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“Andiamo a letto, domani la sveglia suonerà alle 7.30” disse lui.
“Che palle” dissi io, anche in vacanza la sveglia disturberà il mio sonno. “Un risveglio brusco anche domani eh?” tornai a dire, ma con uno strano formicolio di piacere sulla schiena.
La prima vacanza dopo mesi, la prima neve di un inverno che ci stava regalando un freddo che non si percepiva da anni. Dopo un periodo intenso in ufficio, era arrivata una meritata e sudata vacanza.
Sbuffando mi infilai il pigiama e con il muso inforcai le coperte e andai a cercare il suo calore, -4 fuori e le finestre permettevano di sentire un leggero spiffero che sfiorava il naso e lo rendeva un pochino più freddo.
Borbottando mi addormentai, sentivo il suo sorriso venirmi a bussare come a dire: buona notte rompicoglioni.
Eccola la maledetta. Puntualissima. Mai una volta in ritardo, mai una volta che si riesca a dimenticare il motivo per cui è stata creata. La sveglia. Odio quel suono ripetitivo, odio soprattutto quelli ripetitivi, odio quella cantilena che mi strappa dalle mie immagini, dai miei personaggi bizzarri e mi riporta alla luce come un atleta che finisce la sua prova di apnea.
I primi momenti del risveglio però sono i più belli, anche se non riesco ad essere attiva e in piedi immediatamente dopo il suono della sveglia. Non sono come quelle brave persone. Io mi devo coccolare, stiracchiare ogni piccolo e grande muscolo e nemmeno allora mi sento pronta per affrontare il mondo esterno.
Quella mattina però l’idea della colazione in hotel, la neve o i vicini che uscivano dalle altre stanze fischiettando, mi diede l’istinto di muovere i primi passi su quella moquette marrone.
Mi misi di fronte alla finestra e guardai fuori, la neve era meravigliosa, tutto era bianco, tutto da esplorare.
“Dai dai, andiamo a fare colazione!” Dissi a lui che era già pronto da un bel po’. Non osai immaginare i brutti pensieri che passarono nella sua mente, mentre mi dimenavo senza ovvie ragioni nel letto e temporeggiavo mugugnando.
Un sorriso mi marchiò la faccia mentre lo trascinavo fuori dalla stanza.
La colazione abbondante, il cappuccino e le risate mi diedero la forza necessaria per cominciare la mattinata.
Piano piano, mi resi conto che la mia percezione cominciava a mutare, a mano a mano che mi avvicinavo alla neve, le mie gambe, le mie braccia e la mia testa si facevano sempre più pesanti.
Come un serpente, la paura si arrampicava sulle mie gambe, portandomi a cercare la via più sicura per attraversare quel campetto ricoperto di bianco.
Cercavo una stradina già battuta e percorsa da qualcun altro, altri piedi, altre gambe.
Avevo paura della neve, ma più di tutto avevo paura di ciò che si stava risvegliando in me.
Tutto attorno, il paesaggio cominciava a cambiare, i profumi, le immagini e i colori si fecero più intensi e iniziai a sentire una spinta nuova, ma già conosciuta, già provata.
Era fuoco puro quello che sentivo nelle gambe che volevano correre, saltare, sprofondare in quel mantello di nuvole che vedevo davanti a me.
Ero forse morta e quello era il paradiso?
No, era tornata lei, la mia bambina.
Si era risvegliata dopo anni di regole, divieti, preoccupazioni e paure.
Libera, mi sentivo libera.
Così cominciai a saltare, correre, sprofondare, urlare, ridere a crepapelle. Avevo cinque anni, poi dieci, poi ancora cinque.
Le mani prendevano e creavano bombe di neve giganti che incurante delle conseguenze, sparavo addosso a lui che cercava invano di pararle.
Mi resi conto che la mia mira era un disastro, ma non me ne preoccupavo. Volevo solo giocare. Giocare a più non posso.
La mia bambina si era risvegliata, ora era tutto nelle sue piccole mani.
Era lei che comandava ogni mio movimento, urlavo a lui di venire a giocare con me e m’infastidiva vederlo immobile, ma come fanno gli adulti a diventare così noiosi e spaventati?
Io no, io ero tornata bambina, anzi la mia bambina si era risvegliata e per tutto il weekend è stata lei la vera protagonista.
Ero contagiosa, attiravo tutti malanni del mondo, ma sprigionavo allegria. Anche lui ormai non riusciva più a rimanere impassibile e credo che di bambini in quei due giorni ce ne fossero due.
Non avrei voluto che si assopisse quel fuoco che mi ha permesso per qualche ora, di rivedere e risentire il mondo con gli occhi e il cuore di una bambina.
“Torna a dormire ora piccola mia, è lunedì e devo andare in ufficio, Lì non saresti la benvenuta, ci sono troppi adulti che purtroppo non si ricordano più cosa voglia dire giocare.”
Come a volermi rassicurare, mettendola a dormire, sentii in lontananza una risata e una frase:
“Ora che mi hai permesso di risvegliarmi, ogni volta che ci sarà la possibilità di giocare, io tornerò. Alla prossima avventura!”
Chiusi la porta di casa, mi misi in macchina e guardandomi dallo specchietto notai lo stesso sorriso di quella mattina.
“A presto piccola mia.”

Qualche informazione su JessicaZanardo

Quando Jack ( il mio diabete) decide per me, io scrivo.
Una scrittura terapeutica per esorcizzare, riflettere e sorridere.
Per me e per chi vorrà fermarsi anche solo per qualche minuto.

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