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Pubblicato nel 1957, è il secondo romanzo de Il ciclo dei robot, del quale non ho letto i restanti due. Nonostante questo, resta godibilissimo anche on its own. L’ho divorato in un paio di giorni perché scorre molto velocemente.

Il contesto e la trama in breve: Elijah Baley è un poliziotto della Terra, in un universo in cui il nostro pianeta è sovrappopolato, poco servito dai robot, colonizzato esclusivamente al di sotto della superficie in enormi città su più livelli piene di persone che aspirano a scalare questi enormi edifici all’ingiù. Nessun terrestre esce mai all’aria aperta, ha mai visto il sole o camminato in un prato. Nel resto dell’Universo invece le cose vanno diversamente: i pianeti colonizzati sono poco popolati e i loro abitanti hanno un tenore di vita decisamente più elevato, sono ricchi, in salute e longevi, grazie anche e soprattutto alla presenza massiccia di robot che facilitano  la loro vita. In questo secondo romanzo Elijah viene chiamato a risolvere un difficile caso di omicidio su un altro pianeta, Solaria. Il terrestre non ha mai messo piede fuori dalla Terra ed è terrorizzato e recalcitrante all’idea, ma non può sottrarsi agli ordini che vengono dall’alto.
Solaria è un mondo decisamente diverso: gli esseri umani vivono in completo isolamento in tenute gigantesche, approfittano dell’aria aperta e di spazi enormi, non vedono mai di persona un altro abitante ma solo tramite ologrammi; persino tra moglie e marito gli incontri non si riducono che a pochi momenti obbligati e mal sopportati. È difficile, in questo contesto, che qualcuno possa aver ucciso materialmente un’altra persona, se non fosse per il ripudio profondo che i solariani provano alla sola idea di essere in due nella stessa stanza.

Questo romanzo si presenta come una detective story applicata alla fantascienza ed è così che lo stesso Asimov voleva presentarla, per dimostrare che la fantascienza è un contenitore che si presta a molte interpretazioni e sfaccettature (e tutta la sua enorme, bellissima produzione ne è l’esempio concreto). Io vorrei aggiungere: qualsiasi genere di letteratura è tanto più interessante e ben riuscito quanto più arriva a dipingere dei ritratti umani convincenti, esplorare le paure, le difficoltà, i sentimenti e le gioie umane in qualsiasi contesto. Tanto più il mondo attorno ai protagonisti è particolare, tanto più è affascinante leggere delle reazioni dei personaggi, quando queste sono, infine, così vicine all’esperienza nostra di tutti i giorni.

È quello che mi accade da sempre con i romanzi di Stephen King: lui prende un elemento sovrannaturale, spesso orrorifico o almeno disgustoso, e lo utilizza per indagare l’animo umano nelle sue sfaccettature – e ci riesce benissimo. Asimov l’avevo divorato da ragazzina quindi non ricordavo molto, ma questo romanzo mi ha fatto lo stesso effetto. Ho trovato Elijah estremamente umano nella sua paura degli spazi aperti. È emozionante e micidiale la prima volta in cui osserva il sole direttamente, senza essere schermato da vetri e pareti:

Per il terrore Baley voleva chiudere gli occhi, ma combatté la sensazione. Si trovava in un’immersione di azzurro e di verde, in quantità incredibili. Sentiva l’indisciplinato flusso d’aria contro la faccia, ma non riusciva a cogliere i particolari di nulla. Qualcosa gli passò vicino in un lampo. Avrebbe potuto essere un animale, o un robot, o qualcosa di inanimato, preso nel vortice d’aria. Non sapeva. L’auto l’aveva sorpassato fin troppo rapidamente. Azzurro, verde, aria, rumore, moto… E soprattutto, sopraffacendo ogni altra cosa, furiosa, spaventosa, senza pietà, c’era la bianca luce che scendeva da una palla nel cielo. Per un fuggevole e staccato momento Baley piegò il capo all’indietro a fissare direttamente il sole di Solaria. Lo fissava senza la protezione del vetro diffusorio nei solarium del piano superiore nelle Città. Fissava il sole nudo.

Fissare il proprio terrore dritto negli occhi e trovalo enorme, luminoso, pervasivo. Quasi bello, potremmo dire, perché Baley, forzato dagli eventi, si costringe numerose altre volte a uscire all’aria aperta e sfidare il sole nudo sopra di lui. Al contrario, i solariani, terrorizzati dal contatto umano, non resistono e si sottraggono in qualsiasi modo quando Baley propone e quasi impone di vedersi per indagare; fino al tragico epilogo di un personaggio che preferisce la morte piuttosto che incontrare un altro essere umano.

Quindi la fantascienza e la detective story in questo romanzo sono delegate quasi a comparsa, sfondo di scena, sul quale si muovono, in ambienti claustrofobici o al contrario estremamente agorafobici, personaggi complessi costretti ad affrontare le loro paure più radicate.

Un secondo aspetto che ho trovato estremamente interessante è la conversazione finale tra Baley e il suo capo, a caso concluso. Si tratta di una riflessione generale sulla salvezza del genere umano; su Solaria non esiste più nessun contatto umano e questo, secondo Baley, li porterà alla rovina perché nessun essere umano può vivere completamente isolato e contentarsi di ologrammi senza impazzire; al contrario, la Terra si è isolata dal resto dell’Universo, vive sottoterra e ha paura anche solo di due passi all’aria aperta, e questo sarà anche il suo punto debole.

C’è una cosa che possiamo cambiare, che gli spaziali siano deboli o forti: possiamo cambiare quello che siamo. Affrontiamo lo spazio aperto e non avremo bisogno di ribellarci. Possiamo disseminarci in altri mondi e diventare spaziali anche noi. Se restiamo ammassati sulla Terra, allora non si potrà evitare un’inutile e fatale ribellione.

In quale modo mi è sembrata una splendida metafora di come sta andando questo nostro mondo: noi, che ci crediamo evoluti e superiori, ammassati e chiusi nei nostri spazi mentali occidentali, rifiutiamo l’apertura verso mondi e culture diverse, ci accontentiamo di poche notizie manipolate per giudicarli, alimentiamo odio sotterraneo l’un l’altro, un terrore senza senso, perché basato sull’ignoranza. Il sole nudo diventa il faro, ancora pauroso, ma affascinante e pieno di promesse, verso cui tendere, per conoscere, capire l’altro, integrarlo, riuscire a trovare, insieme, una soluzione che sia di vita e prosperità sia per i terrestri che per gli spaziali.

Era un pensiero spaventoso. Baley temeva ancora l’aperto. Ma non temeva più la paura! Non era qualcosa da cui fuggire, la paura, ma qualcosa da combattere.

Probabilmente quest’ultimo pensiero è estremamente personale e lontano da ciò che Asimov voleva dirci, o forse è applicabile a qualche identica situazione del periodo in cui elaborò quest’opera (non siamo forse in piena Guerra Fredda?).

In conclusione, ho trovato questo romanzo di Asimov piuttosto godibile ma senza toccare vette di eccezionalità come altre sue opere, che sono tra le mie preferite (sul podio: Neanche gli dei, Notturno, Viaggio allucinante). Credo che l’intera trilogia sia molto interessante non tanto per le singole vicende in sé, ma per lo sviluppo della trama generale, cioè la contrapposizione tra spaziali e esseri umani e l’ascesa di quest’ultimi verso la libertà dell’universo. L’immagine di Elijah che osserva il sole nudo per la prima volta resterà la mia preferita di questo libro.

Qualche informazione su MargheritaPace

Margherita Pace nasce alla fine degli anni ‘80 e cresce nei dintorni di Roma. Scrittrice da quando ha imparato a scrivere, da una decina d’anni è anche medico ed espatriata. Sogna, un giorno, di riuscire a narrare le storie dell’emigrazione moderna, dei cervelli in fuga, dell’Africa che ha conosciuto e dei giovani che sopravvivono come possono (magari tutto nello stesso romanzo!). Nel frattempo si accontenta di sperimentare e affinarsi con brevi racconti.
Cronache da un anno italiano è il suo primo romanzo pubblicato.

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