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-Ne abbiamo già parlato, mamma. Non insistere.
Mi alzo da tavola con lo stomaco aggrovigliato. Per tutta la cena non si è discusso d’altro, e questo mi fa pensare di avere preso la scelta giusta. Anche se provo un senso di vertigine all’idea di allontanarmi tanto, in un posto tanto piccolo. Lì non conosco proprio nessuno.

-Non insistere, ma senti te. Questa cosa proprio non la capisco. Con tutto quello che potresti fare, ti sei andata a scegliere un lavoro del genere. E in che posto poi!

Un anno fa mi sono licenziata dal mio posto di lavoro. È stata una scelta ponderata, in parte obbligata: se fossi rimasta lì ne sarei uscita con un’ulcera. Cosa che comunque non mi sono risparmiata, visto come sta andando la serata.
In questo anno ho continuato a cercare lavoro, ho inviato 80 curriculum.
Mi sono iscritta a qualsiasi sito di ricerca per il lavoro, che non importa quale qualifica segni, tanto loro ti mandano offerte per qualsiasi cosa.
Cercasi ingegnere. E tu sei laureata in lettere, con una tesi in filologia tedesca e un diploma post laurea in correttore di bozze.
Hai superato i 30 e questo non sembra andare a genio.
I 30 sono il giro di boa, il limite entro cui trovare la tua stabilità, il tuo equilibrio.
Una sorta di linea gialla di sicurezza: una volta superata devi stare attenta che i treni non ti passino sopra.

-Anna, quello che cerca di dire tua madre…

-Non dire quello che cerco di dire-, torna subito alla carica, esce dalla cucina con ancora i piatti in mano. -Lo ha capito benissimo quello che penso, ma vuole fare di testa sua.

-Loredana, se ti calmassi un attimo forse potremmo arrivare a capire come si può risolvere questa cosa.

Papà ha cambiato tono, ora si è fatto più deciso. Non ammette repliche e mamma alza le spalle, ancora più indisposta. Torna in cucina per non vedere nessuno dei due.

-Anna, capisco che non è un periodo facile. Ti sei dovuta arrangiare con quello che trovavi, ma questa è una scelta radicale. Andare a vivere così lontano, in un posto che non conoscevamo fino a due minuti fa e che conterà 100 abitanti.

Ne contiene davvero 100, con me 101.
C’è scritto su Wikipedia.

-Lontano, siamo sempre in Italia, eh. E poi cavoli, è provincia di Trento!-, è impressionante come sono disposta a capovolgere la visione delle cose pur di non dare ragione a nessuno dei due.
O forse è l’unico modo che conosco per sostenermi: dire e fare l’opposto di quel che mi viene suggerito.
Meglio non pensarci troppo, comunque, domani parto.
Domani vado via di casa.

Google maps mi dice che ormai ci sono.
Sono in viaggio da più di tre ore, forse quattro.
A un certo punto la voce metallica del telefono mi ha annunciato il ricalcolo del percorso, non so bene a che altezza del tragitto mi sono sbagliata, ma ho messo in difficoltà maps.
Comunque ora dice che devo solo entrare nel paese, farmi una sfilza di stradine, arrivare a un bivio e salire su per il colle Castello. Superare la chiesa di Santa Lucia ed entrare in una strada chiusa.

Le stesse indicazioni che mi sono arrivate per mail un paio di settimane fa, dopo quel breve colloquio telefonico.

-Parlo con Anna Vincenzi?
-Sì, sono io.
-La contatto a proposito dell’annuncio di lavoro sul portale a cui ha risposto. Quello riguardo la tenuta del Castello di Comasine.

Non mi ricordavo di avere risposto a quell’annuncio, in realtà non ricordavo nemmeno l’annuncio.
E fino a quel momento non sapevo dell’esistenza della casa editrice Castello di Comasine, ma poteva trattarsi di una piccola realtà. O di un gruppo editoriale nuovo.

-Eh, sì, certo. Mi dica.
-Abbiamo visionato i curriculum dei vari candidati e il suo ci sembra perfetto.
-Ne sono contenta. Dove lavoravo ero solita occuparmi di testi di autori tedeschi, aiutavo anche con le traduzioni oltre che nella parte di editing.
-In realtà noi abbiamo bisogno di una persona con “l’amore per i dettagli, la passione per l’antico e che fa dello stare in compagnia di se stessa un’arte”. È lei questa persona?

L’uomo dall’altra parte del telefono stava leggendo la biografia del mio blog, quella sorta di diario occasionale in cui avevo riversato tutti i miei problemi. Anche quando non ne avevo.

-Direi di sì.
La voce mi uscì affievolita; esattamente cosa stavo accettando?
-Bene, anzi, ottimo. Vede il Castello di Comasine ha bisogno di qualcuno che se ne occupi, di qualcuno che lo capisca e che lo tenga al sicuro dai corvi. Molte stanze sono da risistemare, c’è bisogno di un inventario degli oggetti che contengono e…
-Scusi, ha detto corvi?
-Sì, esatto.
Per un attimo restammo entrambi in silenzio.
Due minuti dopo accettai il lavoro e ora eccomi qui, davanti al cancello del Castello.
E per il momento nessun corvo ad aspettarmi.

Tiro il freno a mano più che posso e scendo dalla macchina, l’aria è pungente e il sole è caduto dietro le montagne.
Forse mi sono vestita troppo poco.
Non faccio in tempo a pensarlo che un altro messaggio di mia madre arriva, sottile come una stilettata: “sei arrivata? Fa freddo?”.
-Sì e sì, cazzo, tutte e due le cose!
Torno in macchina, mi viene da piangere.
Mentre salivo, la macchina ha faticato in un paio di punti. Quasi volesse tornare verso il paese, verso l’autostrada e defilarsela.
Io vorrei defilarmela, vorrei avere un posto dove tornare che non sia casa. Un posto dove non sentirmi un completo fallimento, senza prospettive, senza possibilità.
Che razza di scelta è stare a casa con i tuoi genitori o finire in un Castello dimenticato dal mondo?
Appoggio la fronte al volante e stringo gli occhi. Forte, sempre più forte.
Se piango adesso sarà come averla data vinta agli altri, e vorrei davvero vincere io almeno una volta.

Sento un rumore al finestrino, alzo lo sguardo e un volto rubicondo, con la pelle segnata mi fissa. Gli occhi piccoli e scuri sono incavati, le occhiaie li rendono tristi. Il suo naso quasi tocca il vetro, lo sento talmente vicino da provare un formicolio alla coscia.
Mi sento il cuore in gola, batte così forse da suonare nelle orecchie.

-Mi scusi, non volevo spaventarla. Ho le chiavi, così può entrare!
Urla come se fosse dall’altra parte di un vetro spesso quanto una parete. Annuisco e scendo dalla macchina.
-Piacere Anna-, lo dico poco convita. Il nome mi rimane sulla lingua asciutta.
-Vittorio. Ha faticato a trovare il posto?
-Più o meno. È stato più difficile arrampicarsi su con la macchina.
-Eh, le macchine da città non vanno bene qui. Le conviene metterla dove prima c’erano le stalle dei cavalli, e usarla solo se vuole uscire dal paese. Qui le conviene andare a piedi.
-E per la spesa?
-Giù in paese c’è un alimentari, è piccolo, ma può farsi spedire lì tutto quello di cui ha bisogno nel caso non lo trovi. Il proprietario si chiama Giovanni, ha quasi ottant’anni e fa le consegne tutti i martedì. Non gli dispiacerà salire anche da lei.
-Ok, d’accordo.
-Le apro il cancello così può entrare, poi le mostro il Castello.
Per un attimo resto lì a guardare la costruzione nera che si staglia verso il cielo. Mi sento piccola e insignificante.
-Andiamo?-, mi sollecita.
-Sì, certo, arrivo.

Qualche informazione su Fre

Leggo, scrivo e scrivo di ciò che leggo.
Ho aperto il mio primo blog su livejournal, è stato l'anno in cui ho indossato per la prima volta gli occhiali da vista.
Ora condivido il mio punto di vista su Parola di Quattrocchi, dove mi sento a casa anche quando tolgo gli occhiali.

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