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Qualche anno fa, casualmente, sono finita su un blog molto interessante in cui l’autrice pubblicava numerosi articoli di editing e tecniche di scrittura creativa (Gamberi fantasy). In particolare era una grande sostenitrice di una tecnica chiamata “Show, don’t tell” e non perdeva occasione per farne esempi o per sottolineare come sia mancante in numerosissimi autori italiani pubblicati oggi (li trovate tutti qui).

La regola dello “Show, don’t tell”, che si può tradurre con “Mostra, non raccontare”, consiste appunto nell’utilizzare immagini, scene e dialoghi per mostrare un determinato concetto, piuttosto che raccontarlo stile “riassuntivo delle elementari” – anche detto Infodump, in gergo.
Un esempio pratico.

Alessandro è un diciottenne gay che all’inizio del mio romanzo si fa qualche storia leggera e senza legami. Se avessi voluto “raccontare” questo, all’inizio del capitolo “Schola, scholae”, in cui lui compare per la prima volta, avrei potuto inserire un paragrafo del tipo: “Alessandro arrivò a scuola e ripensò al parrucchiere che si era fatto quell’estate, dopo avergli scroccato un taglio di capelli piuttosto bizzarro, che gli ricordava quello di Prince. Certo, non era andato fino in fondo, con lui, perché, tutto sommato, non gli interessava poi tanto” etc etc. Quando comincio a scrivere paragrafi di questo tipo, potrei andare avanti per ore, perché conosco bene i miei personaggi e ciò che pensano. Di solito, poi, li cancello quasi interamente perché risultano pesanti, pieni di dettagli non funzionali o che vorrei svelare più avanti nella storia (come ad esempio che Ale, in fondo, è un romanticone e per “andare fino in fondo” aspetta il grande amore).
Ho deciso invece di inserire un dialogo con la sua migliore amica Irene, che lo prende in giro per la sua pettinatura nuova e gli chiede dettagli sulla storia col parrucchiere. A mio avviso, così è più snello, inserisce più velocemente il lettore nella finzione letteraria, è più immediato e naturale.

I dialoghi sono solo uno degli strumenti per evitare il raccontato e utilizzare invece il mostrato, secondo me uno dei più semplici (e infatti li uso spesso). Attenzione: non dico che scrivere un dialogo è facile, anzi! Uno dei prossimi manuali che leggerò è proprio Dialoghi di Robert McKee, perché è facile, piuttosto, che i dialoghi vengano fuori finti e artificiosi. Ma per il mostrato sono utili.

Un altro strumento per utilizzare il mostrato sono le scene al posto degli aggettivi. Posso dire: “Alessandro era eccitato”, oppure posso mostrare nella scena come Ale faccia di tutto per portarsi a letto Pablo. Mostro, piuttosto che dire semplicemente.

Non avevo mai ragionato in questi termini prima di leggere gli articoli di Gamberetta, e all’epoca ero rimasta molto colpita. Ho cominciato a leggere libri notando sempre se l’autore tendeva a mostrare più che a raccontare o viceversa, ed è il motivo principale per cui ho abbandonato Il Signore degli Anelli al secondo capitolo: tutta quella tiritera di riassunto della storia passata dei vari popoli lunga cento pagine, come se fosse un libro di storia, mi ha profondamente annoiata.

Se avete letto il mio racconto “L’Impiantata”, pubblicato qui su Geeko, avrete notato che le spiegazioni, il racconto banale della situazione, è ridotto al minimo. Ho cercato di far emergere la realtà dei personaggi, le relazioni tra di loro e i vari ruoli da dialoghi, azioni e riflessioni. Con i racconti brevi è quasi più facile, a mio parere, evitare il raccontato e utilizzare soprattutto il mostrato.

Ad ogni modo, non sono una nazi del mostrato. Mi piace e lo trovo efficace, sia come lettrice che come autrice, ma apprezzo anche alcuni paragrafi di raccontato, se ben posizionati. Infatti l’Incipit di “Cronache da un anno italiano” è molto raccontato, più che mostrato.

Voi che ne pensate? Avete mai sentito parlare di questa tecnica? La utilizzate oppure no? Vi incuriosisce?

Qualche informazione su MargheritaPace

Margherita Pace nasce alla fine degli anni ‘80 e cresce nei dintorni di Roma. Scrittrice da quando ha imparato a scrivere, da una decina d’anni è anche medico ed espatriata. Sogna, un giorno, di riuscire a narrare le storie dell’emigrazione moderna, dei cervelli in fuga, dell’Africa che ha conosciuto e dei giovani che sopravvivono come possono (magari tutto nello stesso romanzo!). Nel frattempo si accontenta di sperimentare e affinarsi con brevi racconti.
Cronache da un anno italiano è il suo primo romanzo pubblicato.

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