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Ludovico è abituato alle passeggiate notturne nel cimitero. Suo padre, ormai in pensione, era uno dei guardiani del grande cimitero della Certosa di Bologna. Io invece sono troppo spaventata dalle legende metropolitane che si tramandano tra adolescenti, ma l’ho lasciato vincere. Ho accettato. L’appuntamento è nel parcheggio, dove alcune coppiette si scambiano effusioni: con che coraggio mi domando, dinanzi al brillare dei lumicini che s’intravedono dai cancelli. Lo vedo venirmi incontro, è bello e mi piace il suo gusto retrò, sembra venire dagli anni ’60. “Ci sono altre persone che aspettano sotto il portico della chiesa, il tour comincia tra cinque minuti”. Ho letto in rete che sono ormai diversi anni che i musei riuniti di Bologna organizzano questa visita notturna ed i posti oltretutto sono limitati. Non sono ancora convinta, una visita ad un cimitero, seppur monumentale, il due novembre, di notte, non è tra le cose che vorrei aver fatto prima di morire. In questo periodo non so dirgli di no e poi lui qui è di casa. Superiamo alcune onoranze funebri, che offrono servizi personalizzati e pratiche ‘post mortem’: finalmente entriamo. Varchiamo un grande portone di legno, dove teste di angeli e demoni scolpite sembrano sorridere. Ne accarezzo furtivamente una, nella speranza che mi custodisca, senza sapere se mi sono rivolto ad un diavolo o ad una creatura celeste. Ci incamminiamo sul viale cosiddetto del ‘pianto‘. Intravediamo piccole statue, tipiche da cimitero ottocentesco e ci soffermiamo dinanzi un monumento enorme: un angelo, con una grande apertura alare; le sue ali sovrastano un uomo morente e la moglie, inginocchiata in preghiera, accanto a lui. La torcia a led della guida, puntata sul viso della donna, le rende la pelle di marmo quasi tenera, ispira carezze. Ludovico mi stringe la mano, percepisce il mio timore. La guida illustra ancora la riproduzione di un bambino che bacia una croce. I piedi del frugoletto sono avvolti dall’erba del giardino incolta. Stavolta mi sento strattonare, Ludo mi attira a se. Restiamo dietro al gruppo. Mi bacia, fa segno di non parlare e mi dice “Vieni con me”. Vorrei urlare e rifiutarmi, ma per pudore lo seguo. “Fidati”. Non è semplice. “Voglio farti vedere una cosa”. Attraversiamo una sorta di arco, dedicato alle vittime della grande guerra ed un soldato di pietra sull’attenti, sembra fissarmi o salutarmi. Mi volto e vedo il gruppo procedere nella direzione opposta senza curarsi di noi. Inizio ad impressionarmi, mi sembra di scorgere delle ombre che si muovono. Cerco di farmi coraggio. Quando vedo un signore con bastone e bombetta emetto un gemito. Ludo mi mette la mano sulla bocca, la mordo, allora mi abbraccia e mi sussurra che è solo una sagoma, dipinta su di un marmo, dedicata ad un musicista. Ricambio l’abbraccio e prima di sciogliermi dalla presa ho l’impressione di scorgere ancora ombre. Stavolta, prima di dare segni di paura attendo e rinuncio. Sempre in silenzio mi conduce in una sorta di cappella, costruita su di una pianta a croce latina. La luce dona a tutto ciò che c’è intorno, un’aurea arancione. Attraversiamo viottoli pieni di morte, loculi poco curati di persone decedute da oltre duecento anni. Giungiamo in un enorme androne scoperto che permette di scorgere un cielo limpido e le stelle. Ci sono molti loculi vuoti. È una nuova ala. Non ha nulla d’interessante e inizio a rimpiangere di non aver seguito il gruppo. Adesso ho l’impressione di vivere in un film horror, così banale, così scontato: proverà ancora a baciarmi e a toccarmi, io scapperò via e lui m’inseguirà. Sarà uno zombie affamato e mi divorerà il cuore. Infatti inizia a fissarmi. Poi parla “Sai mantenere un segreto?” Ormai che fare se non dire di si? Mi sembra di sentire una musica, ma scuoto la testa, non sono in un film. Vedo alcune luci venirci incontro. Una messa nera, il mio sacrificio. Le lampade illuminano i volti scoperti dei giovani del branco, sono a meno di tre metri da me. Inizio a singhiozzare. “Ehi cosa ti prende. Sono amici”. “Amici tuoi! Perché proprio io!” Non gli lascio il tempo di finire e scappo. Dopo pochi metri non riesco più a ritrovare la strada percorsa poco prima. Cerco l’uomo con la bombetta. M’imbatto in un’orribile statua: una creatura rigida, seduta su di un divano. È talmente bella da sembrare vera. La bambina sembra dormire. Cerco delle indicazioni ma i pochi lumini non mi aiutano. Contino a vagare senza sapere dove mi trovo o dove andare. Almeno non mi seguono. Almeno sembra. Ecco un maestoso leone con un’insegna: Libertà. Decido di nascondermi alle sue spalle e di attendere il manifestarsi di quella parola. Non so quanto tempo passa e passerà. Sento il mio respiro e null’altro. Chiudo gli occhi per un istante. Così, quando una mano mi tocca la spalla, urlo con tutta l’aria che ho nei polmoni. È lui. Svengo. Mi risveglio, distesa ancora in quell’androne. La luce della luna stavolta nasconde le stelle. Tutti i suoi ‘amici’ mi sono intorno. Cerco di parlare ma non emetto versi. Svengo ancora. Mi risveglio e sento un profumo, sembra aceto. Sono morta. Sono diventata come loro. Li vedo: alcuni sono in disparte a parlare, altri mi fissano. Mi metto a sedere rassegnata e mi rendo conto che ero sdraiata su una lettiga di marmo. Sento il cuore battere impazzito sotto lo sterno. Gli zombie hanno un cuore. Immaginavo il contrario. Ludo parla, ma inizialmente non lo sento. Riesco a leggere il suo labiale. “Non aver paura”. Ancora con questo ritornello. “Cosa mi avete fatto?” riesco a proferire. Stavolta lo sento. “Nulla” dice “Ti sei solo spaventata. Ti ho detto che volevo farti vedere qualcosa di diverso, non volevo metterti paura, lo giuro, ma non mi hai dato il tempo di spiegarti. Le guide fanno un giro classico, sempre lo stesso. Invece ogni anno, con un gruppo di amici, facciamo tappa in locali non accessibili al pubblico: il vecchio cimitero ebraico, le cappelle dei signorotti del settecento e una serie di statue non visibili e non visitabili dal pubblico. “Ed io dovrei credervi?” “Perché no?” “Chi mi assicura che ormai non sono diventata come voi?” “Come noi cosa? Guarda che siamo normalissimi”.  Forse mi sbagliavo. Che figuraccia. Mi accarezza la nuca e mi convinco. “Sei stato crudele. Potevi avvisarmi. Potevi anche evitare di farmi sdraiare su questo marmo…” Mi alzo e mi abbraccia. “Vieni ti presento gli altri”. Sembrano simpatici. Qualcuno mi offre del cioccolato fondente ed un bicchiere di un liquido che sembra rum scadente. L’alcool mi fa rilassare del tutto. Che stupida. Sono simpaticissimi. Dopo qualche convenevole, Ludovico chiede di riperdere il tour e mi si affianca. “Vieni non temere”. Mi prende la mano. In effetti ci sono delle statue bellissime e tutte le ombre che qualche momento fa mettevano paura, adesso hanno una spiegazione, anche grazie ad una lampada ad olio che Ludo utilizza per mostrarmi dei dettagli stupendi. Non so quanto tempo è passato da quando abbiamo lasciato il gruppo iniziale. Chiedo come faremo ad uscire e mi risponde di non preoccuparmi, “Sono pur sempre il figlio del custode”. Raggiungiamo un trittico familiare: un giovane alza le mani verso il cielo. Tutto intorno, altre tombe in semicerchio. Noto che tutti i defunti sono nati lo stesso anno, il 1946 e sono morti tutti lo stesso giorno, il 02/11/1967. Un brivido mi accappona la pelle. La mente cerca di scacciarlo, ma posso far poco. Non va via. Ludovico mi fissa. Troppo per i miei gusti stavolta. Provo a dire a me stessa che mi sto nuovamente impressionando, ma ognuno di quei nuovi amici va a collocarsi dinanzi ad un loculo. Stesso anno di nascita al mondo e stesso giorno di nascita al cielo. “Oggi sono cinquant’anni e ne avremmo settantuno se…”. Cosa sta dicendo. “Cosa stai dicendo”. “Non invecchieremo mai, un dono grande ma anche la nostra grande pena. Aver vissuto poco e male. E dovremmo ricordarcelo in eterno, vedendo la gente che amiamo, vivere, invecchiare e morire”. Cerco di mettere a fuoco le parole. Ma l’unica cosa che riesco a leggere è il nome su quella statua. Ed è il suo: Ludovico Maria Giovanardi 05/05/1946 – 02/11/1967. Sono disposti in cerchio, non potrei mai scappare. Allora era vero, non mi sbagliavo. Mi piego in due e inizio a versare lacrime: non avrei mai pensato di poterne produrre così tante. Per un misterioso motivo mi sembra di sentir cantare Life on Mars di David Bowie: “…è una spiacevole patetica faccenda…” Le lacrime cadono giù e battono contro una pietra, la mia tomba, l’unica con due date differenti. Carlotta Liverani, 18/08/1996 – 02/11/2017. Muoio. Forse per l’ennesima volta. Forse per sempre. Forse morirò ancora ogni due novembre. O non morirò mai più. Condannata insieme a loro. Muoio.

E invece morirò, ancora, almeno una volta. Perché la morte in sogno, non annulla quella vera. Non so se essere felice o preoccuparmi. Il telefono squilla. È Ludovico. Metto giù. Il display mi ricorda che sono le 9.30 del due novembre. Arriva un messaggio. M’invita stasera ad una visita guidata in Certosa. Ho sognato tutto oppure ho già vissuto in un altro tempo ed in un altro spazio e sono morta già miriadi di volte? È premonizione o sto diventando matta? Decido di declinare l’invito. Accendo il pc e provo a cercare se esiste un elenco dei morti. Non c’è nulla di consultabile liberamente. Ci sono i morti in guerra e quelli di stragi, quelli da incidenti stradali e i necrologi. Ma di Ludovico Maria Giovanardi morto nel 1967 non c’è traccia. Ancora messaggi, insiste. Cerco gli orari della Certosa, è aperta. Mi vesto ed in meno di venti minuti sono dentro. Mi sembra di conoscere la strada e non mi perdo. Raggiungo il trittico. La luce del giorno lo rende meno spettrale. Almeno fino a quando non lo vedo, è lì ad aspettarmi. Dovrei essere su quella che era la mia tomba in sogno. Timidamente, senza voler dar segno di farlo, scosto l’erba con un piede, c’è una sola data. Sorridendo mi dice: “Adesso sai tutto, tranquilla… non è ancora il tuo momento”.

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Due cose su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, meglio conosciuto on line con il nickname Inverosimilmente. Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio. Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi con cui ho partecipato a diversi concorsi nazionali. Uno degli ultimi è Metrò on the book, con cui ho vinto il contest Coop For Word 2017 , pubblicato poi nella raccolta Cado come neve, edita da Fernandel Editore e sul Resto del Carlino di Sabato 16 Settembre 2017.
BRUCIA il mio secondo romanzo (il primo è ancora chiuso in una pendrive) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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