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La sera si avvicinava e il mare azzurro prendeva tutti i colori dell’oro. Faceva freddo, anche se era giugno inoltrato. La pelle si screpolava lasciando scie rosse che seccavano ancor di più la pelle. Le gole riarse di Ameera e Alia bruciavano come il fuoco. Lamenti e puzza le circondavano come un muro impenetrabile.

Alia non aveva ancora 15 anni e stava scappando dalla famiglia che voleva infibularla tardivamente.

Ameera 17 anni era la figlia di un capotribù, promessa sposa allo zio 30 anni più grande. Mentre aspettava le nozze il suo villaggio fu attaccato. La madre fu bruciata viva dopo essere stata violentata e il padre fu impalato nella piazza.

Si erano incontrate a metà viaggio mentre Alia si prostituiva per pagare il viaggio verso l’Europa, questi non contenti l’avevano venduta a dei mercanti che stavano percorrendo la via dei migranti.

Si conobbero di fronte al falò una sera vicino a Assamaka. I mercanti di vite non potevano avvicinarsi alle città sarebbero stati fucilati dalle autorità.

Si guardavano negli occhi. La paura era tangibile si poteva sentirne l’odore. Nessuna delle due aveva il coraggio di parlare.

Due sere dopo Ameera si sedette di fianco ad Alia e le pose la mano sopra le dita. Lei trasalì ma lasciò la mano nella stessa posizione. Quel calore la confortò, non seppe dire perché ma da quella sera aspettava con trepidazione il bivacco, e non solo per consumare l’unico pasto del giorno.

Parecchi giorni dopo Alia prese il coraggio a quattro mani e parlò.

“Come ti chiami?”

“Ameera.” Il sorriso corse fuori dalle sue labbra e contagiò Alia che spalancò gli occhi. Le stelle si riflettevano su quegli occhi enormi e neri. Ameera era estasiata, le sembrava che il cielo fosse arrivato in Terra e la stesse invitando a salire su di lui.

Un mercante se ne accorse e diede una gomitata al compagno di fianco esclamando volgarità e ridendo sguaiatamente. Le ragazze non ci badarono, non era permesso alzare gli occhi sui mercanti, altrimenti sarebbero state frustate.

Da quella sera in poi le ragazze si sedettero vicine, toccandosi appena le mani per confortarsi a vicenda.

Oltrepassato il confine del Niger con la Libia incontrarono un’oasi.

la carovana si fermò per approvvigionarsi d’acqua e alcuni violentarono due ragazzine compagne di sventura.

Avevano scampato la violenza per puro caso, il capo della carovana le aveva mandate a lavare dei panni.

In riva a un laghetto c’era un pontile in cemento coperto da alcuni alberi. Ameera condusse Alia sotto le fronde.

“Spogliati, ci facciamo un bagno e laviamo i vestiti.”

“E se ci vengono a cercare?” Chiese Alia timorosa.

“Non credo,avranno da fare per montare le tende. Forza.”

Alia si levò timidamente gli stracci che aveva indosso. Ameera la guardava con tenerezza, e levandosi anche lei la tunica sudicia, la aiutò a sciogliersi i capelli.

“Vieni li sistemo io.” Sciolse la treccia unta con dolcezza e le posò la capigliatura sulle spalle.

Si fermò guardandola e prendendole la mano entrarono in acqua.

L’acqua era fredda al contatto della pelle. I capezzoli si inturgidirono gonfiando i piccoli seni delle ragazze.

Alia sorrise ad Ameera che cominciò a lavarla.

Il bagno in quell’acqua lattiginosa divenne ben presto un atto d’amore lasciando le ragazze sopraffatte dall’emozione e dal piacere.

Nelle tribù di provenienza delle ragazze l’omosessualità non era punita ma nemmeno incoraggiata. Era un espediente per la crescita sessuale e divertimento per gli uomini.

Le ragazze diventarono inseparabili e il capo carovana se ne accorse.

Una mattina ordinò a due suoi uomini di portarle nella sua tenda.

“Ecco le mie bambine.” Disse con un sibilo. Aveva uno sguardo laido.

Le ragazze tenevano gli occhi bassi, il loro cuore batteva così forte nel petto che temevano che potesse saltar fuori da un momento all’altro.

“Hamad, spogliale.”

Le ragazze erano terrorizzate; si avvinghiarono l’una nelle braccia dell’altra.

Hamad strappò di dosso la tunica a Ameera che tentava di proteggere Alia. Inutilmente, le ragazze erano nude dopo pochi secondi.

Il capo prese la mano di Ameera e la ficcò con forza dentro la vulva di Alia che gridò per il dolore, cercando di divincolarsi dalla stretta di Hamad. Lacrime rigavano il viso di Ameera mentre cercava di non muovere le dita per non farle male. Il capo la trattenne con forza, lì dove la delicatezza della ragazza era ormai distrutta.

Hamad era eccitato visibilmente, il capo prese Ameera liberando finalmente dal dolore Alia e la spinse verso lo sgherro. Quello felice per l’inaspettato regalo la prese al volo sodomizzandola più volte. Il capo fece lo stesso con Alia.

Dopo parecchi minuti lasciarono le ragazze piangenti e sanguinanti sopra un tappeto sudicio. Chiamò le altre guardie e le fecero portare fuori dalla tenda. Le lasciarono semi svenute ai bordi di un pozzo dove alcune capre si stavano abbeverando.

Alcune ore dopo, il tramonto vide Ameera che lavava con cura e delicatezza i genitali di Alia. Il sangue le si era rappreso e le mosche pasteggiavano indisturbate.

Alia era in evidente stato di shock, Ameera la prese tra le braccia e la cullò per tutta la notte.

Erano le cinque del mattino quando una guardia le trascinò verso la carovana. Il viaggio riprendeva.

Passarono alcuni giorni e Alia si riprese, ma dentro di lei si era rotto qualcosa, non sorrideva più, non aveva più il cielo dentro gli occhi.

Ameera le teneva la mano e la accarezzava mentre camminavano lungo il deserto, ma lei non era più Alia.

Un’altra oasi si profilò all’orizzonte. La carovana si fermò per l’approvvigionamento dell’acqua e del cibo.

Mandarono le ragazze al lago per lavare i panni insieme ad altre ragazze più grandi. Quelle le canzonavano e le tiravano dei sassi. Si cercarono un posto lontano da loro e si sedettero a guardare l’acqua azzurra.

“Ameera, tu credi che in Europa potremo essere felici?”

Ameera era felice che Alia riprendesse a parlare.

“Si tesoro mio, in Europa noi saremo delle regine, tutti ci porteranno regali, cibo e acqua.”

Alia aveva il viso rigato di lacrime, l’amica la abbracciò forte. Amava quella bambina diventata donna troppo presto.

Alia le prese la mano, la condusse sopra il suo piccolo seno.

“No, non puoi, è troppo presto” Le disse con dolcezza. Alia l’abbracciò piena di gratitudine e cominciò a lavare i panni.

Al termine si alzarono, ma sotto le vesti per terra c’era un serpente a sonagli.

Ameera buttò sopra il serpente un panno e ci batté sopra fino a quando la bestia non diede più segni di vita.

Sollevò il panno con circospezione e constatò che il serpente era morto.

Le venne in mente l’insegnamento di sua nonna a proposito dei serpenti. Ricordò come togliergli il veleno e lo fece.

Impregnò un fazzoletto del veleno e se lo mise in tasca.

Doveva fare in fretta.

Arrivando all’accampamento c’era frenesia. Alcune auto governative si stavano avvicinando e dovevano sparire.

Ameera vide il capo impartire gli ordini, forse non poteva farcela, ma ci provò ugualmente.

Scese la spalla del vestito fino a scoprire un seno. Sull’altro braccio aveva i panni appena lavati, inciampando fortuitamente li fece cadere e scopri le cosce. Il capo se ne accorse e fece due passi verso di lei.

Ameera sorrise, quello la girò e sollevandole il vestito la sodomizzò. Le lacrime di Ameera ora sarebbero servite a qualcosa.

Alia guardò la scena raccapricciante piangendo e urlando, ma Ameera le sorrise sotto la maschera di quel dolore atroce.

Finalmente il capo finì e prese dalle mani di Ameera il fazzoletto che gli porgeva, se lo mise sulle labbra per asciugarsi la saliva che aveva sputato durante l’orgasmo. Poi se lo passò sul viso cotto dal sole.

Pochi minuti dopo il capo aveva la schiuma alla bocca e cadde morto stecchito. Ameera riprese furtivamente il fazzoletto e se lo mise in tasca.

Le guardie erano nel panico dopo la morte del loro capo. Non sarebbero riusciti a andare via prima dell’arrivo delle auto governative.

Scapparono alla rinfusa lasciando le tende e le schiave migranti al loro destino.

“Siamo salve” Disse Alia.

“Forse…”

Ameera non si fidava del governo, nel suo paese erano i peggiori delinquenti e si dovevano difendere soprattutto da loro.

Arrivarono le Jeep, non erano auto governative ma pattuglie di scafisti che perlustravano i limiti del deserto per andare incontro ai migranti che arrivavano per attraversare la Libia e prendere una carretta del mare per l’Europa.

Presero le ragazze, erano una decina in tutto.

“Noi siamo la vostra salvezza, solo se avete da pagare.”

“Non abbiamo nulla.” Disse una ragazza gravida.

“Dovrete rimanere qua allora, oppure per pagare il vostro viaggio lavorerete per noi in Europa.”

Le ragazze annuirono. L’importante era arrivare dall’altra parte dell’Africa.

Ripresero il viaggio, questa volta in macchina. Ci vollero dodici ore prima di arrivare alla costa del Mediterraneo.

Le imbarcarono in fretta affiancandole ad altri migranti uomini. Erano stipati in una scialuppa di salvataggio. Trenta persone in un gommone erano troppe.

Alia era felice, nonostante alcuni rivoli di sangue le colavano dalle labbra. Non avevano acqua, erano disidratate.

Erano passati quattro mesi dalla partenza dal loro villaggio ma finalmente stavano per arrivare. Il debito lo avrebbero pagato lavorando per quella organizzazione. L’importante era arrivare.

Ventisette ore dopo, il mare in bonaccia e il sole che arrostiva la pelle. Alcune ragazze erano state buttate fuori bordo dopo la loro morte. La paura di Alia e Ameera si stava facendo via via più profonda.

Una sirena le scosse.

“Si avvicina una nave.” Disse Alia con un filo di voce.

Ameera la strinse più forte. La guardò dritto negli occhi.

“Siamo salve.” le disse con tenerezza.

Alia si abbandonò tra le braccia di Ameera con un sorriso. La vita scivolò via con un soffio mentre la salvezza era a portata di mano.

Ameera continuò ad abbracciare forte quella piccola donna coraggiosa mettendosi un fazzoletto in bocca. Lo stesso fazzoletto con il veleno del serpente.

Dalla nave dovettero mandare tre marinai per sciogliere quell’abbraccio infinito che avrebbe legato le due ragazze per sempre.

 

Qualche informazione su RitaPinna

Mamma, blogger e imprenditrice mi piace catturare le immagini della natura e scrivere fantasy. Adopero il cucinare come metodo di meditazione e rilassamento. la mia fantasia va oltre ogni immaginazione e la innaffio con tanto buon caffè.

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