosto” ha avuto un buon riscontro tra i lettori con recensioni a 5 stelle. Ho curato l’antologia degli studenti “Dacci un taglio”, edita da Scatole Parlanti (AlterEgo). A gennaio verrà pubblicato il mio “Manuale completo di scrittura creativa”, presso la CSA editrice. Il mio blog raggiunge ca. 300 mila visite annuali, i followers dei Social Media sono ca. 15 mila. www.scritturacreativa.org https://www.instagram.com/scritturacreativa/

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