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-Una donna sola in un luogo del genere. Cosa ti è saltato in testa?

Le parole di mia madre mi rimbombano nella testa, hanno iniziato appena ho messo piede nell’atrio del Castello.
Non ho mai visto un posto così vuoto.
Hanno continuato per tutto il tempo in cui Vittorio mi ha mostrato le stanze – quelle dove vivrò sono davvero poche – e come avere acqua calda da versare nella vasca.
Sì, c’è una vasca. Di quelle bianche coi piedi che ricordano quelli di un felino.
Lo scarico funziona, ma è lento.

La parte peggiore del sentire le parole di mia madre ripetersi a non finire, è che una parte di me le sta dando ragione.
Non è l’essere da sola a pesarmi, è l’essere una donna sola, nel modo in cui lo dice lei.

Solo ora realizzo quanto le due cose siano diverse: è come se fossi stata programmata per ritrovarmi a questa età con una famiglia, più che con un lavoro.
A me mancano entrambi.

Mentre Vittorio mi spiegava come tirare le tende alte tre metri, ho pensato di condividere con lui lo stipendio per tenere a dietro a questo Castello, così da tenerlo qui.
Vittorio sembra essere a suo agio tra queste mura grigie, pesanti, opprimenti.
Il soffitto è alto, ma a guardarlo si restringe in un puntino così piccolo.
Mi sono venute le vertigini quando mi ha mostrato le scale che portano alla torre. Non ci siamo saliti perché non è agibile.

Comunque Vittorio se ne è andato circa un’ora fa, e io già vorrei prendere l’auto e tornare alla civiltà.
Sono certa farebbe meno fatica a scendere.
Mi appoggio alla parete e mi lascio andare a terra.
È tutto freddissimo e carico di polvere.
Qualcuno è stato incaricato di sistemare la stanza in cui mi trovo, la mia camera da letto, ma non è riuscito a fare molto: credo di avere visto un topo morto sotto l’armadio.
-Ma perché-, soffoco le parole contro le ginocchia, mi abbraccio la testa e faccio dei respiri profondi.
Ho fallito su tutta la linea, e ora ho toccato il fondo.

In lontananza sento uno scampanellio, come quello delle mucche al pascolo.
Di mucche non ne ho viste salendo, ma so che le tengono libere in paese. Il tizio che mi ha chiamato per questo lavoro mi ha detto anche di stare attenta alle pecore quando giro in macchina. Ogni tanto ne potrebbe spuntare una quando meno me l’aspetto.
Lo scampanellio continua, ma non è quello di un campanaccio, è più cristallino.
Trattengo il respiro per sentirlo meglio e identificarlo.
È più un trillo, o forse il suono di un bicchiere colpito da un cricco.
Ora non lo sento più; mi arriva però all’orecchio il rumore secco di un raschio.
Di uno zampettare sottile sulla dura pietà.
I corvi.
Allora ci sono davvero…
Mi alzo e resto ferma in ascolto.
Non mi ha dato particolari indicazioni su come dovrei scacciare i corvi. Certo è che mandarli fuori dall’atrio non sarà facile: più che finestre ci sono delle vetrate, e a un corvo basta voltare su uno di quei lampadari o travi irraggiungibili.
Il rumore degli artigli si sente ancora, è parecchio vicino.
Deve essere nella stanza accanto.
Con movimenti lenti mi avvicino alla porta sulla parete opposta, non voglio mi senta arrivare.
Sono così silenziosa da sentire il rumore del mio battito: quasi mi infastidisce.
Faccio un altro passo e qualcosa mi passa accanto.
Lancio un’occhiata veloce, mi è sufficiente per vedere un topo grosso quanto il mio piede.
-No no no-, mi si sono strozzate in gola le parole, riesco a dire solo quello.
Il topo corre qua e là, in cerca di un’uscita. Lo vedo infilarsi sotto al letto e d’istinto ci salgo sopra.
Non lo sento più.
Rimarrà qui sotto.
E nel pensarlo realizzo che è qui che dormirò, da sola.
Non so se sono in grado di dormire da sola, certo non sono in grado di farlo in compagnia di un topo tanto grosso.
Dovrei guardare se è lì. Che scema, sì è lì, dove vuoi che sia.
Ci guardo, e il topo non c’è. Nella parete su cui appoggia la testiera del letto, c’è un buco in cui potrebbe passare perfino la mia testa.
Prendo due dei sassi presenti nel camino – che prima o poi dovrò accendere se non voglio morire congelata – e li spingo contro la parete.
Spero bastino.

-Non ci credo che sono qui.
Lo dico a voce alta, perché ho il timore di perdere l’uso della parola stando qui da sola.
Potrei impazzire, diventare una di quelle strane persone isolate dal mondo che raccolgono oggetti e parlano solo con quelli.
-Mia madre non lo permetterebbe mai. Finirà che ci sentiremo più ora di quanto non ci parlassimo prima.
Per fortuna.

Si sono fatte le sei, e forse è il caso che capisca cosa mi è stato messo nella dispensa.
Al telefono mi hanno chiesto se avevo allergie o intolleranze, sono stati molto pignoli.
Almeno non vogliono farmi morire.
Scendo le scale, illuminandole con la torcia del telefono.

-Ma per l’elettricità? Come ricarico il telefono?-, a Vittorio devo essere sembrata una di quelle persone morbose attaccate alla tecnologia.
-Nella biblioteca è stato installato l’impianto elettrico, con tanto di prese. La luce la trova anche in cucina, ci mette comunque sempre un po’ ad accendersi.
-E dalle altre parti?
-È un castello abbandonato, signorina. Cosa si aspettava? E da quel che so è suo compito renderlo più agibile, quindi…
Ecco, la mazzata finale.

Entro in biblioteca e clicco il pulsante per la luce centrale.
Mi fa uno strano effetto vedere quel vecchio lampadario illuminarsi, è anacronistico.
Intorno tutti gli scaffali sono stati coperti con dei lenzuoli bianchi. Al centro della stanza un ampio tavolo, anche questo coperto.
Potrei mangiare qui.
Sposto una parte del lenzuolo per non alzare tutta la polvere che ci si è depositata sopra.
È di un bel legno scuro, con dei decori in oro. Li seguo con le dita: sono persone, profili di montagne…
Sembra un racconto.
Sposto un’altra parte del lenzuolo: sopra alle montagne ci sono rappresentati dei volatili.
Sembrano volersi gettare sul villaggio, le persone alcune sono immobili, altre sembra fuggano via.
C’è la chiesa di Santa Lucia sullo sfondo, dietro il Castello, ma non è delineato in oro.
-È ferro, proviene dalle cave-, lo dice una voce alle mie spalle. Una voce giovane, quasi canzonatoria.
Faccio un salto e quasi finisco seduta sul tavolo.
-Chi è lei? Com’è entrato?
-Sono Tobias, ci siamo sentiti al telefono.
Non lo avrei mai riconosciuto, al telefono mi sembrava fosse più vecchio.
È molto pallido, i capelli scuri fanno risaltare ancora di più i lineamenti affilati e gli occhi vitrei sembra contengano pece.
-Piacere, Anna.
Gli allungo la mano sudata, la sua è una stretta assente.
Certo che poteva avvisare del suo arrivo, mi sarei risparmiata un altro colpo.
-Vittorio le ha mostrato la tenuta?
-Sì,- deglutisco e mi guardo intorno in cerca delle parole. Mi mette a disagio. -Penso che domani partirò dalla biblioteca. Per fare spazio ad altri libri che ho visto in altre stanze.
-Ottimo, è già stata in dispensa?
-Stavo per andarci, tra un po’ pensavo di cenare. Si ferma anche lei?
Lo chiedo per cortesia, ma spero non lo faccia.
-Oh, no, ero solo passato a controllare se ci fossero corvi. Il paese ne è pieno.
Non so cosa dire, ma la mia faccia parla da sola: questo deve avere le visioni.
-Presto se ne accorgerà, signorina-, si avvicina al tavolo e sposta un’altra parte del lenzuolo. -Questo paese è stato invaso dai corvi, e ne hanno rovinato l’essenza.
Il disegno da lui scoperto mostra le persone in corsa, che da oro diventano nere, come il castello. Sono rappresentate col metallo scuro, e un paio di loro hanno le braccia trasformate in ali.
-Come mai il ferro?
-Se ne trovava parecchio nelle cave un tempo, il commercio andava molto bene. Poi iniziò a diminuire, sempre di più.
Il suo sguardo si fa affilato, con le dita sottili ripercorre il profilo delle montagne.
-I corvi ne stavano facendo un uso abominevole-, alza il volto verso di me, gli occhi sono così neri da potermi inghiottire. -Magia, signorina.
-Come scusi?-, il mio tono svela i miei pensieri. Forse troppo.
-Mi crede pazzo? Guardi lei stessa, questo tavolo non mente.
-Mi scusi, ma da queste parti non ho visto corvi. E poi fatico a credere che un animale possa…
Tobias ride, scoppia in una risata sguaiata e agghiacciante. Ride così tanto da portare indietro la testa, la pelle del collo si tira sul pomo d’Adamo.
Sembra stia recitando, ma provo comunque dei brividi nel sentirlo.
-Animali, signorina. Le sembra davvero possibile l’abbia chiamata qui per tenere questo Castello libero da degli animali? I corvi sono le persone che hanno contaminato questa valle. Sono stregoni-, con passo deciso si avvicina, ha la saliva che gli si forma agli angoli della bocca. -Approfittatori, esseri malvagi che…
In quel momento i suoi occhi scompaiono, Tobias cade a terra e inizia a tremare.
Le convulsioni lo fanno sbattere contro il tavolo, la bocca gli si chiude con uno scatto e dalle labbra esce del sangue.
-Oh mio dio, oddio, Tobias- mi avvicino a lui. -Tobias!- urlo, mi sento avvampare.
Il cuore mi batte così forte che potrebbe uscire dal petto.
-Cosa faccio? Cosa faccio?!
Con le mani che tremano prendo il telefono e chiamo il 112.
Rispondete, rispondete.
Sento la voce di una donna, non le faccio finire la frase e le urlo le indicazioni: -Sono nel Castello, Tobias è a terra con le convulsioni. Venite subito, adesso.
-Dove si trova signora?
-Nel Castello, il Castello dei corvi!
-Non so dove sia questo Castello dei corvi, signora. Mi dica la via, la zona.
-Sono al Castello dei Corvi-, lo sussurro. Tobias si è fermato, il corpo è immobile a terra. Sangue e saliva gli escono dalla bocca.
-Venitemi a prendere.

Qualche informazione su Fre

Leggo, scrivo e scrivo di ciò che leggo.
Ho aperto il mio primo blog su livejournal, è stato l'anno in cui ho indossato per la prima volta gli occhiali da vista.
Ora condivido il mio punto di vista su Parola di Quattrocchi, dove mi sento a casa anche quando tolgo gli occhiali.

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