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Il gattino arrivò in un freddo mattino di febbraio in un trasportino di plastica beige e marrone. Silvia ci aveva pensato un bel po’  prima di decidersi a far entrare un animale nella solitudine della sua casa. Fu un’amica a parlarle di quel gatto salvato sulle colline insieme ai fratellini e alla mamma. Le disse che era il più piccolo della cucciolata e che gli altri gattini lo escludevano dalla poppata impedendogli di mangiare.

Silvia pensò, “lo chiamerò Ercolino e lo farò crescere forte e robusto”. 

Qualche giorno prima aveva fatto la spesa per lui. Aveva comprato i croccantini e delle bustine di umido, due ciotoline, una lettiera con la sabbietta, un cuscino imbottito che mise in una cesta avanzata dai regali di Natale. 

Sistemò tutto nella stanzetta piccola, quella che usava come guardaroba e ripostiglio. La lettiera per terra, la cuccia sul ripiano della scrivania. 

Il primo giorno il gattino arrivò miagolando e continuò a farlo fino a notte. Silvia lo mise nella cuccetta prima di andare a dormire e chiuse la porta della camera perché il gatto non entrasse. Lui si mise a miagolare dietro alla porta. Silvia si alzò e lo rimise nella cesta. Ma il gattino continuava a miagolare. Disperata, lo fece entrare in camera, pur di dormire. Appoggiò un plaid in fondo al letto e ci appoggiò il gattino. Appena spense la luce ricominciò il miagolio. Il gattino era sceso dal letto, a Silvia pareva che la chiamasse, ma non capiva perché. Pensò che il giorno dopo si sarebbe calmato, abituandosi poco a poco a lei e alla casa.        

Non fu così. Questa storia andò avanti per quindici giorni. Il gattino miagolava sempre. Silvia sentiva crescere dentro di sé una specie di sasso, qualcosa di duro e pesante che stava fra il torace e lo stomaco. Era uno scudo contro l’invasione dei suoi spazi, il fastidio di una richiesta continua di attenzioni, l’incapacità di capire che cosa volesse da lei quell’esserino minuscolo. Si scoprì a odiarlo, a desiderare di non averlo mai fatto entrare nella sua casa. Aveva sperato di trovare una soluzione alla sua solitudine e invece si ritrovava stressata e insofferente con un gatto che miagolava da mattina a sera.

Decise di restituirlo. Il giorno dopo avrebbe chiamato l’amica e le avrebbe spiegato la situazione, pregandola di riportare il gattino ai volontari che lo avevano salvato.

All’inizio Silvia provò un senso di sollievo al pensiero di liberarsi di quell’impiastro. Subito dopo sentì una punta di dispiacere. Pensò che se falliva con il gatto sarebbe stata condannata alla solitudine per sempre e la colpa sarebbe stata soltanto sua e di quel blocco di ghiaccio che custodiva dentro di sé per difendersi dagli altri e dalle delusioni della vita. 

Forse il gatto percepiva la sua chiusura e reagiva di conseguenza, miagolando per il disagio. Non appena capì tutto questo Silvia pensò anche all’occasione che le si stava presentando tramite quel gatto. Non era tanto un pensiero razionale quanto una sensazione che partiva da quel sasso e si irradiava tutto intorno fino alle parti del cuore.  

Il gatto era davanti alle sue ciotoline. Un po’  mangiava, un po’ miagolava. Silvia gli andò vicino e gli si inginocchiò accanto. Prese ad accarezzarlo e gli parlò. 

“Ercolino – gli disse – tu devi essere sicuro che finché starai con me non avrai nessun problema. Avrai sempre da mangiare e da bere e un posto caldo dove dormire. Non ti devi preoccupare perché io mi prenderò cura di te”. 

Silvia non seppe mai se furono le sue parole o l’amore che aveva lasciato uscire da dentro di sé. Ma in quel momento accadde il miracolo e tutto cambiò. 

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