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                    L’addio

La domenica pomeriggio l’unico rumore era quello di poche auto in lontananza e delle cicale nell’erba. In giardino le sdraio erano tutte all’ombra e i teli asciugavano al sole svolazzando come bandiere variopinte. Un bikini rosso era caduto per terra e sembrava una specie di macchia.

 L’acqua della grande vasca era ferma e azzurra: ogni tanto un insetto si poggiava sui bordi e rimaneva imprigionato lì, con le ali bagnate, senza più la forza per volare via.

La suoneria del cellulare ruppe il silenzio e il messaggio sullo schermo la tranquillità apparente che si trascinava da mesi.

La casa prese ad animarsi, un mazzo di chiavi cadde su un vassoio di ceramica scura sul cassettone e dall’esterno arrivò il suono di un’auto sul vialetto: la ghiaia bollente saltava via a contatto con le ruote finché il motore non si spense.

Davanti alla porta le valigie erano già pronte, alcuni trolley riempiti di abiti ripiegati con cura e di ricordi già un po’ sbiaditi: per giorni ci avevano girato intorno facendo finta di non vederli, come ostacoli invisibili.

Quello che c’era da dire era stato detto: offese, insulti, scuse, recriminazioni, rimpianti, promesse. Le liti furibonde ormai erano come un fuoco che era divampato violento, ma poi si era spento da sé, senza più energie.

“Io vado,” disse lei, dando un ultimo sguardo al giardino e facendo un movimento brusco come per abbracciarlo, ma tutto senza una vera intenzione e quindi il gesto era rimasto lì come sospeso nell’aria.

“Ciao”, dice lui. “E ricordati di cambiare sempre il costume dopo aver fatto il bagno.”

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