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È una donna forte e sensibile allo stesso tempo.

Un mare in tempesta o di calma piatta, a seconda del vento che tira. Ma quante ne ha affrontate in questa vita e quanti venti ha sopportato, restando ritta in piedi, piegandosi all’occorrenza, ma senza mai spezzarsi.

Viviana: un nome un programma.

La melodia che l’accompagna, la musica di sottofondo che rompe ogni silenzio è la voce dei suoi tre figli che continuamente la chiamano, la interpellano… “Mamma, mamma, mamma…”.

In particolare, lo scricciolo biondo di quattro anni, Richi, con la sua cardiopatia congenita, le impegna ogni istante, le succhia ogni energia possibile – fisica e psichica –, ogni progetto di vita, sin da prima della nascita. Anni di incertezze e bivi in salita: abortire a 42 anni o accogliere questa vita che stravolgerà tutte le vite che la circondano? Mezzo cuore, una piccola noce a metà che va sistemata nel corso del tempo, ciò gli consentirà una vita quasi normale. Uno squarcio dal collo fino al ventre, riaperto e richiuso quattro volte, a ricordare che niente si dimentica. Nemmeno e soprattutto la speranza, che sempre accompagna Viviana e che l’ha spinta a scegliere la vita rinunciando alla propria.

Infatti, anche lei, per salvare il suo cuore, tra un intervento e l’altro del figlio, sarà sottoposta a una sostituzione valvolare aortica e diventerà “bionica”: avrà lo stesso squarcio del suo bambino, timbro indelebile dell’unione madre-figlio. C’è chi si tatua il nome di chi ama, e chi sulla pelle porta  le stesse cicatrici dell’amato.

Da quel giorno, nessun’altra musica Viviana potrà concedersi: quella valvola meccanica rimbomba dentro, sopra ogni silenzio, percepibile anche da chi le sta vicino.

La melopea del cuore, coi suoi battiti strani, i suoi click e i suoi jazz come dice il cardiologo, è l’unica melodia che ormai conosce ma è quella che la riempie, le dona un senso e la fa palpitare perché le ricorda che è viva davvero, sempre e comunque.

E la scrittura, strappata a forza alla stanchezza, le ridona ossigeno di sé: anche solo qualche riga ogni tanto ha una potenza catartica!

 

In attesa della chiamata dell’ospedale per l’ultimo intervento di Richi, ci si mette pure un virus bastardo a sconvolgere l’esistenza di quella malferma famiglia: “la polverina che bola, il birus”, come lo chiama lui, li isola dal mondo con la certezza che se li colpisse, per loro così cagionevoli – come per molti è stato, purtroppo – sarebbe il colpo di grazia.

Così, la nenia del “Mamma, mamma, mamma…” diventa un loop univoco ed infinito nella testa di Viviana, per quattro lunghi mesi, perché per Richi non c’è più nessun riferimento oltre alla figura materna, nemmeno la scuola, gli amichetti… lei, a volte si ferma a fissare il muro bianco e piange, perché non vede alcuno spiraglio possibile. Poi, con un grande atto di coraggio, trasferisce quel bianco in un foglio di carta e trasforma le lacrime in inchiostro di penna: la scrittura diventa veicolo emozionale su cui concentrare le proprie frustrazioni e paure, il cuore si alleggerisce e ricomincia la sua melopea.

E quest’altalena così pericolosa di sentimenti contrastanti si placa in quelle due coppie di occhi azzurri, che sempre si scrutano, e che si confermano faro reciproco, la vera essenza di ciò che conta: donarsi per amore.

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