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Trascino la valigia pesante arrancando sotto al sole. Ed eccolo lì, lo vedo apparire in fondo alla via. Solo per ammirare un tale spettacolo, mi dico, ne è valsa certo la pena.

 

Roma, qualche  giorno prima.

 

Il lunedì mattina non voglio mai alzarmi. E chi lo vuole, mi direte? Nessuno. E’ vero. Ma in questo caso patologico, il discorso è un po’ più complesso.  La mia casa è un nido caldo dove trovo rifugio da tutto ciò che mi spaventa e ferisce. E se dovessi fare una lista di quel “tutto ciò che mi spaventa e ferisce”, credo che finirei per scrivere un romanzo, più che un racconto. Non importa cosa sia successo in giornata, o nell’ultima settimana o mese: quando sparisco sotto al piumone arancione  con le paperelle, tutto si fa più leggero. Mi fa tornare in mente quella che ero nella spensieratezza infantile. Nuvole di carta e zucchero filato dentro al mio cuore.

A vent’anni il mondo dovrebbe essere un’incognita tutta da scoprire, con entusiasmo per giunta. O almeno questo è quello che ho sentito dire. I miei coetanei aspettano il sabato sera per ubriacarsi. Non è certo un comportamento esemplare, ma so anche che in questa critica, in fondo, affiora una punta d’invidia. In effetti la cosa più entusiasmante che abbia fatto fin’ ora credo sia stata rischiare una bocciatura in quinto superiore. Per le assenze, mica per altro. Neanche a dire che marinassi la scuola. Semplicemente, stavo a casa, e lì vi trascorrevo lunghe, interminabili giornate. Ricordo mia mamma disperata che mi diceva di crescere e affrontare la vita. Questa cosa non l’ho mai accettata: crescere, una parola troppo impegnativa che rimbombava in maniera assordante nella mia testa. Ricordo anche quando ho iniziato a frequentare le sedute con la psicologa. Pensavo di essere diventata matta.

Suona il citofono. E’ decisamente giunto il segno divino che alle 12 passate sia arrivata l’ora di buttarmi giù dal letto. Mi correggo: più che segno divino, direi che è solo il postino. Solita roba da pagare per i miei. Ma tra bollette e scartoffie pubblicitarie, intravedo il mio nome. Sìssignore, proprio il mio. L’unica volta in cui è arrivata una “busta misteriosa” a me indirizzata, dentro ci ho trovato la tessera sanitaria. Neanche sapevo cosa fosse. Immaginate che grande delusione per una bambina decisa a scovarvi un tesoro, o qualcosa di simile. Oggi, come ieri, il mio cuore palpita dall’entusiasmo. Lo sento, batte più forte, quando intravedo il mittente:  casa editrice Di Chierico, Milano. Mesi fa avevo inviato loro un mio scritto per partecipare ad un concorso letterario. In premio, la pubblicazione dell’opera del vincitore. Diciamocelo, non avevo alcun tipo di pretesa o aspirazione sul mio lavoro. Avevo voluto tentare travolta dall’entusiasmo. Faccio un lungo respiro e apro la busta.

“Gentilissima signorina”.. bla bla. Cerco con gli occhi un punto saliente. Ho vinto. Rimango impassibile a fissare quella lettera, ma solo esternamente. Un guazzabuglio di emozioni mi investe dalla testa ai piedi. Le sento tutte, indistintamente, una ad una. Ma crollo quando il mio sguardo si posa su quella frase “Saremmo lieti di invitarla presso la nostra sede a Milano in via ****, 54 per l’intervista con la stampa e per congratularci di persona con lei, nonché per parlare d’affari.”

Roma-Milano. Milano-Roma. Pressoché 570 km mi dividevano da una possibile svolta nella mia noiosissima (ma pur sempre sicura) vita. Fossero stati solo quelli, non avrei esitato a fare la valigia. Ma la vera problematica era l’angoscia di lasciare casa mia e, con lei, ogni solida certezza. L’ansia era così l’unico vero macigno ben assestato nel mezzo di questo cammino esistenziale. Agli occhi di chiunque, un viaggio sembrerebbe un’opportunità da cogliere al volo, un’occasione per rilassarsi, divertirsi, o che dir si voglia. Per me non lo era.

Chiamo la psicologa per confrontarmi con lei. Dice che è il momento giusto per provare, per uscire dalla “comfort zone”. E’ così che la chiamano. Non che sia molto d’accordo, ma forse ha ragione, sì, forse dovrei partire. Apro il mio caro volumetto di aforismi, quello che mi ha regalato nonno a Natale. Ed ecco apparire una citazione . E’ di un autore contemporaneo, Fabrizio Resca. Non lo conosco. Recita così “Il viaggio comincia laddove il ritmo del cuore si espone al vento della paura”. Non so se questo vento mi piaccia molto, sinceramente. No, non ci andrò.

La chiave gira nella serratura. Colta in flagrante da mia madre, con la lettera del Di Chierico ben stretta nella mano destra, quasi accartocciata dal nervosismo, e il libretto delle massime nella sinistra, è impossibile nascondere l’evidente realtà. Costretta a spiegare il tutto e quasi sommersa dalle domande, le ribadisco la mia ferrea, ineluttabile decisione. No mamma, non ci andrò. Eccola, la leggo nei suoi occhi, la delusione. Cerco di farmela scivolare addosso e me ne torno a letto.

Il risveglio del mattino successivo è surreale. Ho dormito così tante ore che mi sembra d’essere altrove, fuori dal tempo. Ho fatto un sogno. Ero a Milano. Di fronte al maestoso Duomo, per la precisione. E stavo bene. C’era un vento fresco al tramonto. Non mi ero mai sentita così libera prima di allora. L’ho colto come un segno. Era il momento. Non volevo più essere una spettatrice passiva della mia vita. Io volevo viverla, viverla diamine! Salto fuori da quella copertona soffocante, accendo il pc e compro il primo biglietto del treno disponibile per Milano. Mentre lancio alla rinfusa il necessario in valigia, telefono il Di Chierico. Dico che arriverò in giornata,  che mi tratterrò per l’intera settimana. Tutto è così ricco di entusiasmo. Non c’è tempo per le preoccupazioni, almeno non adesso. Sto andando ad afferrare con mano un desiderio, non so se mi spiego.

La Stazione Roma Termini non è certo nota per la sua atmosfera tranquilla. Il mio sguardo si perde e confonde nel groviglio di persone in movimento. Su e giù, su e giù. Nessuno si ferma un attimo. Potrebbero calpestarmi senza accorgersene. Del resto, io lo faccio tutti i giorni. E involontariamente lo sto facendo anche ora, di nuovo. Sto ricadendo nella mia stessa trappola. Avrò un attacco di panico? Sverrò tra l’indifferenza di questa folla distratta? Sento caldo, poi brividi di freddo, poi di nuovo caldo. Vorrei rannicchiarmi nel piumone, proprio adesso. Nello stato confusionale in cui mi trovo, cerco di raggiungere il binario giusto.

Salgo sul treno. La mia agorafobia si trasforma tutt’un tratto in claustrofobia. Ci mancava l’ansia camaleontica. Eppure, sorprendentemente, inizio in maniera graduale ad abituarmici. Mi concedo una vista del panorama fuori dal finestrino e una sensazione di rilassamento mi pervade. Mi concedo di accettarmi per ciò che sono. Mi prendo dolcemente per mano e mi accompagno in quest’ avventura.

Arrivata a Milano, la prima cosa che scelgo di fare è raggiungere piazza Duomo. Trascino la valigia pesante arrancando sotto al sole. Ed eccolo lì, lo vedo apparire in fondo alla via. Solo per ammirare un tale spettacolo, mi dico, ne è valsa certo la pena. E’ quasi il tramonto e la facciata risplende di una luce rosata. Chiudo gli occhi. Sento il vento che mi accarezza, come nel sogno fatto questa notte. Ora ne comprendo il significato. Era il “vento della paura”, sì, quello citato dal Resca.Non mi scalfisce, non impreco contro di esso, non cerco di proteggermene. Mi culla nel mio viaggio e io lo curerò come un tesoro inestimabile.

Riapro gli occhi e la vista è mozzafiato. Sì, sono proprio qui e il mio cammino inizia ora.

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