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Così mi ha mentito. Lei era una promessa del calcio sudamericano. Perché?

Non ne parlo mai volentieri. In molti credono che sia una legenda metropolitana, che mi sia inventato tutto dopo l’ennesima ubriacatura, così quando ho cambiato la versione dei fatti e non racconto più del provino e del contratto pronto da essere firmato.

Se le cose stanno così va bene, non insisterò, ma io non ho interesse a giudicarla e mi piacerebbe conoscere la vera storia da lei.

Siete stato gentile ad aiutarmi, non so se sono svenuto o sono caduto, di certo in quel tempo senza coscienza ho avuto un incubo. Come se tutti gli eventi della vita ritornassero nella mente come orrori; ho temuto di stare andando in braccio alla morte. Ma invece adesso sono qui. Vi va un mate?

Camenlita, gentilmente portaci due mate. E voi mettetevi comodo e toglietevi la giacca. Ecco come stanno le cose.

Mi permette di registrare la sua voce?

Fate come credete.

Mi chiamo Ernesto Bizzarri Parisi e ho 82 anni.  Ho una sola gamba e probabilmente il fegato spappolato. L’unica cosa che mi tiene in vita, non me ne vogliano Carmela e Nunziata, è il calcio. A loro le voglio bene, ma il calcio è il mio amore. Sono arrivato a Salto verso la fine del 1950, come vi ho raccontato. Davvero ero mezzo clandestino su di una nave e veramente ho raggiunto Salto a piedi da Montevideo. Quado sono arrivato qui, Don Franco di Gaeta, a cui avrebbero intitolato anche una via, mi ha messo a lavorare nei campi. La sera vedevo gli altri fattori giocare a calcio. Ero appena tredicenne e per me il calcio degli anni 50 in Italia erano Il Milan e la Juventus, anche se tenevo per la Sampdoria che era nata nel 1946 con a presidente un certo Sanguineti. Ma in Italia c’era un altro tipo di calcio. Molte squadre utilizzavano ancora il Metodo,mentre già in Inghilterra e nell’Europa centrale si diffondeva il Sistema. Qui invece si adorava la nazionale Celeste, che vinceva Mondiali. Olimpiadi e Copa Sudamericana. Devo però ammettere che in campo aperto, nelle praterie in cui giocavamo noi, non c’era alcun schema tattico. Eravamo rozzi e fisici. Se pur ancora secco e basso, riuscivo a giocare anche io. Il campo era pieno di buche e la palla prendeva rimbalzi improvvisi e inattesi. C’era fango e sterpaglia e spesso giocare era una battaglia. Ma non mi fermavo mai. Anche al lavoro avevo delle palle di pezza che mentre pascolavo le mucche, mi tenevano compagnia e mi esercitavo nel palleggio e nel dribbling. Poi correvo tanto. In poco più di un anno ero sempre magro ma i miei muscoli e le mie ossa erano diventati un motore perfetto. Durante le partite la squadra in cui giocavo io, doveva avere un uomo in meno perché dicevano che valevo per due. E nonostante tutto segnavo carrette di goal. Ma non giocavamo in un club, erano sempre partite tra amici che molto sfesso finivano in risse e bevute di grappa.  Un giorno Don Franco mi chiamo. Ero preoccupato. Temevo mi dicesse che dovevo smetterla di far litigare gli altri fattori. Invece mi disse che aveva degli affari a Montevideo e tramite dei suoi clienti, poteva farmi avere un provino addirittura con il Penarol la settimana successiva. Praticamente non ho dormito per una settimana. Quando sono arrivato a Montevideo con la macchina di Don Franco ero rintronato. Ma non appena ho visto lo stadio ho ritrovato vigore. Dopo una lunga attesa, mi hanno dato un completino giallonero e sono sceso in campo. C’erano anche Cubilla e Ledesma. Quando Scarone è entrato sul magnifico prato verde e mi ha guardato avevo voglia di piangere, ma avrei fatto brutta figura, così mi sono fatto scivolare tutto nello stomaco e l’ho guardato dritto negli occhi. Erano quegli occhi che dovevo conquistare.

Mi hanno messo prima in difesa. Carlos ArielBorges mi faceva girare la testa, ogni volta che arrivava vicino l’area di rigore tirava delle staffilate che cercavo di intercettare ma mi facevano rintronare la testa. Nel secondo tempo il vice di Scarone venne a parlarmi. “Giovane, in difesa non sei un gran che. Ti daremo un’altra possibilità, proverai in attacco, come esterno. Facci vedere se sai crossare e se capita che ti accentri prova pure a fare goal.”

Era come giocare nella prateria. Avevo davanti la fascia e di corsa non me ne mancava. A difendere sul mio lato c’era un ragazzo enorme Ernestino Buendia detto “El Burro”, che anni dopo ritrovi a Salto e che oggi mi fa da vice all’Oratorio. Lo feci diventare matto. Tunnel, dribbling, finte. Ancora si ricorda di quante volte è caduto a culo per terra. Segnai tre goal e feci più di quindici cross.

Ero nella squadra giovanile ma con un contratto da professionista. C’erano solo alcune pratiche burocratiche da sbrigare, ero pur sempre italiano. Ci voleva una settimana. Una maledetta settimana in cui accadde di tutto.

Tornammo a casa e stetti male. La pancia e gli arti. Un male tremendo credevo dovuto all’insonnia e alla partita. Ma quel male si protese per giorni e la gamba mi faceva impazzire.

Mi risvegliai in ospedale con un pezzo in meno. Lo sognavo la notte. Mi alzavo per pisciare e battevo a faccia a terra, proprio come ieri. La sentivo li. Delle volte capita anche adesso. Ma c’è il vuoto li sotto ad aspettarmi.

Il Penarol mi diede dei soldi ma null’altro. Credo che di li a pochi giorni mi sarei preso la mia prima di tantissime ubriacature.

Una decina di anni fa mi arrivo una lettera. Mi volevano come direttore tecnico. Sapete, ho scoperto io molti giocatori della nuova generazione Celeste. Ma io sono un cazzone. Voglio carta bianca nei modi e nei metodi. Così ho rifiutato.

Gli ho lasciato parola senza interromperlo. Adesso però ho mille domande.

Cosa ha fatto dopo? Come è diventato uno scopritore di talenti?

Arriva il Mate. Ci fermiamo. Con quest’uomo si parla sempre e solo di calcio e vorrei vedere i suoi appunti i suoi schemi le sue parole, ma soprattutto i suoi allenamento. Non vedo l’ora. Ho ancora un’intera settimana da passare con lui.

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Qualche informazione su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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