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Francesco è un giornalista sportivo.
Basso, capelli radi e occhi verdi un po’ socchiusi per gli anni trascorsi e il sole di tante scalinate. Veste in giacca elegante, sopra jeans scuri e scarpe da tennis. Da circa 15 anni, tutti i giovedì viene al mio ristorante, si siede allo stesso tavolo, quello sul lato sinistro dall’entrata, accanto al grande vaso di ortensie, si accende una sigaretta e apre il giornale.
Beve sempre la stessa cosa: un rosato frizzantino che comincia ad assaporare spilluzzicando il pane che prepara mia moglie Rosa. Non consuma il primo, gli piace cominciare il pasto con un’insalata che condisce con molto aceto balsamico, un pizzico di sale e l’olio profumato. Poi gli portiamo la frittura di lattarini che sgranocchia, quasi fossero noccioline, con gli occhi assorti, la mente perduta in chissà quali associazioni.
Siccome arriva tardi, non c’è quasi nessuno e mi piace sedermi accanto a lui mentre sorseggia il caffè.
Lui tifa Juventus, io Roma, ma mai, in tanti anni, abbiamo avuto motivo di discussione. Ogni tanto nei suoi racconti mi parla delle sue giovanili ambizioni di calciatore, del suo passaggio dal campo alla panchina, dalla panchina al tavolino. In lui non trovo rimpianti, ascolto i suoi ricordi, mi ritrovo a riviverli con lui.
Un giorno che il frizzantino sembrava avesse ottenuto un effetto particolarmente liberatorio, fece il nome di una donna, Angela, e  mentre il suo sguardo si illuminava, la mano destra accarezzava il tovagliolo quasi fossero dei capelli: solo un attimo, per un gesto di dolcezza mal contenuta.
Francesco ha un figlio, Paolo, che vive in Inghilterra e di cui parla ogni tanto, accompagnando le parole con i gesti lenti con cui sorseggia il suo rosato frizzantino.

Ieri ho ricevuto una telefonata:

– Buongiorno, mi chiamo Paolo, lei non mi conosce, ma forse ricorda mio padre Francesco Simoni, giornalista. Un uomo leggermente stempiato con spessi occhiali da vista, corporatura magra…
-Certo – ho risposto. –Un uomo molto gentile ed educato. Siede sempre allo stesso tavolo vicino all’entrata. In realtà è un po’ che non lo vedo, sta bene?

– Mio padre è morto. Un ictus. – Rimango di sasso, non mi è mai sembrato sofferente.

– Le ho telefonato perché mio padre ha lasciato delle volontà testamentarie molto particolari.  Voleva la cremazione e che le sue ceneri fossero sparse nel lago che lui ha amato tanto, dove perse la vita un suo grande amore. Poi ha chiesto che tutte le persone che lo vogliono ricordare si riuniscano presso il suo ristorante, nel luogo dove lui è venuto per tanti anni a mangiare, brindando con il suo vino bianco frizzantino.
-Rosato – lo correggo, ricordando per l’ultima volta l’uomo e i suoi gusti con un sorriso di emozione.

 

 

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