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L’intervista di oggi è stata effettuata via mail, per cause di forza maggiore: Salvatore Improta,

Foto Salvatore Improta

Salvatore Improta allo Scriba Festival, che si è tenuto a Bologna nei giorni scorsi

autore di Brucia, che potete trovare sul nostro store, abita infatti a Bologna, dove vive con la sua famiglia da anni.

L’abbiamo incontrato dal vivo soltanto una volta, a Roma, durante una riunione di redazione alla quale è riuscito a partecipare grazie alla concomitanza di una sua trasferta di lavoro romana.

Eppure, quel solo incontro è bastato per darci l’idea (o, per meglio dire, confermarcela) che Salvatore Improta è davvero una persona da scoprire (e da leggere): alla mano, dai mille interessi, interessata veramente a parlare del suo amore viscerale per la scrittura.

Il suo Brucia è un romanzo ambizioso, costruito con il preciso obiettivo di sorprendere il lettore attraverso una trama intricata e ricca di colpi di scena, pur essendo, “semplicemente”, il racconto di una grande storia d’amore. E leggendolo ci ha entusiasmato, dandoci l’idea di trovarci davanti a un autore davvero in gamba.

Ecco perché, già nel momento in cui abbiamo formulato le domande da fargli durante questo incontro virtuale, sapevamo già che le sue risposte non ci avrebbero deluso.

E così è stato.

Brucia è la tua prima pubblicazione e da quello che abbiamo capito è un progetto che ti ha portato via un bel po’ di tempo e di energie, oltre a essere importante per te. Come è nato e come l’hai sviluppato?

Salvatore: Brucia, per restare in tema, mi arde dentro da oltre 10 anni, anche se non è il primo libro a cui ho lavorato (il primo per ora è in un cassetto virtuale in tacita attesa). I primi file di quello che all’inizio si chiamava Across the life, sono datati 2006 ma hanno radici anche più antiche. L’idea nasce sulle ceneri di un racconto breve (divenuto Cicatrici su Geeko Editor) che inizia a circolare nei miei appunti nel 2004. Mi apprestavo ad entrare nell’età adulta e per la prima volta mi trovavo ad affrontare temi quali la paura della morte e quella della perdita di memoria. Dovevo dissacrarli, parlandone e scrivendo di loro. Ma decisi di non farlo in prima persona, bensì di lasciarlo raccontare a qualcun altro per conto mio (Andrea e Gioia). Il testo è diventato così un contenitore di emozioni. Alcuni giorni scrivevo anche cento pagine e poi per mesi interi non mettevo giù neppure una virgola. A marzo 2008 però il testo aveva assunto una forma molto simile a quella attuale. Lavorarci, quando sentivo il bisogno, mi rilassava e così, non avendo necessità editoriali, riscrivevo interi capitoli, li rivedevo, li modificavo, inserivo e tagliavo personaggi e ambientazioni. Poi ho detto basta. Brucia era cresciuto e doveva camminare con le proprie gambe. Ho così messo giù un’ultima revisione. È iniziato così a circolare tra poch

Copertina di Brucia

La copertina di Brucia.

issimi intimi amici (auto-stampato nel 2010 e nel 2015). Durante la primavera del 2017 ho incontrato Geeko ed il resto è…questa intervista.

Domanda banale, banalissima: c’è qualche elemento autobiografico?

Salvatore: La domanda, che per te sembra banale, per me è difficilissima. È difficile rispondere senza svelare nulla del libro. Ci provo. Diciamo che c’è più di elemento autobiografico. Questi (gli elementi autobiografici) sono spalmati in molti personaggi. Uno dei protagonisti invece esiste davvero, e si chiama proprio così e ha tormentato buona parte della mia gioventù (Alba di Geeko che ha curato l’editing del libro sa chi è…). Negli altri protagonisti invece sono presenti molte tracce autobiografiche: qualcuno ha visto qualcosa che ho visto io, ha detto qualcosa che ho detto io o le persone a me vicine, ha letto, toccato, sfiorato, sentito, vissuto quanto fatto da me e dai miei cari. Ho risposto? Spero di si!

Si tratta di un romanzo difficilissimo da catalogare. Ha sia elementi realistici sia fantastici, e rimandi a vari generi. Come lo definiresti? Lo inseriresti in un genere oppure no?

Salvatore: Brucia è sicuramente un romanzo di formazione. Tutti i personaggi cambiano le loro vite durante le pagine, entrando nell’età adulta con il loro carico di domande; per la prima volta si trovano ad affrontare scelte dolorose e decisive; a tratti sono fragili ed insicuri, mostrando nel tempo carattere e personalità (quando necessario, anche capaci di essere stoici). Sono molto affascinato dalla scrittura di Paul Auster e in alcune vertigini narrative di Brucia lo si può chiaramente ritrovare. Wikipedia pone la sua scrittura nel postmodernismo, parlando anche di trascendentalismo e di esistenzialismo. Sono termini davvero troppo, troppo impegnativi per il mio libro. Non riesco a inserirlo in un genere unico (come hai detto anche tu, a tratti c’è del fantastico tinto di giallo). Senza superbia mi piace dire di essere vicino al filone moderno americano di Safran Foer ed Eggers, che sempre Wikipedia definisce Realismo Isterico (e di essere non troppo distante dalla scrittura dei primi Ammaniti e Brizzi).

Brucia è un romanzo che si basa su molti elementi, fra i quali un’attenta ricostruzione della geografia e delle atmosfere delle città che fanno da sfondo al romanzo. Puoi parlarci un po’ di queste ricerche e di come influiscono sul processo creativo?

Salvatore: Avere piena coscienza delle location in cui si svolgeranno le storie mi permette di far muovere i personaggi senza forzature. Nel caso di Brucia, ho cercato di riprodurre, nella mia mente, lo spazio in cui avveniva la storia. L’ho fatto recandomi in ogni posto descritto nella storia. Toccavo con mano le porte, respiravo l’aria, sentivo i rumori delle strade, mi perdevo nelle nebbie. Camminavo sulle moquette degli alberghi e negli androni chiusi dei palazzi signorili (suonando al citofono fingendomi un postino o un tecnico dell’acquedotto). Ho visto tutti gli spazi: gli autobus affollati, i portici durante la pioggia, i bar e le case dei protagonisti. Conservo ancora le chiavi di un vecchio appartamento in cui ho vissuto. O meglio, quelle del portone e del terrazzo al nono piano, da cui si può vedere tutta Bologna. Tutto ciò veniva appuntato in file o pagine ‘giallognole’ di Moleskine e poi confluiva nelle storie. Quando percorro una via descritta nel libro, ho ancora l’impressione di scorgere Andrea e Gioia.

Tu sei napoletano  di nascita, ma hai ti sei spostato per necessità lavorative. Tuttavia dal romanzo si evince un forte amore per Bologna e Ferrara, tue città di adozione. Ce ne vuoi parlare?

Salvatore: Per un napoletano lasciare la propria terra è un dolore immenso. Siamo molto legati a tutto ciò che costituisce il nostro territorio, spesso martoriato. È un cordone ombelicale che non si spezza. Da adolescente dicevo che non avrei mai lasciato Napoli, che avrei provato in tutti i modi a restare. Ma Napoli da’ e Napoli toglie. Così spinto da cocenti delusioni sociali sono emigrato, senza troppe resistenze ma con una buona dose di insoddisfazione. Ferrara prima e Bologna poi. Due città troppo grandi per essere paesi e troppo piccole per essere metropoli. Mi hanno adottato. Ferrara è stata la culla, Bologna lo svezzamento di un giovane Italiano. Le ho conosciute come conosco Napoli, tra la gente del posto con i loro accenti e dialetti diversi, che non saprò mai parlare come il mio, ma che un po’ ho imparato a comprendere. In merito a questo c’è una cosa che mi piace tanto (e a momenti alterni mi da fastidio da morire). A Bologna dicono che si sente che sono di Napoli, che non ho perso l’accento. Qualcuno spesso lo sottolinea. A Napoli dicono che sono diventato settentrionale, che ho perso la malizia partenopea e che delle volte tiro fuori dei termini nordisti. Ne dico un’altra, che mi da’ meno fastidio e mi fa ridere: a Bologna dicono che si capisce che sono napoletano da come guido, mentre a Napoli dicono che non so guidare più.

Il tuo romanzo vive del rapporto con la musica, con le canzoni, con il loro ritmo: riesci a raccontarci il modo in cui musica e scrittura si incontrano nella tua opera?

Non c’è stata alcuna forzatura nel testo. Le canzoni delle volte erano già lì, chiare, prima ancora delle parole, in altri casi venivano fuori durante la scrittura. Uno dei miei capitoli preferiti si chiama Yes, I know my way. Io conosco la mia strada. È un brano di Pino Daniele che dice: metti i bambini al sole perché devono capire dove fa freddo e dove c’è più calore. Ecco, la musica in Brucia (e non solo, è un qualcosa di ricorrente in tutto ciò che scrivo) è un tutt’uno con la fiction. In fondo ogni momento della mia esistenza (famiglia, affetti, delusioni) è segnato da una canzone. Tanto che non saprei dire qual è la mia canzone preferita. Per ogni fotogramma della mia esistenza c’è un brano. E così è stato anche per Brucia.

Veniamo al punto fondamentale: la scrittura! Il tuo è (anche) un romanzo sul processo creativo di due scrittori, e sul modo in cui curano le loro opere. Da quanto scrivi? Hai scritto sempre e solo racconti e romanzi come Brucia?

Scrivo da quando ho iniziato a scrivere, non precoce, avevo 6 anni. Scrivevo microstorie, principalmente fantastiche (negli anni ’80 i robot giapponesi andavano per la maggiore). Usavo una biro di colore diverso per ogni rigo, in giro a Napoli deve esserci ancora qualche quaderno, di quelli spessi più di un centimetro, pieno di errori ortografici contornati di storie. Crescendo non ho mai faticato a scrivere. Diari malinconici, lettere sdolcinate alle mie amiche, poesie (non erano un granché, ho presto lasciato perdere), testi di pessime canzoni. Poi sono arrivati i primi blog – finalmente. Che scoperta! Il primo deve essere stato nel 2001. www.inverosimilmente.blog.tiscali.it. Mi permetteva di scrivere qualunque cosa e di veicolarlo con un link. Nei blog la migliore forma narrativa è quella che solitamente prediligo: il racconto breve. Molti mie racconti brevi e molte altre storie hanno le caratteristiche di Brucia. I personaggi vivono ‘pezzi’ della mia vita (o di quella di miei cari e amici o semplici sconosciuti) che poi si aprono in contesti diversi. Esistono davvero l’amica celiaca e il suo tormentato spasimante, il conoscente che di mestiere fa il custode notturno del cimitero o il cugino assetato di gioco. Due nonni su quattro hanno perso la memoria durante la senilità, tema tra quelli di Brucia. Con Geeko Editor invece mi sono cimentato per la prima volta nell’horror, anche se il racconto che evocava solo suggestioni. Adoro King e la sua scrittura, ma credo che la mia cifra stilistica sia attualmente nel racconto/romanzo che scende nell’anima, nell’intimo dei personaggi. Anche il libro custodito gelosamente nei file (a cui spero presto di lavorare) pur essendo ambientato nel dopoguerra ha la stessa caratteristica.

Il nostro incontro con Salvatore al Caffè Letterario di Roma, qualche mese fa.

Domanda di rito: a chi consiglieresti Brucia? Qual è il tuo lettore ideale, se c’è?

Sono in imbarazzo, lo consiglierei a tutti. Dovendo scegliere lo consiglierei a chi ama perdersi nella lettura ed immedesimarsi in personaggi caratterialmente forti. Avendo una venatura noir non dovrebbe dispiacere a chi ama il giallo. In fine credo che sia un libro senza età, potrebbe piacere agli adolescenti, ricordare l’adolescenza agli adulti, omaggiare i figli di genitori ormai sessantenni. Di certo mi piacerebbe rispondere alle curiosità che potrebbero nascere, svelando i retroscena di una storia che Brucia.

Ringraziamo di cuore il nostro Salvatore, che ci ha permesso di conoscerlo meglio.

Se quest’intervista in merito a Brucia vi ha intrigato, vi ricordiamo di seguire la pagina Facebook dedicata al romanzo, che potete acquistare qui.

Per maggiori informazioni sul romanzo vi invitiamo invece a seguire i nostri canali di comunicazione: prestissimo avremo succose novità a proposito di un’interessante iniziativa promozionale per Brucia.

Stay tuned, quindi

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