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E’ un periodo davvero molto bello per me dal punto di vista delle letture, perché finalmente sto riuscendo a ritrovare il piacere di immergermi nei libri grazie al fatto di avere a disposizione una nuova casetta tutta mia con un comodo divano sul quale potermi accasciare e leggere nei lunghi pomeriggi liberi.

Ho letto Il Sole Nudo, la cui recensione è già pronta, e tolte alcune letture di lavoro mi butterò su American Gods di Neil Gaiman.

C’è però una piccola opinione libresca che devo per forza buttare su carta prima di continuare con altro: ho finalmente terminato la Trilogia dell’area X, della quale avevo già parlato attraverso una recensione di Annientamento, il suo primo capitolo.

Al termine della lettura dell’intera saga, un thriller fantascientifico con venature metafisiche, devo dire che sono rimasto un po’ deluso e freddo rispetto a questi libri, diventati dei piccoli cult fra gli appassionati di weird tales come me: mi aspettavo molta più analisi filosofica, cosa che ho trovato solo in superficie, e soprattutto, dall’altra parte, ho provato poca emozione (anche se alcuni personaggi sono davvero interessanti e toccanti).

Quello che non mi è piaciuto della trilogia è sostanzialmente che la buona idea di raccontare il rapporto del genere umano con un’area contaminata da organismi alieni che si espande e rischia di inglobare l’intero pianeta venga di fatto trattata come una gigantesca spy story dalle venature introspettive, spengendo un po’ la tensione sul lato weird. Tento di spiegarmi: l’idea è buona, ma l’autore ha scelto di raccontarla con uno stile talmente asciutto e poco partecipato rispetto ad altri scrittori del genere (mi viene in mente il nome di Michael Chricton, indimenticato autore di Jurassic Park e Timeline), mettendo oltretutto l’attenzione su noiosi connotati da Guerra Fredda con fazioni dei servizi segreti che si combattono senza pietà per il controllo dell’Area X, trascurando totalmente dei personaggi secondo me interessanti.

Annientamento, rispetto agli altri due romanzi (Autorità e Accettazione) era di fatto una sorta di prologo dallo stile molto spento concentrato totalmente sull’aspetto mistery della vicenda. Negli altri due romanzi la questione si complica un po’, inserendo un coprotagonista molto bello (una spia che noi conosciamo solo attraverso l’intrigante nome in codice di Controllo) e facendo della Biologa, la protagonista dell’intera saga, un personaggio ambiguo, distaccato, dall’umanità ormai comptomessa e, per questo, sfizioso.

Il rapporto fra questi due personaggi, una sorta di storia d’amore disfuzionale, è interessante, ma Vandermeer punta più a costruire un thriller nel quale si intrecciano costantemente faide familiari e politiche e complotti, e tutto l’aspetto horror-drammatico viene meno. Insomma, nella Trilogia dell’Area X non c’è emozione e non c’è neanche capcità di analizzare gli interessanti problemi filosofici che vuole porre: sviluppo umano vs distruzione del Pianeta, relativismo biologico, critica dell’antropocentrismo. Tutti concetti interessanti, ma trattati in modo già visto e, per questo, poco convincente.

Attenzione, ciò non vuol dire che sia un brutto prodotto di narrativa: merita di essere letto e senza dubbio ha una costruzione sapiente da parte del suo autore, che tuttavia, in seicento pagine di libro, non riesce mai, veramente, a sorprendere.

E questo, per un thriller di fantascienza che vorrebbe fare del mistero il suo cavallo di battaglia, è secondo me gravino. Soprattutto perché le carte in tavola per realizzare un lavoro migliore c’erano, e soprattutto perché il weird sta vivendo una stagione molto florida.

Attendo i vostri pareri nel caso in cui lo leggiate, ovviamente 😉

 

Qualche informazione su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

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