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“Non ci riuscirò mai, mai” ripete con fermezza scuotendo il capo. Il rumore è quasi assordante.
È troppo presto, ancora, pensa Biagio. Partire così per due mesi, sembra quasi che voglia fuggire, ma no, credimi, ho bisogno d’evadere. Non è facile, ancora. Mi grava nella mente, lo vedo ancora mentre è lì sdraiato nel letto, voglio andare via.
“Come faccio ora ogni volta che ho voglia di parlare con te?” continua lei.
“Non è colpa tua” dice lui. “È per come sono andate le cose. Ora ho bisogno di cambiare, di partire, solo.”
“Corri, corri!” grida una voce affannata. Lei china il capo. Biagio le carezza i capelli, non è semplice, no, ma è troppo presto, ancora, per ricominciare come prima, ci sono sempre quegli occhi che mi guardano prima della fine e per scordarli devo andare lontano.
“La rivoluzione…la rivoluzione è libertà!” urla il vecchio. Si infastidisce quando le sue piante si tuffano dal capo verso terra, ferme, lì, al vostro posto! Alt, vietato cadere! La cravatta arancione con sopra una donna nuda svolazza, insinuandosi tra le pieghe dei tre cappotti scuri che ha. Una mamma stringe il suo bambino accanto alle gambe. “Che ha quel signore mamma? È così strano!”
Un treno arriva sferragliando. “Fra quanto parte il tuo?” chiede lei, quasi stanca nella voce, rassegnata. Lo so che stai partendo per sfuggire. Cambierai orizzonte e crederai che non sia mutato nulla qui, ma non c’è più, è così, è morto e non tornerà solo perché tu vai via. E mi lasci qui sola, ad elaborare il mio dolore nello squallore della quotidianità, ogni muro a ricordarmi il nuovo vuoto.
“Mezz’ora, quasi, andiamo a prendere un caffè?”

“Due e sessanta. Grazie. Ecco qua. Arrivederci”. Stanca, le gambe dolgono. Allora, cosa stava pensando prima che quei due…? La recita di Isabella. Farà la narratrice, ha tanta memoria e la maestra le ha assegnato quella parte che è la più lunga, ne va così fiera, anche io da piccola ho fatto qualche recita. Non a scuola però. Una all’oratorio. In prima fila c’era un signore con una pancia enorme che scivolava fuori dalla camicia. Le veniva da ridere, quasi scordava la parte. Nessun ciccione sederà in prima fila alla prima recita di mia figlia. La prima figlia. Il primo bacio. Il primo marito che già è passato. Cosa c’è ancora da esser catalogato come “primo”?
“La rivoluzione… si… si… ding! La rivoluzione, signore cosa ne pensa rosso vero?”
“Marco vieni qui…non guardare, shhh… non sta bene. Vedi alcune persone hanno una testa che funziona un po’…un po’ male. Devi stare attento.”
“Io…camminavo nei prati…c’erano nuvole bianche, non grigie, no. E c’erano suoni come ding e ciuing… non quel fischio assordante. Scusi, mi sa dire che ore sono? La rivoluzione…ah la rivoluzione è verde lo sa? Ding!”

Valerio corre sulle scale mobili, deve raggiungere in fretta la metropolitana, o farà tardi a scuola. Perché i miei genitori cazzo – anf panf- hanno scelto di andare così lontano, a vivere? Fiuuuu…chi cazzo se ne frega del verde! Due ore di treno più la metropolitana solo per arrivare a scuola…quasi quasi vado a lavorare, se questo vecchio non si toglie di mezzo lo travolgo e lo ammazzo. Quando arrivo mi fumo una sigaretta. Chissenefrega della professoressa. Sto per soffocare.

Antonella, alta, snella, gambe nude di hostess che deve raggiungere il suo aereo giornaliero, indugia davanti a una vetrina. I completini intimi sono a metà prezzo, e quello nero con i cuoricini è veramente sfizioso. Piacerà a Riccardo? “Non dovresti comprare ogni cosa pensando se piace o no a lui. Hai letto il nuovo numero di Girls? Amare prima se stesse. Sono sicura che tu preferiresti quel completino lì verdolino” dice Marta, sua collega. Come si atteggia a grande amica, pensa Antonella, ti racconto due cosette mentre voliamo insieme, e ora credi di poter decidere quale completino mi devo comprare. Quasi quasi prendo quello giallo.
“Mamma, guarda, il vecchio con le piante in testa ci segue. Ma sono piantate o ci mette l’acqua?”
“Chi è quel pazzo?” dice Marta premendosi alla vetrina. “Oh, uno che gira sempre da queste parti”.
“No, che domande, Marco…non sono piantate, e non credo le innaffi…”
“Oh, ma allora muoiono?”
Si sente la terra rombare del frastuono della metro in arrivo e i passeggeri del treno, che arrivano dalla scala di sinistra, cominciano a correre spintonandosi fra loro, in una gara all’ultimo sangue, chi prima arriva, meglio alloggia, e seduto, ci sono meno possibilità che qualche rumeno mi si metta vicino. Nulla contro, però…

Sembrano spermatozoi nel condotto uterino, in gara per l’ovulo, uno solo, il più forte, vincerà. Vorrei disegnare nell’aria un preservativo gigante e bloccarvi tutti, come riderei a vedervi spiaccicare contro l’imprevedibile parete trasparente. Questo pensa Stefano mollemente accasciato su una panchina, sotto il sole già caldo. Aspetterò con calma le nove, andrò da Marina, quando i suoi genitori saranno già usciti, e lei sarà a casa a studiare. È così bella. Non c’è mai stato niente di così bello, nella mia vita. Si avvolge nella bandiera multicolore che porta appesa allo zaino come un mantello da Superman, sono paladino della pace, io, e vi sfido tutti, guerrafondai in corsa verso una metro di ingiustizie.

Omer le sfugge di mano. Sarà alto la metà. Ma non si fa male, cade di sedere uno scalino più in basso, la madre –forse– subito lo richiama con voce aspra, e la rimprovera. Poco distante, Airis si rotola a terra con un altro dei piccoli, impolverandosi più di quanto non sia. Suo padre prende in mano la grossa fisarmonica, un poco arrugginita, le fa un cenno. “Katiza, dai, ora vieni tu”. Omer piagnucola mentre si allontana, ma subito un’altra ragazza, più grande di lei, lo afferra e si dirige verso l’inizio delle scale, con il cartello infarcito di errori nella mano libera.
“Arruffati i capelli, Katiza. Sii gentile. Forza, arriva la metro” sussurra ancora il padre. Si infilano veloci.
Tutta questa gente che prende la metro, arriva dal treno, o dalla strada, tutti questi pensieri che si intrecciano nello spazio minimo vitale che un vagone lascia ad ogni essere, non fanno parte di me. E ogni volta che li osservo, mi sembra che, invece, ognuno di loro sia strettamente connesso l’uno all’altro, che non possano farne a meno; riescono a sopravvivere solo come gruppo, proprio ciò che loro rimproverano a noi, Rom. Forse solo quel pazzo –un sognatore così simpatico– riesce a sottrarsi a questo vortice a spirale che rapina tutte queste persone, costringendole con forza a guardarsi continuamente intorno per assicurarsi di essere viste, e allo stesso tempo, a nascondersi fra tutti gli altri, mimetizzarsi ed evitare il più possibile di portare l’insegna di un’idea, un’opinione.

Mentre Katiza si aggira nel vagone della metro con il bicchiere di carta in mano, tendendolo con precisa espressione supplicante, il vecchio rimane solo, fermo, sulla banchina; le sue piante e la cravatta oscena svolazzano nel falso vento creato dallo sferragliare del mezzo. Non c’è più nessuno.
Si guarda intorno, sospettoso, alza un dito verso l’alto e con atteggiamento di rimprovero grida:
Dum loquimur, fugerit invida aetas.Carpe diem!” e soddisfatto di aver affidato la sua verità al silenzio, torna sui suoi passi.

[Voti: 1    Media Voto: 4/5]

Due cose su MargheritaPace

Margherita Pace nasce alla fine degli anni ‘80 e cresce nei dintorni di Roma. Scrittrice da quando ha imparato a scrivere, da una decina d’anni è anche medico ed espatriata. Sogna, un giorno, di riuscire a narrare le storie dell’emigrazione moderna, dei cervelli in fuga, dell’Africa che ha conosciuto e dei giovani che sopravvivono come possono (magari tutto nello stesso romanzo!). Nel frattempo si accontenta di sperimentare e affinarsi con brevi racconti.
Cronache da un anno italiano è il suo primo romanzo pubblicato.

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