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Mi chiamo Marie Antoinette e lavoro al bar del circolo. Sono una delle cameriere, una di quelle creature invisibili costrette a correre avanti e indietro con le mani i pegnate da vassoi pieni di cibo e bottiglie di acqua e vino. 

Nei giorni di festa sappiamo che è più dura perché la mattina ci sono le gare sulla Senna e i canottieri dopo vengono a mangiare con le donne che li hanno applauditi per la loro forza e velocità. 

Le donne indossano i vestiti della domenica, hanno pettinature perfette e lasciano scie di profumo. 

Anche gli uomini sono ben vestiti e sfoggiano i loro alti cappelli. Ma non i canottieri, a cui basta esibire i muscoli una volta finite le loro imprese sull’acqua per suscitare l’interesse delle signore.

Queste giornate sono molto faticose. Si inizia a lavorare presto e non si sa mai quando si finisce. Dai tavoli chiamano in continuazione. Chi vuole la frutta fresca, chi altra acqua, chi chiede il vino o un buon cognac per finire in bellezza. 

E noi corriamo, portando in cucina i piatti sporchi e mettendo sui tavoli le nuove ordinazioni. Ogni tanto qualcuno allunga una mano ma questo non vuol dire che ci vedono. Anzi, direi che lo fanno proprio perché non contiamo niente. Siamo solo delle serve. Vorrei vedere se si provassero a farlo con una delle loro amiche con quei bei cappellini e i colletti di trina.

Quando sei stata dietro ai tavoli non pensare di aver finito. Resta sempre da affrontare il padrone, un ometto lamentoso con dei baffetti ridicoli che si dà delle arie da grande imprenditore. E allora ti comanda a bacchetta, ripete a tutte noi che battiamo la fiacca e ci promette di dimezzarci la paga. Forse pensa di farci paura. 

Poi c’è da discutere con quelli della cucina, che son pronti troppo presto e non c’è nessuna a prendere i piatti, e poi quando siamo li i piatti non son pronti e dobbiamo aspettare mentre il padrone ci urla di muoverci che c’e gente che aspetta e che prima di andare sul lastrico per colpa nostra ci richiede indietro tutti i soldi che ci ha dato. Immeritati, dice lui.  

Alle volte penso che invece di stare ad aspettare fuori dalla cucina mi piacerebbe stare un po’ più di là, insieme ai signori. Vorrei sentire i loro discorsi, gli scherzi che fanno alle donne e le battute argute di rimando. Vorrei vedere meglio i loro vestiti e i nastri e i cappelli. E invece devo dare solo occhiate veloci e ascoltare parole al vento che non fanno un discorso intero. 

Un giorno Gremondine, una che è arrivata dopo di me, si è fermata ad ascoltare la conversazione a un tavolo e si è permessa anche di dire qualcosa. Io non l’avrei fatto, ma lo stesso non mi pare una cosa così grave. Nemmeno i signori si sono preoccupati più di tanto. Invece il padrone, che l’ha sentita perché la teneva d’occhio, le ha detto che per quel giorno aveva finito e che non le avrebbe dato nemmeno un soldo.

Lei è corsa fuori piangendo. Noi non le abbiamo potuto dire nemmeno una parola perché sarebbe successo lo stesso anche a noi. 

Quando avrò messo abbastanza soldi da parte, giuro, mi licenzio e me la faccio anch’io una colazione come si deve. Magari proprio qui. Voglio levarmi questa soddisfazione e vedere il padrone strabuzzare gli occhi senza poter dire nemmeno una delle frasi che gli piacciono tanto. 

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