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Il gatto saltò sul davanzale della vecchia casa miagolando, guardandosi intorno furtivo e muovendo appena le vibrisse come per captare da lontano il pericolo; poi, con un secondo balzo, fu sul piccolo tetto a spiovente della veranda, dove si stiracchiò prima di entrare dalla finestra aperta che dava sulle scale per il primo piano.

 

La casa era grande, coloniale e spaziosa, tinteggiata di rosso scuro, con gli infissi bianchi, le grondaie ramate e il giardino verdissimo; si ergeva in Dayton Street, pavoneggiandosi a casa del Village anche se era il Wisconsin, e Jake Pecker, che studiava biologia all’Università di Madison, l’aveva trovata per caso grazie ad un annuncio appeso alla bacheca di un bar. Quando chiamò il proprietario per chiedere quanto fosse l’affitto e quanto distasse dall’Università, il signor Semblance rispose:

-La casa non è lontanissima, se le piace camminare, signor Pecker, ma si parla comunque di una riposante camminata che chiunque abbia voglia di mantenersi in forma dovrebbe fare, soprattutto se oberato dallo studio e impedito ad altre tipologie di moto; inoltre il pavimento è in parquet, e questo garantisce silenzio e pulizia, cosa a cui tengo: del resto, faccio imbiancare ogni anno le stanze adibite all’affitto. Non ci sono altri inquilini, al momento, signor Pecker, e nonostante ogni stanza, a seconda del piano e della metratura, abbia un costo diverso, posso farle pagare la tariffa base e farle ugualmente scegliere la stanza che preferisce: sa, nonostante sia iniziato il semestre, molti preferiscono stare al campus, o tuttalpiù in appartamenti affiliati all’Università, mentre io sono, come dire, un autonomo, e così non ho mai molti affittuari, anche se, di solito, durante le vacanze di Natale arrivano sempre dottorandi o professori, e così probabilmente avrà compagnia, per allora, ma la morale è che devo fare prezzi concorrenziali se voglio sopravvivere. Detto questo, la tariffa è di trecento dollari al mese, che può pagarmi subito, in contanti o in bonifico, oppure a fine mese; o, se preferisce, possiamo fare tre rate insieme, a metà semestre.

Il signor Semblance aveva una voce calda, suadente e affabile: sembrò a Jake un uomo gentile e premuroso -forse anche troppo-, e decise di dargli una possibilità andando a vedere la casa quel pomeriggio stesso: dopotutto, era a Madison da poche ore e aveva lasciato i bagagli a casa di un compagno di Università per non potarseli dietro, per cui aveva piuttosto fretta di trovare un alloggio che non fosse nel campus per liberare l’amico dall’incombenza -almeno per il primo anno preferì stare in un appartamento perché voleva abituarsi alla nuova città e adattare le sue abitudini ad essa, e soprattutto perché non era abituato a condividere gli spazi con altri.

 

Il gatto si aggirò fra le ombre della notte, osservando cose che gli uomini non avrebbero potuto vedere, odorando profumi e miasmi preclusi ad altri animali e calpestando tracce di tempi remoti e mondi lontani. Senza fare rumore, il gatto cominciò a salire le scale.

 

Jake trovò il signor Semblance che lo attendeva sul vialetto di ingresso, avvolto in un cappotto leggero e con un cappello in testa che ricordava tanta letteratura gialla inglese; il ragazzo salutò l’uomo e fu portato dentro, dove il padrone di casa gli offrì del caffè.

-Questa è la cucina, dove di solito tutti gli affittuari mangiano insieme e parlano, e dove anch’io, purtroppo, eheh, sto, e dove io cucino per loro e… beh, per te, permettimi di darti del tu, se rimarrai qui.

Jake seguì il signor Semblance con lo sguardo mentre puliva la macchina del caffè, mentre riponeva le tazze sporche nel lavabo e mentre si asciugava le mani.

-La spesa la faccio una volta alla settimana, e gli affittuari di solito mi pagano una quota. Solitamente divido il totale per il numero di inquilini, in modo da fare le cose equamente, e in quote divido anche le spese di luce, acqua e gas.

-Mi sembra giusto.

-In ogni caso non sono mai spese così eccessive… diciamo che potrebbero essere una cinquantina di dollari al mese, in media.

-Mi sembrano accettabili.

-Sì… lo sono, eheh.

Il signor Semblance sottolineò l’ultima frase con un sorriso così largo e tagliante che a Jake sembrò una di quelle trappole per volpi che aveva visto nei cartoni animati: i denti brillavano di grigio, come se fossero di metallo, ma il ragazzo eluse l’idea spiegandosi il fatto come il risultato di un qualche strano riflesso solare all’interno della cucina.

-Beh, signor Semblance… mi sembra quasi troppo bello per essere vero perciò… non penso di poter trovare di meglio, eheh, quindi la prendo. La stanza, intendo.

Il signor Semblance sorrise ancora, e ancora una volta Jake tremò, ma poi l’uomo gli strinse la mano e gli diede una leggera pacca sulla spalla, così il ragazzo non ci pensò più e andò a casa del suo amico a prendere i bagagli.

 

Il gatto salì gli scalini uno ad uno, soppesando ogni passo; le sue zampe felpate attutivano i rumori, i miagolii sommessi erano così impercettibili da non essere udibili. La notte aveva circondato la casa, le scale, le pareti verniciate di bianco; il gatto arrivò in cima al pianerottolo, scavalcò il cadavere ed entrò nella stanza.

 

Jake si sistemò nella stanza più grande, quella al primo piano, e, tolti i vestiti dalla valigia e riposti nell’armadio -un enorme armadio a due ante che sembrava uscito da qualche favola per bambini o da qualche inquietante storia dell’orrore sull’Uomo Nero-, si stese sul letto e riposò.

Alle cinque si alzò, fece una doccia molto veloce (c’era un bagno in comune ad ogni piano, ma quello era solo il suo, per il momento), e scese di sotto, dove il signor Semblance aveva preparato una merenda a base di biscotti, frutta e succhi vari.

-Grazie mille, ma non doveva.

-Oh, sciocchezze. E dammi del tu, per favore.

-…D’accordo…

Jake mangiò e poi tornò in camera, dove aveva deciso di trascorrere la serata leggendo un libro di divulgazione che aveva portato da casa. La camera aveva, entrando, una finestra sulla sinistra, proprio sopra alla scrivania strabordante di quaderni, penne e libri, un armadio nella parete adiacente -l’armadio grande e inquietante- e un letto sulla parete di destra, quello sui cui Jake si stese per cominciare a leggere.

 

Il gatto si guardò intorno, ma sembrava quasi che il buio fosse nella stanza più buio e scuro che nel resto dell’abitazione: quando alzò le vibrisse e sgranò gli occhi, tutto ciò che vide fu un’ombra dentro le ombre che aveva due occhi bianchi come la luna di certe sere -le sere, cioè, in cui lui miagolava sperando di incontrare una femmina.

Gli occhi erano bianchissimi, ma non stavano guardando il gatto.

 

Alle nove il signor Semblance bussò alla camera di Jake e gli chiese se avesse bisogno di qualcosa; Jake rispose che avrebbe letto per un’altra ora o due prima di andare a letto, perché la giornata era stata faticosa, e che non aveva bisogno di nulla.

-Perfetto,- disse il signor Semblance tirando fuori la lingua come un serpente (ma questo Jake non poté vederlo) -perfetto. Allora buonanotte.

-Buonanotte.

Jake aprì il suo libro e senza rendersene conto si addormentò a metà di pagina 129, sull’interessante paragrafo relativo alla teoria delle stringhe: addormentandosi improvvisamente, però, non chiuse le imposte della finestra, che era affacciata così al cielo leggermente nuvoloso e alla luna che faceva capolino.

 

Il gatto non si mosse, né miagolò: stringendosi nelle zampe cercò o immaginò di sparire senza far rumore, diventando invisibile -lo sanno tutti che i gatti sono animali curiosi che, vedendo oltre la realtà oggettiva, si avventurano sempre nei luoghi più strani accorgendosi dei pericoli quando ormai è ovviamente troppo tardi. In ogni modo, il gatto non poteva diventare più piccolo di quel che era, così il suo movimento attirò l’attenzione dell’ombra e, in particolare, degli occhi, che si girarono verso l’animale sorridendo. I gatti -lo sanno tutti- sanno pensare, e solitamente i loro pensieri sono molto intelligenti: quella volta si chiese:

-Come fanno gli occhi a sorridere?

 

Jake si svegliò di soprassalto senza saperne il motivo: non stava sognando, era nella fase profonda del sonno e non c’erano stati tonfi o rumori profondi se non -unico difetto alla normale quiete della notte- un rumore sottilissimo che il ragazzo non associò al suo improvviso svegliarsi e di cui, nei primi istanti, non si era nemmeno accorto -era un rumore lontano, ritmato e graffiante, come le unghie di un cane che strisciano sul parquet o come un grido emesso da una gola senza corde vocali.

Jake rimase in ascolto per qualche secondo, ma alla fine non seppe spiegarsi cosa potesse essere: il signor Semblance non aveva animali, il rumore veniva probabilmente da fuori perché era troppo sottile e lontano per essere causato da qualcosa dentro alla casa e, se per caso provenisse dall’interno, pensò, poteva trattarsi tranquillamente della televisione -ma quando vide dalla sveglia sul comodino che erano le tre e tre quarti della notte non la ritenne più un’opzione contemplabile, anche se, forse, si disse, poteva essere il signor Semblance che preparava qualcosa in cucina, come una spremuta perché non riusciva a dormire o un bicchiere di latte come nei film. Jake, in ogni modo, era uno studente universitario, e quindi era abbastanza adulto per fregarsene: si girò verso il muro e cercò di riaddormentarsi, ridendo di come, sentendo un rumore stupido e insignificante di notte, ci si spaventi sempre oltremodo.

Alle quattro, dopo neppure tre minuti da quando si era riassopito, Jake si svegliò nuovamente, perché il rumore era aumentato e, progressivamente, aumentava sempre di più. Frrrr, frrr, frrr, se prima non seppe dire da dove potesse provenire -frr, frr, frr-, ora era certo essere sulle scale: frr, frr, frr sull’ultimo gradino; frr, frr, frr sul secondo; frr, frr, frr sul sesto; frr, frr, frr sull’ultimo; frr, frr, frr, frr Jake si mise a sedere su letto -frr, frr, frr-, scostò le coperte -frr, frr, frr- e si alzò -frr, frr, frr. Ora il rumore era diventato assordante, come se gli martellassero le membrane dei timpani con un martello da dieci chili: FRR, FRR, FRR; Jake cercò di ragionare, ma tutto quello che aveva supposto o pensato sembrava perdere senso difronte a quel suono così forte che si chiese come nessuno nel vicinato lo sentisse e accendesse la luce gridando:

-Qui c’è gente che vuole dormire!

Frr, frr, frr e Jake pensò che non avrebbe dormito mai più, da quella notte -frr, frr, frr-; cercò di chiamare il signor Semblance, ma la sua voce -frr, frr- sembrava perdersi nel vuoto, come sussurrando qualcosa in una discoteca -frr, frr, frr- o sotto le cascate del Niagara -c’era stato, alle cascate, e quell’imponenza lo aveva spaventato tanto, ma mai come in quel momento di frr, frr e FRR, FRR.

Jake arrivò alla porta -frr, frr- e l’aprì piano, impaurito di ciò che avrebbe potuto trovare -frr, frr- oltre la soglia, perché ora il rumore -frr, frr- era chiaramente davanti alla sua -frrrrrr- stanza: ora il cane che strisciava le unghie si stava affilando gli artigli come trappole per volpi -frr, frr- sul legno della sua porta: frr, frr, Frr, FRR…

 

I due occhi smisero di sorridere e l’ombra si fece avanti; il gatto vide una strana creatura con una bocca larghissima e i denti radi e appuntiti: nei suoi tanti viaggi non aveva mai incontrato nulla di simile e, spaventandosi, saltò in cima alla scrivania per scappare, facendo cadere alcune penne e un quaderno.

La strana creatura si mosse goffamente, come se fosse troppo sazia per muoversi o troppo grande, alzò gli occhi bianchi verso il gatto e la sua lingua penzolò di fuori mentre il suo fiato ansimava e sbuffava caldo e il suo sorriso avvampava di gioia -al gatto sembrò di vedere anche una coda marrone ondeggiare, ma non ne fu sicuro. D’improvviso un raggio di luna trafisse le tende e illuminò lo strano essere, che il gatto poté finalmente vedere per intero: fu un attimo: l’animale, miagolando, sfrecciò attraverso la porta, superò il cadavere privo di braccia e di gambe e uscì dalla finestra da cui era entrato, maledicendo il momento in cui, passeggiando lì sotto, aveva sentito un rumore lontano e un odore pungente.

Mentre scappava verso il rifugio che condivideva con altri gatti della città cercò di dimenticare quella creatura che assomigliava ad un uomo e ad un cane, quella creatura ammantata di nero e dagli occhi sorridenti che da dentro l’armadio lo guardava mentre leccava alcune ossa bianche come le sue pupille.

 

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