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Dal maracanazo a Cavani. Viaggio alle origini del calcio uruguagio.

In rete, dove ormai Wikipedia è la fonte di quasi tutte le ricerche, è possibile leggere le storie di alcuni dei grandi campioni uruguagi. Molti di questi hanno un elemento in comune, vengono da Salto. Un paese di circa centomila anime a 300 km dalla capitale, in una Nazione che di abitanti ne ha meno di tre milioni e mezzo. La città metropolitana di Milano per intenderci. Una cittadina in grado di sfornare due top-player come Cavani e Suarez entrambi del 1987. In una nazione in grado di vincere due coppe del mondo (oltre all’organizzazione del primo torneo), seppur nella prima metà del secolo. E ancora, ben quindici Copa America, più che Argentina e Brasile, più di tutte le altre nazionali, escluse le citate, messe insieme. Un record. E poi il maracanazo, il successo a Rio De Janeiro sul Brasile stellare di Pelè. La stella, oggi, è Luis Suarez del Barça. Un mix di potenza e tecnica che ne fanno un re. Luigi, appunto. Ma anche di rabbia e determinazione, che spesso lo portano a gesti estremi, da cui il soprannome cannibale.

Proseguo a braccio gli appunti sono confusi.

Questo lavoro parte da lontano, tanto che sono finito a scartabellare tra gli archivi storici: moltissimi compatrioti lasciavano la penisola emigrando qui, in Uruguay. Non le dico nulla di nuovo se cito che il 40% della popolazione ha origini italiane, 120mila uruguagi hanno il nostro passaporto. Dal 1850 alla seconda metà del ‘900 era una mèta ambita. Si veniva qui per lavorare. Il nonno di Cavani era modenese di Maranello. Ma pensi pure a Julio Mario Sanguinetti per due volte presidente e a Garibaldi, che per anni combatté in difesa dell’Uruguay e visse a Montevideo tra il 1841 e il ’48. Un legame storico, profondo.

E voi come siete arrivato fino a me?

Come sono arrivato fino a lei? Un bravo giornalista ha le sue fonti e poi la ricerca spasmodica.

Mi da del voi. Sembra inondato dalle mie parole. Spero di tornare a casa con un reportage dettagliato. Mi sono pagato questo viaggio con gli ultimi risparmi che avevo. Quel posto alla Gazzetta deve essere il mio. Scoprire e raccontare come l’Uruguay sia fucina di talenti. Magari ne viene fuori un libro. E anche una sceneggiatura per un film. Questo vecchio, con una gamba sola, può diventare la mia fortuna. Il suo nome mi è stato dato da un contatto della redazione de El Pais de Uruguay. Attivo il registratore sul telefonino e preparo la biro.

Ernesto Bizzarri Parise. Anche lei ha origini italiane, dico bene? Il doppio cognome Bizzarri Parise abbraccia tutto lo stivale!

Voi sapete già tante cose. Cosa posso dirvi di più?

Come è arrivato a Salto?

Mammà e papà. Le buonanime hanno vissuto di sacrifici per farmi arrivare qui. Ma non bastava. All’epoca il biglietto costava tanto. Mi sono dovuto arrangiare. Dopo la seconda guerra mondiale avete presente come era vivere in Italia? Sono arrivato qui nel 1950, la Celeste avrebbe vinto la sua seconda coppa in Brasile. Mezzo clandestino. Il biglietto costava troppo, ma oliando i marinai giusti e accontentandosi di dormire nella stiva si poteva sbarcare a Montevideo. Di lì poi fino a Salto ci sono arrivato con il tempo!

In che senso?

Voi siete davvero curioso, ma è il vostro lavoro. Ho cercato un impiego al porto, ma ci stavano paranze di ex sciuscià, bande di veneti e anche per fare lo scaricatore dovevi conoscere qualcuno. Nelle campagne invece servivano braccia e appena ho saputo che a Salto c’era un imprenditore del mio paese che dava lavoro non c’ho pensato due volte, mi sono incamminato con la mia borsa di sacco e un po’ a piedi un po’ facendomi caricare su qualche mezzo che andava a nord verso il confine con l’Argentina.

Un’avventura quindi?

Un incubo giovanotto. Mica avevo soldi in tasca. Dopo una traversata oceanica e una settimana a vagheggiare nel porto ero deperito, affamato e sporco. Per fortuna la comunità italiana ti fa sentire in madrepatria anche oltreoceano. Nei sobborghi si parla in dialetto. Anzi i dialetti. Una lingua italiana dove si mescolano termini che vanno dal genovese al siciliano passando dal veneto al napoletano. E tutti si aiutano. Lungo la strada mi hanno ospitato, sfamato e fatto lavare. Proprio come dice Gesù nel vangelo. E così altri otto giorni di viaggio sono arrivato qui.

E ha trovato il lavoro che le si prospettava?

L’ho trovato si. Grazie a don Franco di Gaeta ho potuto lavorare e mi ha anche dato da dormire e mangiare. Lavoravo negli allevamenti. Il mandriano facevo. Il mio compito era pensare alle vacche. Stavo all’aria aperta, lavoravo al mattino presto e al primo pomeriggio ero libero di andare a giocare a pallone. Quante partite ho fatto prima dell’incidente della gamba!

E non si ferma.

O pallone! A vita mia. Come potrà notare qui sotto c’è un problema. Ho avuto un brutto incidente. Se non vi interessa sapere come l’ho persa, ci passerei volentieri su.
Per fortuna tira fuori lui l’argomento.

Non credo mi interessi non ne parliamo. Piuttosto però, come se la cavava prima del… incidente?

Ero scarso, finivo sempre in porta come è ovvio. Ma forse è stato un bene. Ho sempre guardato il calcio da un altro punto di vista.

E non a caso ha deciso di fare l’allenatore! Prima però mi vuole raccontare della cultura calcistica che c’è in Uruguay?

Qui, come in tutto il Sudamerica, gli spazi non mancano. Per giocare a calcio basta una palla, fosse anche di pezza. E poi a Montevideo, nel porto, l’hanno portato gli inglesi il football. Come in Italia proprio a Genova. Non erano nemmeno bravi. Non avevano schemi strutturati. Il calcio vero è nato con il metodo degli italiani. Lo abbiamo insegnato noi. Qui il campionato ha solitamente ha 16 squadre di serie A, 14 sono di Montevideo, come il Penarol e il Nacional, che hanno il derby più antico al di fuori della Gran Bretagna.

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Qualche informazione su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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