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Quando atterri a Capodichino sorvoli il golfo; lo tagli in due andando verso est. Tutto il nostro viaggio è stato verso est. Di notte non si vede il colore del mare ma si percepisce l’ombra del Vesuvio che sorveglia la città. Sta lì e sembra ammonirti. Napoli è una stronza, ma occhio a trattarla male. Mi passano strani pensieri nella testa. Li tengo per me non voglio spaventare Ernesto.  Non aveva mai volato, per fortuna non abbiamo preso turbolenze. L’atterraggio non lo guarda, come la partenza. Riapre gli occhi solo quando l’hostess ci comunica che possiamo sganciare le cinture. Scendendo ho come l’impressione che voglia baciare l’asfalto della pista.

La notte è volata in un lampo e il jet-lag è quasi smaltito. Nella hall dell’albergo Ernesto mi aspetta radioso, come la giornata. Colazione nei vicoli del centro. Mi ha chiesto di fare una passeggiata. Deve essersi documentato, come sempre. Lo accompagno al mercato della Maddalena, dove sembra perfettamente a suo agio. Poi a Porta Nolana al mercato del pesce, dove beviamo un caffe fortissimo in una tazzina incandescente. E ancora risaliamo su da Piazza del Carmine, ormai un calderone di provenienze, dall’est estremo al sud del mondo. Ci sediamo in una pizzeria al limite dell’igiene minimo ma la pizza è come un cross di Beckham, un bacio.

Prima del match ritorniamo in albergo. Una doccia e poi il taxi. Non ha parlato della partita da quando siamo saliti in aereo. Era il mio regalo. Dopo esserci lasciati a Salto dodici mesi fa, avevo così tanto materiale da poter scrivere articoli per una decina d’anni, sulla storia del calcio, sulla tattica e sulle promesse uruguagie del prossimo quinquennio. Ma prima di tutto volli raccontare, senza romanzare, la storia di un uomo che ha fatto del calcio la propria vita. Gli articoli mi hanno permesso di entrare alla Gazzetta, ma soprattutto sono diventati un best-seller del settore, che presto diventerà un film. Una sola richiesta mi è stata fatta dal mio pozzo della fortuna, una sorta di anonimato o meglio. Nessun clamore mediatico che gli impedisse di gustarsi il calcio serenamente, gli ultimi anni della sua vita.

Ma gli dovevo ancora qualcosa. Oltre che il cinquanta percento di tutte le vendite e dei diritti del libro e del film, decisi di portarlo in Europa, in un tour negli stadi per le partite delle più grandi squadre. Eccoci quindi a Napoli, come prima tappa del viaggio di una vita, che finalmente trovava il culmine.

Ingresso e tribuna. Eccoci. Saluto il telecronista della piattaforma digitale che ha acquistato i diritti della Champions. Gli presento Ernesto e il collega sembra restare incantato alla sua presenza. Poi qualche gradino più sotto ecco lo sceicco proprietario del PSG e il produttore cinematografico presidente del Napoli. Le due squadre di Cavani, quella presente che l’ha ricoperto d’oro e quella del passato e chissà perché no, del futuro, che l’ha coccolato come un figlio della città. Indico a Ernesto chi sono quelle due persone, ma nel frattempo lo trovo come incantato dallo stadio.

Il San Paolo è uno stadio vecchio, tenuto male, rinnovato per Italia ’90 e poi lasciato alla malora. Ma nelle notti di Champions si trasforma in un catino sudamericano incutendo timore anche le più grandi squadre d’Europa. I tifosi sono come lui, come Ernesto. Hanno poche gioie dalla vita e il calcio gli scorre nelle vene mescolato al caffe. Infondo, un filosofo moderno coniò il detto, una magia di Maradona scioglie il sangue nelle vene. E qui il sangue da sciogliere è davvero tanto. Il prato è in perfette condizioni ma nulla rispetto al tavolo da biliardo del campo di Salto. Ed ecco le squadre che fanno il loro ingresso in campo. Sugli spalti gremiti, non c’è un posto libero. Saranno quasi settantamila spettatori. Tutti insieme iniziano a saltare e comunicare anche a pochi centimetri di distanza diventa quasi impossibile. E alla fine dell’inno c’è un boato che sembra preludere a un sisma. Poi ricomincia il canto, come sottofondo continuo di tutta la partita, non c’è un attimo di silenzio. Lo sentirò nelle orecchie anche domani. Come un mantra, “vinci per noi, torna campione”; “un giorno all’improvviso m’innamorai di te”.

L’arbitro, un gigante olandese fischia per il calcio d’inizio. Quelli del Napoli hanno fame di farsi conoscere, quelli del PSG hanno fame di soldi che non sono mai abbastanza; tranne uno che stasera siede in panca. La partita non si sblocca. Nonostante i numerosi tiri verso la porta, tra legni e punizioni insidiose. Ernesto prende appunti mentali, lo so, ormai lo conosco. Gli mancano i suoi fogli. Mi soffermo a guardarlo. Incantato. Lui del campo, io di quegli occhi grigi che non perdono un movimento di nessuno dei ventidue in campo. Gli osservo le mani, sembrano voler indicare ai calciatori come muoversi. Poi è lui a rivelarmi cosa pensa, senza però perdere di vista il prato.

“Il Napoli non riesce a far scorrere la palla sulla fascia. Dovrebbe coinvolgere di più il regista, quello con la cresta, come si chiama? Hamsik, giusto? Inizia ad avere una certa età e corre molto meno di quando è arrivato a Napoli, ma ha un tocco vellutato.”

Non poteva sbagliare.  

“Vedi con i laterali bloccati dai difensori francesi, dovrebbero far perno su di lui e far salire la squadra per poi smistare la palla sulle fasce solo quando si trovano sulla trequarti avversaria. Se fossi nell’allenatore farei entrare un altro centrale difensivo e imposterei la squadra sul 352.”

Allenatore sempre.

“E poi non capisco come mai quelli del PSG tengono Edinson in panca. Quel viziato di un brasiliano non fa che cadere a terra e tentare di dribblare Koulibaly. Ma stasera il senegalese è insuperabile. Edi potrebbe date verticalità alla squadra, infilarsi tra i difensori e portarsi la difesa a spasso e Neymar avrebbe lo spazio per andare a porta!”

Profetico.

Infatti nel secondo tempo, i due allenatori effettuano i cambi suggeriti. E la partita diventa epica. Non si segna ancora, ma il ritmo di gioco è vertiginoso, con cambi di campo repentini. Cavani dal vertice basso dell’area effettua un tiro a giro che si stampa sul viso del portiere del Napoli; sul capovolgimento di fronte Insigne servito da Hamsik invece realizza un goal annullato per un presunto fuorigioco. Poi attacca ancora il PSG e si conquista un rigore. Cavani prende la palla per tirarlo è stato lui ad essere atterrato da Albiol, ma Neymar gli dice qualcosa. L’uruguaiano gli lascia il pallone. E il brasiliano sbaglia.

Non so perché ma ho avuto l’impressione che il compagno di squadra abbia esultato, infondo è un ex partenopeo. Il Napoli si lancia a capofitto, con un lungo traversone del portiere, in contropiede. Ma Buffon devia il tiro in calcio d’angolo. L’arbitro guarda il cronometro. Dopo il corner fischierà la fine. E così entrambe le squadre portano un punto a casa. Zero a zero ma spettacolo puro al San Paolo.

Ernesto sorride.

“Che equilibrio. Il PSG aveva tecnica in eccesso ma poca voglia o poca serenità. Il Napoli invece c’ha messo la grinta giusta, peccato, con un regista d’esperienza ed una prima punta agile, come Edi, avrebbe potuto tirare di più in porta e di certo avrebbe vinto la partita.”

Ci incamminiamo verso l’uscita e incrociamo l’autobus del PSG che si ferma. Cavani abbraccia Ernesto. UN abbraccio lungo e silenzioso.

“Maestro come state? Vi presento il resto della squadra.” Scendono tutti, Buffon, Di Maria, Verratti. Tutti, tranne il brasiliano che sull’autobus resta solo con l’autista. Tutti attorniano Ernesto ed iniziano a fare domande. Da lontano vedo arrivare anche mister Ancellotti che stringe vigoroso la mano del mio amico e lo stesso fanno i napoletani, che si mettono in posa per un selfie. Mi dispiace Ernesto, non ho mantenuto la parola, domani sarai su tutti i social e tutti i giornali, con il tuo faccione stanco e la tua chioma bianca.

Mi avvicino dalle spalle e sussurro ad Ernesto che l’aspetto l’indomani mattina per la colazione con una sfogliatella di Attansio. Poi lascio ad Edinson l’indirizzo dell’albergo. Lui mi afferra per un braccio, mi porta in disparte e ancora con un buon italiano mi dice, “Aspetta devi firmarmi la copia di – La pelota e la gamba”.

Arrossisco e gli dico che deve firmarla Ernesto. È lui l’autore di tanta bellezza.

Mi lascio il San Paolo alle spalle. Il cuore è gonfio di gioia. Come un pallone pronto per essere calciato in rete.

Qualche informazione su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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