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Oggi fa talmente caldo in questo ranch del Texas che i cavalli sudano stando fermi, all’ombra dell’immensa quercia che sta al centro esatto del grande recinto.  

E dire che è solo maggio e che il peggio deve ancora arrivare.

Il Generale dall’occhio di vetro è in piedi, con il suo bicchiere pieno di acqua, ghiaccio e limone, stretto nella dita della grande mano bianca. Parla agli astanti, seduti sotto la veranda della grande casa, anche loro muniti di bicchiere, accaldati e sudati  come i cavalli di prima, che ascoltano senza dire una parola. Anche aprire la bocca con questo caldo da fastidio, credetemi.

Il Generale è un uomo alto e imponente. La sua divisa ha talmente tante medaglie e galloni che quando la toglie pesa dieci chili di meno. Anche i ricordi non gli mancano. Potrebbe stare ore a parlare del Vietnam, della Bosnia, dell’Afghanistan, oppure di un qualche stato sud americano,  dove una guerra o perlomeno un parvenza di guerra, ha messo piede. Dovunque ci fosse stato il bisogno di esportare la democrazia, lui c’era. Con la sua faccia squadrata, i capelli rasati, le medaglie lucide, la fede in Dio e nella bandiera.

Lui c’era.

C’era soprattutto la sua idea di giustizia,  la convinzione assoluta che quello che stava facendo andava fatto, c’era la superbia di pensare che quella era esattamente la cosa giusta da fare.    

Lui era fiero di essere là, al centro della battaglia, a eseguire ordini e dare ordini, a rimettere a posto i tasselli che qualcuno aveva scombinato, a oliare gli ingranaggi di un sistema che funzionava solo in presenza di certe condizioni. Quando queste condizioni non c’erano bisognava crearle. Perché era così che doveva essere, era questo quello che gli avevano insegnato di fare, non avrebbe mai pensato nemmeno per un secondo che non fosse giusto.

Perchè quello era un sogno, il sogno di milioni di persone come lui che per quel sogno erano pronti a combattere.   

Lui amava quel sogno ed era disposto a difenderlo a qualunque costo. Era arrivato fino lì con quel sogno sotto la pelle, fino a quella divisa, a quelle medaglie, le aveva conquistate sul campo, con coraggio, cervello e abnegazione,  per questo adesso lo mandavano in ogni angolo del mondo dove ci fosse il bisogno di difendere o realizzare quel sogno. Senza mai farsi troppe domande, senza mai farsi venire il minimo dubbio, senza mai pensare a un inutile perché, lui andava, con la sua divisa ordinata e pulita, le medaglie lucide, la faccia squadrata ed i capelli corti sotto il cappello calato sugli occhi, che riflettevano, soprattutto quello di vetro, come uno specchio lucido le immagini di quei mondi sofferenti. Lo schermo di un televisore che trasmette solo le verità che si devono vedere. Perché anche i sogni hanno sempre due facce e spesso non sono uguali.

 

Il Generale parla con voce ferma, una voce chiara anche se un po’ roca, abituata al comando, una voce senza accento o inflessione particolare, una voce che sostiene il significato delle parole fino a fartele entrare in testa, fino a piantarle come un chiodo dentro al cervello. Anche il caldo sembra rimanere appeso a quelle parole, il vento si è fermato per ascoltare, i cavalli forse dormono, solo il tintinnare del ghiaccio contro il cristallo dei bicchieri, ogni tanto, spezza il ritmo di quella voce e stempera la tensione.

Il Generale snocciola i numeri di un’altra guerra, con la freddezza di un ragioniere che spiega ad un cliente le voci di un conto corrente. C’è solo una piccola differenza, i numeri di una guerra anche della più piccola, sono sempre impressionanti. Fanno impressione i soldi spesi, i mezzi impiegati, le pallottole esplose, le strategie sbagliate, i sacchi neri coperti dalle bandiere e le lettere consegnate a una madre che aspetta il ritorno di un figlio. Ma soprattutto fanno impressione gli spazi vuoti. Le caselle che ancora si devono riempire. Le variabili che non riesci mai a mettere in conto. 

Osservo le facce degli uditori, alcuni sono attenti, uno dorme, uno scuote leggermente la testa in segno di assenso, qualcuno mette una mano sul cuore guardando in alto, come se cercasse tra l’azzurro del cielo un sintomo di ragione, uno beve, uno scrive qualcosa, ma nessuno osa interrompere o dubitare, tutti o quasi tutti comprendono.

Io no.

Io ascolto ma non capisco. Non riesco a capire le ragioni di un’altra guerra, la freddezza di chi la conduce, la rabbia di chi la esegue, la disperazione di chi la subisce. Non riesco a capire gli interessi che la muovono, l’odio che si genera, le idee che si combattono. Io posso immaginare solo la paura della gente, il loro senso d’impotenza e forse anche il loro dolore. Non posso sentirlo, posso  solo immaginarlo, ma lo immagino forte, molto più forte della figura di quel Generale che adesso sta in piedi davanti a noi e continua a parlare, senza tradire la minima emozione.

 

Fa caldo in questo ranch del texas. Un caldo umido, strano per la stagione, i cavalli sono ancora fermi all’ombra della grande quercia, il cielo è offuscato dal sole implacabile di mezzogiorno, ogni tanto un soffio di vento alza un velo di polvere.

Il Generale chiude il suo discorso con la parola PEACE, nel contesto sembra una bestemmia pronunciata da un prete, porta il bicchiere alle labbra e beve un lungo sorso di acqua gelata al limone. Un comune mortale, dopo pochi minuti, sarebbe già seduto sul cesso con i crampi alla pancia, colpito da una diarrea fulminante che stroncherebbe un cavallo, ma lui no, lui è fatto di vetro (l’occhio) e acciaio, stomaco compreso, come un perfetto automa, un robot creato e programmato per difenderci e difendere i principi in cui crede, in cui gli hanno insegnato a credere.           

Nessuno parla. Il silenzio sembra prendere il sopravvento, ma il rumore di un elicottero militare che sorvola la zona lo precede e rompe l’inopportuna monotonia. 

Mi alzo svogliato ed esco da sotto la sedia scuotendo la testa. Il caldo si è attaccato persino alle orecchie. Mi muovo in silenzio, nessuno mi nota, oppure fanno finta di non vedermi. Il Generale è ancora in piedi, aspetta un segnale per appoggiare i suoi glutei muscolosi sulla sedia bianca della veranda. Gli sono di fronte, alzo lo sguardo, sembra ancora più grande visto da questa prospettiva, sento un leggero profumo di lavanda uscire dalla divisa, forse proviene dal detersivo della lavanderia e si mescola all’odore del lucido da scarpe.

Mi specchio nei suoi piedi, un quarantacinque pianta larga direi, mi sento pronto.

Io non capisco, l’ho detto, però credo di essere l’unico a poter fare qualcosa che nessun altro potrebbe fare.

La faccio.

Alzo la zampa destra e gli piscio sui pantaloni. Una pisciata lunga, di quelle che danno soddisfazione, mi scrollo pure, anche se con un minimo di contegno. Sono pur sempre Barney, il cane di G.W.Bush il Presidente degli Stati Uniti.

Qualcuno abbozza un sorriso, gli altri restano indifferenti. Il Generale è ancora in piedi, immobile ancorato ai sui sani principi e alla sua devozione. Forse non aveva mai preso in considerazione il fatto di eliminare uno Scottish Terrier, con una bomba intelligente.

 

Arriva la sera anche nel grande ranch del Texas, i cavalli sicuramente dormono all’ombra dell’immensa quercia. Il rumore di un elicottero che si avvicina li spaventa, adesso corrono nel grande recinto. Una fila di persone esce dalla grande casa, qualcuna sale su lunghe auto nere, altri sull’elicottero che adesso è atterrato nell’apposito spiazzo. Piano piano tutto sparisce, rimane solo la notte texana, finalmente più fresca.

Non c’è nemmeno più l’alone della pisciata sul pavimento della veranda, qualcuno si è subito preoccupato di pulire.  

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