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C’è una cosa che lo colpisce sempre, in queste circostanze.

E’ qualcosa di ridicolo, perché sa che dovrebbe sentirsi in colpa ed essere più cauto in quello che fa.

Entrare in una fogna a due passi dal Colosseo, raggiungere un pedofilo protetto dal Regime e ammazzarlo a sangue freddo mentre stai combattendo una guerra per Roma è una cazzata, e lui lo sa bene.

Dovrebbe sentire senso di responsabilità, invece sente solo la voglia di scatenarsi.

“Tu lo sai, vero, che questa cosa è da corte marziale?”.

Arperi parla, e quando Arperi parla così significa che lo hai fatto davvero incazzare.

Arperi rispetta Closardi, lo rispetta davvero, ed è per questo che è tanto incazzato, sì.

“Dante?!”.

Lo sbirro scosse il capo, riportato alla realtà da quelle parole.

Adesso guardava di nuovo il suo diretto superiore dritto negli occhi, e sospirava, preso in contropiede.

E annuiva senza forze.

“La bambina sta bene?”.

È tutto quello che ha da dire.

“Oh cazzo!”.

Arperi si alzò, andando veloce verso la finestra dell’ufficio.

L’altro lo guardò affacciarsi sull’hangar sotto di loro, da dove partivano i trasporti per Balzo. Adesso tratteneva appena la rabbia, e si appoggiava alla parete senza forze.

“Io.. io non posso credere che il mio uomo di punta faccia cazzate del genere!”.

Lo guardò di nuovo negli occhi, rapido.

Dio, dopo le sue parole Dante Closardi non si era per niente sentito in colpa, o fatto meno calmo.

Lo osservava senza neanche sentire il bisogno di giustificarsi.

Era sempre stato folle e senza speranza, fin dal primo giorno che lo aveva conosciuto.

Quando era arrivato insieme alla sua famiglia.

Ma sperava che almeno in una circostanza del genere si rendesse conto di quello che aveva combinato.

“Insomma hai deciso di tenerti tutto dentro e di non dire niente… complimenti, un modo di fare davvero maturo…”.

“Cambia qualcosa se tento di giustificarmi?”.

“Che hai detto?!”

“Cambia davvero qualcosa se tento di giustificarmi? Dico, ora, a cose fatte, di fronte alla tua incazzatura… che cambia? Ho fatto quello che credevo avrebbe portato a un vantaggio per tutti. Quello non si sarebbe fermato, qualcuno doveva farlo”

“Non sei tu l’eroe, in questa città. Non è compito tuo fermare assassini, ladri e pedofili. C’è qualcun altro per quello”

“Al momento non è qui. Ha una guerra da combattere, non può sostenere il peso di un’altra… quello è compito nostro”

“Il nostro compito è proteggere gli uomini, le donne e i bambini che proteggiamo qui sotto. Nient’altro, nessun atto di giustizia, nessun eroismo!”.

Dante Closardi continuò a stare calmo.

E il generale Arperi a credere che in fondo non volesse altro che suicidarsi in modo creativo, perché non c’erano altre risposte a quel tipo di comportamento. Era fatto così. Era pazzo.

“Ci sono altri che ci proteggono, non te…”.

“Quando le persone che si affidano a noi cominceranno a farsi giustizia da soli contro Bestie, negromanti, criminali e uomini del regime, allora ne riparleremo”.

Dante Closardi si era alzato, e ora andava verso la porta dopo aver raccattato la pistola.

Se l’era già rinfilata nella fondina, e aveva già la mano sulla maniglia.

La porta si apre, ed Elena è già lì davanti, nel corridoio metallico al sesto piano interrato.

Braccia conserte, sguardo preoccupato su di lui.

Merda.

“Dante”.

Quando Arperi lo chiamava per nome e con quel tono significava che “non era finita”.

Poteva voler dire molte cose, e lui aveva ben chiaro che adesso veniva il bello.

Arperi era tanto veloce a riprenderlo quanto pronto a usarlo al momento giusto.

Dante chiude gli occhi, sospirando.

“Sì?”.

“Torna dentro. Dobbiamo parlare”.

Gli occhi di Elena si fanno rassegnati.

Torna quella fitta al cuore, quella che non riesce a controllare.

La porta si chiude di nuovo.

Il soldato afferrò il tablet olografico e lo attivò.

La foto che comparve era brutta.

La foto del cadavere immerso nel sangue.

Ci mise qualche secondo per capire che erano tre. Tre corpi nel sangue. Uno molto piccolo.

“Ascoltami, per quanto io creda che tu abbia fatto una cazzata, a qualcuno al sud sta bene quello che stai facendo qui”.

Sangue.

Sangue ovunque.

Colpi d’ascia.

Uomo-donna-bambino.

“Chi ha fatto questo?”

“Secondo te?”.

Alzò lo guardo sul suo superiore, sospirando.

“Un infettato…”.

Lo sbirro trema. Sa cosa vuol dire.

“Follia…”

“Esatto. Il tuo compito non è certo trovare il Vettore, ma…”

“Fermare chi ha fatto questo” concluse lo sbirro, restituendo il tablet.

Il soldato deglutì, stringendo i denti; adesso ogni suo dubbio sul suo operato sembrava scomparso. Forse gli piaceva lo sguardo interessato che lo sbirro aveva. O più probabilmente aveva davvero bisogno di lui. In ogni caso la situazione era migliorata.

“Ti mando il fascicolo. Buona lettura e in bocca al lupo”.

Non era la prima volta che vedeva l’orrore in tutta la sua schifosissima forma, o che uccideva per fermare qualche mostro. Del resto, anche il pedofilo era stato un mostro da fermare.

Mostri da bloccare con le cattive, uccidendo.

Uccidendo e non solo.

Lo sbirro apre la porta, di nuovo.

Quella notte sarebbe stata di caccia.

“Ehi…”.

E sua moglie lo guarda.

Ha sentito tutto.

Gli sorride.

“Vai, andrà tutto bene!”.

Si sente uno schifo.

Ma no, non può dirlo.

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Due cose su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

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