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Succhiava dalla cannuccia della Coca Cola troppo gassata per dissetarlo. Come facevano a mettere così tante bolle? E perché si ostinava a berla? Avrebbe potuto ordinare qualsiasi cosa ma dal giorno dell’incidente, tutto gli fregava molto poco. Basta, era imbevibile. Se la mise tra le gambe e diede una spinta alle ruote della carrozzina. La fermò e imitò un gesto di polso, come i giocatori della pallacanestro, quelli alti alti, che potevano saltare, mentre lui, lì seduto, lo sarebbe stato per tutta la sua vita. Canestro. Bene, qualcosa di positivo era riuscito a fare in questa giornata. A casa aveva le sue abitudini ormai. Nessuno lo rompeva più con fastidiose facce imbarazzate. Erano passati mesi, la sua macchina accartocciata sulla statale era ormai solo più un ricordo sbiadito ai più. Amici, familiari tutti così cortesi e accondiscendenti. Nessuno che gli avesse dato un pugno in faccia. Perché è quello che avrebbe voluto ricevere, un bel pugno in quella faccia grassa e stupida. Perché lo era, e se lo era meritato. A fare il coglione con la sua macchina, portata dal meccanico per elevarne la potenza. Non era una vittima, una di quelle che vanno compatite perché messe sotto. La madre della ragazza dell’altra macchina, sempre accartocciata sulla stessa statale, quella che aveva visto all’ultimo momento durante i suoi sorpassi, lei lo era. Entrambe lo erano. E forse lei avrebbe potuto. Ci aveva sperato fino all’ultimo, le sue mani tramavano, ma era troppo assuefatta dal dolore della perdita. Alla fine, se l’era dovuto dare da solo. Più di uno. Si guardava allo specchio della sua bettola fino a che la mano non grondò sangue dalle nocche. A chi gli chiedesse cosa avesse fatto alla sua faccia rispondeva che era caduto dalle scale. Banale. Neanche le aveva, le scale, la sua casa. E stava al piano terra. Era proprio stupido, non riusciva neanche a inventare delle balle decenti. Un giorno, un suo amico gli regalò una macchina fotografica.
“Che cazzo è?” gli aveva chiesto. E alla sua risposta che faceva le foto, lui rispose sempre con un “Che cazzo, grazie”. L’avrà capito il tono sarcastico? pensò, mentre quello scemo se ne andava. Andare a fare foto. Non aveva voglia di uscire, figuriamoci andare in giro a fare foto. Accanto al divano non seppe bene il motivo ma si ricordò di quell’episodio. Forse perché la camera era ancora lì, dove l’aveva buttata settimane fa, tra i cuscini giallo sbiaditi.
La prese in mano, era una Kodak.
“Che cazzo” pensò di nuovo. “Al diavolo”, se la mise tra le cosce e andò fuori. Scattò qualche foto tra i viottoli. Molta gente lo notò tra cui un piccolo moccioso con una mountain. Sgommò fermandosi a pochi centimetri da lui.
“Fai foto?”
“Scatto foto, sì” precisò.
“Fai vedere”
Porse tra le sue manine la Kodak: “Attento, però”
“Tranquillo”, il bambino strizzò un occhio per vedere dentro la camera con l’altro.
“Devi modificare qualcosa”
“Perché?”
“È esposta”
“E tu che cazzo ne sai?”
“Mio padre è fotografo”
Lo guardò. Sembrava immune ai suoi trattamenti insopportabili che molta gente gli aveva rinfacciato. Anche in sedia a rotelle. Ogni giorno, dalle due del pomeriggio alle cinque e mezza di sera assieme al bambino andava in giro a fare foto. Lui lo seguiva con la bici e rallentava quando vedeva che lui nella sedia, si sforzava troppo. Era sveglio. Ne sapeva di fotografia, grazie a lui le foto erano migliorate.
Imprecava di meno, il suo tono divenne meno insofferente, i parenti e gli amici tornavano più spesso a trovarlo. Sorrideva di più.
Quel bambino lo salvò. Da quel momento non si sentì più inutile. Lui faceva foto.

Qualche informazione su marcoarcangeli

Nato e cresciuto a Torino, attualmente lavoro a Reggio Emilia e vivo a Parma. Sono una persona che parla poco, forse è per questo che scrivo. Traggo le storie spesso dalle mie vicende personali, di solito usando metafore. Lo faccio sin da bambino, anche se nella vita lavorativa ho intrapreso una carriera tecnico scientifica: ingegnere dal 2016, laureato al Politecnico di Torino. Oltre alla scrittura pratico da sempre anche lo sport, ho fatto un po’ di tutto, mi interesso inoltre di fotografia e mi piace molto la natura, appena posso fuggo dalla città.

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