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La nascita di Federico rappresentò la fine del matrimonio e della felicità per i due genitori, Sofia e Alberto. La madre infatti, a seguito di quell’evento così convenzionalmente gioioso, entrò in un profondo stato di depressione che la portò ad impazzire, aprendo le porte all’ira e al rancore verso il mondo esterno. Ma non solo, perché iniziando ad odiare tutti i sentimenti positivi, intangibili ma facilmente associabili a comportamenti umani, lasciò libera la rabbia di farla consumare fino allo stremo. Per molti anni suo marito aveva tentato di starle vicino, di fare qualcosa per quella donna ormai molto più simile a una bestia che a un comune essere umano, ma senza successo. Aveva provato davvero di tutto, viaggi, psicologi, farmaci di ogni tipo, ma non vedendo risultati e non sapendo più cos’altro fare si arrese. Alberto, innamorato di quella donna una volta speciale ma che ormai non esisteva più, non resse a quella situazione ormai insostenibile e decise di fuggire. Non prima però di aver avvertito le autorità. Autorità che, purtroppo, per molto tempo non si fecero vive.

Al momento della fuga di Alberto, il figlio aveva da poco compiuto 6 anni.

Federico si sentiva profondamente responsabile dell’evento e il motivo ovviamente andava ricercato nei comportamenti della madre che avevano trasformato il bambino nel capro espiatorio perfetto.

Ormai non c’era più nessun padre a difenderlo, Federico era a totale disposizione della rabbia materna, un corpo da insultare e malmenare in ogni momento senza la capacità e gli strumenti adatti per ribellarsi.

Un pomeriggio come tanti madre e figlio si trovavano nel soggiorno della loro villetta. Sofia, ormai priva di ogni briciolo di umanità, se ne stava seduta nel soggiorno a fissare il vuoto tra escrementi di numerosi gatti e mobili sudici coperti di polvere.

Nel piatto del vecchio giradischi ereditato da chissà quale vecchio parente suonava un jazz di Billie Holiday, donando all’ambiente un tocco vintage che mal si addice a un ambiente così inadatto al genere umano, e Federico se ne stava accovacciato a canticchiare sommesso.

Quando era sicuro di non essere visto quel bambino così infelice scrutava di sfuggita il mondo fuori attraverso la finestra, stando comunque ben attento a non farsi scoprire dalla possessiva madre. Se fosse stato visto a sognare una vita al di fuori di quelle quattro mura solo Dio sarebbe stato a conoscenza di quale diabolica punizione avrebbe subito.

Si era già conquistato un setto nasale deviato una sera che era stato trovato in giardino a giocare. La paura lo corrodeva dentro, mai più avrebbe messo a rischio la sua incolumità. Gli era stato imposto che il mondo fuori era cattivo, solo gli insulti e le percosse della madre l’avrebbero protetto. Federico era un bimbo, l’aveva accettato.

A un certo punto, verso la fine della canzone, citofonarono alla porta. Federico, evidentemente sovrappensiero, andò ad aprire. Grave errore. La madre, lanciando un urlo terrificante, corse verso di lui e gli tirò una sedia in pieno volto. Il bambino, a terra grondante di sangue, non ebbe la forza di piangere e guardò impaurito la signora che aveva appena citofonato.

  • Visto cosa mi hai fatto fare? Stupido! Vai in camera tua! – Gridò la mamma

Il bambino scappò al piano di sopra lasciando libera Sofia, trasformandosi improvvisamente in una dolcissima signora, di parlare con la signore signora

  • Salve, scusi mio figlio. A volte è proprio maleducato. Gli avrò detto mille volte di non parlare con gli sconosciuti.

La signora era visibilmente scossa.

  • Ma scusi – chiese turbata la signora – ma è solo un bambino, perché lo tratta così?
  • Non si permetta – scurendosi in volto – di darmi lezioni di vita. Il figlio è mio e me lo gestisco io. Se voglio che parli solo con me, lei non deve azzardarsi a contraddirmi.
  • Non si arrabbi – Disse la signora tentando di mediare – Sono qui perché le vorrei parlare.
  • Che vuole da me?
  • Sono dei servizi sociali. Mesi fa abbiamo avuto diverse segnalazioni.
  • Servizi sociali? – Sofia iniziò a gridare rabbiosa – Che vuole da me? E’ quello stronzo di mio marito che la manda?
  • Stia calma, mi faccia entrare…

Sofia le fece segno di entrare con le mani. La signora dei servizi sociali entrò con fare disgustato alla vista di quell’ambiente cupo, intriso di odori nauseanti ed escrementi ovunque. Trattenendo a fatica i conati e rifiutandosi di sedersi per ovvie ragioni di igiene andò subito al sodo.

  • Signora, sarò breve. Suo figlio deve venire con me. ORA! – Senza rendersene conto aveva caricato di drammaticità quell’ultima parola.
  • Cosa vuole da mio figlio. Lui non si muove da qui.
  • Ovviamente se ne renderà conto da sola, un bambino non può vivere in un ambiente del genere…

Presa da quella rabbia poco umana che in quegli anni l’aveva contraddistinta, corse in cucina per prendere un grande coltello.

  • Lei adesso se ne va, altrimenti la uccido!
  • Mi scusi – La signora dei servizi sociali era visibilmente terrorizzata – non faccia gesti avventati, discutiamone…
  • Non c’è niente da discutere!

Sofia si lanciò verso l’ospite e iniziò a trafiggere senza pietà il suo corpo. Prima una coltellata al petto, poi a lacerare la gola. Il tutto con una freddezza sconvolgente. Una volta estratta l’arma continuò ad infierire, stavolta all’altezza del cuore. Ripetutamente e senza alcun tipo di remora nei confronti di quel corpo ormai privo di vita.

Fermatasi per la stanchezza, Sofia riuscì soddisfatta a contare 16 coltellate.

Federico, agghiacciato come mai nella sua breve vita, aveva appena osservato di nascosto tutta la scena sbirciando dalla cima delle scale. Cosa aveva fatto la mamma, si chiedeva, e perché era arrivata a tanto?

Molta confusione regnava nella sua testa ma una cosa gli era ben chiara. Se fosse stato scoperto fuori dalla sua camera come gli era stato ordinato forse avrebbe fatto la stessa fine di quella signora. E quindi sgattaiolò in camera sua sperando di non essere visto.

Qualche minuto più tardi Sofia raggiunse il figlio nella cameretta.

  • Federico. Hai visto cosa hai combinato? – Lo rimproverò tirandogli un ceffone.
  • Scusa mamma – Rispose rassegnato – Che cosa ho fatto? Stai bene?
  • No che non sto bene! Delle persone cattive vogliono portarti via da me. Ma tranquillo, non succederà. Noi due saremmo sempre insieme!

La mamma abbracciò violentemente Federico e corse via piangendo in maniera plateale.

Il bambino, che nel giro di pochi secondi si era preso uno schiaffo e un abbraccio, si sdraiò nel suo letto sporco e si addormentò.

Al suo risveglio, qualche ora più tardi, uscì impaurito dalla camera e di soppiatto scese le scale per andare in soggiorno. E poco vicino al cadavere di quella signora vide la madre attaccata ad un cappio penzolare a mezz’aria. Si era suicidata.

La notte fu molto caotica in quella casa. Polizia ovunque, infermieri davanti a dei cadaveri, curiosi provenienti da tutto il quartiere di fronte alle transenne. Federico se ne stava nel giardino in disparte, supportato da un paio di psicologi, a rispondere a infinite domande e a respirare di nuovo aria pulita. Per un bambino di 6 anni tutto quel caos poteva essere fonte di profondo disagio quindi erano tutti particolarmente carini e buoni con lui. E tutte quelle attenzioni così premurose stavano iniziandogli a piacere.

Com’era possibile, si chiedeva interiormente, la madre, la donna che lo aveva messo al mondo, era appena deceduta e lui invece di soffrire fino allo stremo iniziava a provare senso di appagamento? Questo ovviamente lo faceva sentire un mostro, doveva dormirci sopra. Gliel’avevano detto gli psicologi, i grandi, doveva essere per forza vero.

Federico, sempre accompagnato da un sacco di adulti premurosi, fu portato all’interno di una casa famiglia e fatto alloggiare provvisoriamente in una bella camera pulita e ordinata.

Si addormentò e quelle che seguirono furono ore piacevoli.

Nel cuore della notte però il rumore di un bicchiere rotto lo fece svegliare di botto. Il bambino cercò di sconfiggere il buio, tentando di trovare l’interruttore della luce e capire l’origine di quel rumore, ma da lì a breve avrebbe capito tutto.

Dal fondo della stanza una piccola fiammella comparve dal nulla, iniziando dapprima a volteggiare nell’aria per poi prendere lentamente forma.

Era lo spirito di Sofia.

  • Mamma, sei tu? – Chiese terrorizzato tentando di proteggersi con la coperta
  • Sì, sono io.
  • Ma te sei…sei morta! Ti ho visto!
  • Volevano portarti via da me…

Federico non riusciva, tanto forte era lo spavento, a continuare quella spaventosa discussione.

  • La vita fa schifo. E io sarò sempre qui a ricordartelo. Non ti abbandonerò mai! Ovunque tu vada io ti osserverò, sempre pronta ad apparire per ricordarti quanto tu non valga nulla!

Da fuori la stanza alcuni rumori di passi interruppero quel discorso, lo spirito della madre si ritrasformò in fiammella per svanire nel nulla.

Delle donne entrarono di corsa allarmate nella stanza, avendo udito degli strani rumori, ma non videro nulla di sospetto. Solo il bambino nel letto, con gli occhi lucidi a guardare nel vuoto, in preda a una non visibile rassegnazione.

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Due cose su Francesco

Francesco Curti nasce nel 1984 a Bracciano, paese pieno di baretti alle porte di Roma.

Cresciuto tra Master System, scout e musica punk, passa gran parte della sua adolescenza a suonare il basso nei peggiori locali della contea e a sognare un futuro da nomade digitale. Oltre a nutrirsi in maniera ingorda di tutta la cultura pop anni '80 (e un pochino di quella degli anni '90 ma giusto qualcosina perché, ricordiamoci sempre, quelli erano gli anni delle terribili boyband) che comprende film, musiche e libri di inarrivabile bellezza.
In seguito si laurea in “Lettere e comunicazione”, all'epoca andavano di moda 'sti mischioni tra facoltà che facevano tanto figo, e passa da un lavoro all'altro dimostrando una forte predisposizione al lavoro di squadra e al farsi pagare in visibilità.

Nel 2015 si concede una lunga parentesi australiana e proprio durante questa esperienza Francesco decide di narrare le sue vicissitudini attraverso un blog, diaridiburro.wordpress.com, che gli darà un sacco di soddisfazioni e lo farà litigare con un cinese.

Nel 2017 Francesco Curti va a vedere i Guns'n'Roses.

Favole felici per bimbi bravi vol.1 è la sua prima opera pubblicata. Come suggerisce il titolo stesso, Francesco sta lavorando alla seconda parte.

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