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– Voi siete un giornalista non sto a raccontarvi di Schiaffino e Ghiggia, di Cavani o Forlan. Ma qui nella Plata, giocano tutti e ognuno è un campione a modo suo e a qualunque età. Bastano quattro sassi o dei rami che fanno da pali e i ragazzetti oggi imitano Cavani e Suarez, ieri imitano Francescoli, Rubens Sosa; ci mettono la grinta di Montero e José Leandro Andrade.

– Cosa c’è nell’aria in questo piccolo stato che è in grado di sfornare così tanti campioni di un livello così elevato? Qual è il segreto che si cela sotto i vostri piedi, nei campetti di calcio?

– Il segreto? Non c’è segreto amico mio. Voi vi pensate che chissà cosa mangiamo o quali allenamenti facciamo. O che c’abbiamo qualche stregone? In realtà è solo voglia di emergere. Avete visto quanto è piccolo l’Uruguay? Il Brasile ci mangia a colazione e gli Argentini sono buffoni perché hanno avuto quella testa di cazzo di Maradona che con il pallone ci faceva l’amore e oggi anno Messi che non è da meno, speriamo che non si rovini come Diego. A noi piace l’Italia, che sembra sempre in crisi, dicono che gli mancano i campioni eppure dopo ogni mazzata e ogni batosta vincono qualcosa. Paolo Rossi era uno scommettitore e nell’82 ha infiammato il mundial di Spagna. Scoppia calciopoli e vincente il mondiale di Germania. Chissà che dopo il disastro Ventura non andate a vincere l’europeo. Però, qui, in America avete perso due finali. Pelè in Messico e gli errori di Baggio e Baresi in USA, sempre contro il Brasile.

– Ma mi dica, qual è la sua idea di calcio?

– Idea? Il calcio di oggi, i giovani europei, lo giocano come se fossero in un videogioco. La fantasia dei brasiliani e tutti i tocchetti di Cristiano Ronaldo sarebbero spazzati via da un tackle di Gambetta. Il calcio totale degli olandesi era bello da vedere, quello si, come il Sarrismo.  Il catenaccio di Trapattoni mi annoia a dire il vero. Mi piace la libertà, la tecnica non sfrontata.

Che gli devo dire a questo? Ancora non mi ha detto come mi ha trovato. È venuto qui, credevo di cavarmela con cinque minuti e stiamo parlando già da un’ora. E il moncherino mi prude. Mia moglie si starà chiedendo dove sono e mi starà cercando al campetto dell’oratorio. Cazzo l’allenamento, ho saltato il pranzo e adesso devo andare, i ragazzi mi aspettano. Ma a sto tipo, che è venuto fino dall’Italia non posso lasciarlo così. Potrebbe essere mio figlio, anzi mio nipote. Potrei portarlo al campo, ma domani, prima voglio preparare i ragazzi.

– Statemi a sentire, io non posso restare qui, adesso a parlare con voi, ma se vi fa piacere, domani potete venire al campo a vedere un allenamento.

– Sarebbe bellissimo, ma non so dove vi allenate.

– Allora ci troviamo qui, al Cafè Ligure alle 15. Venite puntuale, l’allenamento comincia alle 16, ma noi dobbiamo arrivare un po’ prima.

Prendo il bastone e vado verso casa. Mi fa male lo stomaco eppure non ho mangiato. Troppo caffè. Carmelita mi aspetta sull’uscio. Mica le sto a spiegare che un giornalista è venuto fino dall’Italia per intervistarmi, mi prenderebbe a pesci in faccia. Lo fa anche se non apro bocca.

– Dove stavi, al bar a prendere cicchetti? Poi dici che ti fa male il fegato e lo stomaco, vecchio rimbambito. Sono due ore che ti aspetto, sono anche venuta al campo e non c’eri.

Entro in casa senza darle troppo peso mentre continua a seguirmi ed inveire.

– Lasciami qualche dollaro che devo comprare da mangiare! E poi se ti restano in tasca chissà dove vanno a finire.

Porcaputtanamaledetta. Sempre a chiedere quattrini. I due spiccioli che mi danno di pensione e qualcosa che recupero allenando, non le bastano mai. Se solo non avessi perso la gamba. Altro che portiere. Altro che Francescoli. E altro che Carmencita, avrei avuto miss e subrette. Sarei diventato il miglio giocatore del calcio Uruguagio degli anni 70. Mi ricordo il provino con il Penarol. Segnai tre reti in venti minuti. E avevo le scarpe di due numeri differenti. A guardarmi c’era pure Gambetta. I cronisti lo ricordano per le due espulsioni nello stesso mondiale. Io invece lo ricordo, perché sbagliò volontariamente un rigore ingiustamente assegnato, altro che Juventus e Real. Dopo la partita venne a farmi i complimenti. Le parole più belle che abbia mai sentito.

“Ho giocato insieme a Schiaffino e Ghiggia, mi sono allenato con i campioni del 1930, ma ragazzo mio con te abbiamo un futuro roseo per la celeste.”

Come dicono i napoletani? Che tu possa passare un guaio! Mi tirò una iella incredibile. Non me la passavo bene in quel periodo. Anche Don Franco aveva ridotto le mandrie e spesso mi ritrovavo a non mangiare. E poi venne la poliomielite e qui non c’erano gli ospedali come in Europa e con un’infezione mi giocai la gamba. Oggi è talmente debellata che non so manco se ti vaccinano più. Io c’ho perso sto cesso di gamba proprio quando potevo diventare la prima punta della più grande squadra dell’Uruguay. E cosa ho fatto? Mi sono dato all’alcol. Che quello non manca mai se vuoi. Ed ho finito di rovinarmi. Il fegato spappolato.

Prendo la giacchetta e il basco ed esco. Uscendo saluto la vergine Maria che mi legge nel pensiero. Non ho bestemmiato madonnina mia. Ho solo imprecato ma senza bestemmiare. A quello ci pensano quei maledetti sul campo. Se oggi non corrono gli rompo il culo.

Mi faccio la croce ed esco.

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Qualche informazione su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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