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Stava rannicchiato per terra con lo sguardo rivolto verso il basso, a guardare la sabbia, con in mano un piccolo bastoncino tracciava delle figure mentre i suoi capelli a caschetto seguivano i soffi del vento. Ogni tanto, fugace, azzardava un’occhiata a una bambina poco distante. La vedeva ridere e divertirsi mentre scendeva il piccolo scivolo, in un angolo del giardino della scuola d’infanzia dove si erano incontrati un mesetto fa. Lei era arrivata di colpo, in maniera del tutto inaspettata. L’aveva vista entrare nella loro classe imbarazzata, e ancora di più quando, in piedi, la maestra le aveva chiesto di presentarsi a tutti noi. Ma dopo pochi giorni, si era sciolta, ambientata, con un sacco di amiche con cui giocare, all’opposto di lui.

Da quel fazzoletto di sabbia ora la vedeva scendere lo scivolo, i suoi capelli neri tirati indietro dal vento. Quanto desiderava andare a parlarle. Anche solo per dirle “Ciao”. Ma ogni volta che provava si bloccava. Con passettini timidi e silenziosi avrebbe voluto avvicinarsi a lei, come aveva fatto l’altro giorno, nel corridoio principale della scuola, ma all’ultimo momento aveva desistito. Bloccato, impaurito. Era entrato in un’aula a caso, ai lati, pur di non incrociarla e si era trovato un sacco di facce sconosciute che lo guardavano, interrogandosi su cosa facesse lì dentro.

Per tutta la settimana era stato a pensare di quanto fosse stato vigliacco e anche stamattina era finita allo stesso modo. Neanche sapeva della sua esistenza, pensava, guardando le linee disordinate che aveva disegnato sulla sabbia. La guardò ancora una volta. Era ai piedi dello scivolo, da sola. Sarebbe stato il momento perfetto. Sarebbe. Lo è, pensò. Lasciò cadere il bastoncino e si alzò. Si concedette qualche secondo prima di iniziare a camminare e quando le arrivò davanti fu per lui come aver scalato una montagna. Il respiro era pesante, il cuore batteva. Ma prima di riuscire a parlare si trovò faccia a terra. Aveva un forte dolore alla testa. La bambina si girò alla sua sinistra facendo roteare i suoi folti capelli scuri. Un gruppetto di bambini rideva molto forte, additavano il piccolo bambino sempre a terra, mentre si toccava la testa, dove era stata colpita da un piccolo sasso. Sempre loro, pensava il bambino. Sapeva chi fosse ancora prima di vederlo. Il bulletto che lo perseguitava, con la sua ridicola “banda”. La bambina urlò qualcosa contro il gruppetto, fino a quando una maestra non intervenne a redarguirli e a portarli via, tra le lacrime. Una candida manina le si offrì al bambino ancora a terra. Lui la afferrò. Davanti a lei, ora, non sapeva cosa dire. Aveva così tanto desiderato quel momento e, ora che era arrivato, non sapeva che fare.

“Puoi iniziare con un ciao” iniziò lei arrossendo. E sorrise.

Il bambino ancora non disse niente ma gli occhi esprimevano contentezza. Era capace di farsi notare allora. Lei lo vedeva. Non era invisibile come credeva di esser sempre stato. Le parlava. Che bello che era.

Fece un respiro profondo. “Ciao”, le disse. E al sorriso di lei, sorrise anche lui.

“È meglio andare in infermeria, non credi?” puntò il suo ditino alla testa del bambino.

Lui, ancora sorridente negli occhi, annuì.

Lei gli prese la mano e, insieme, andarono verso l’infermeria.

In quel momento era il bambino più felice del mondo.

Qualche informazione su marcoarcangeli

Nato e cresciuto a Torino, attualmente lavoro a Reggio Emilia e vivo a Parma. Sono una persona che parla poco, forse è per questo che scrivo. Traggo le storie spesso dalle mie vicende personali, di solito usando metafore. Lo faccio sin da bambino, anche se nella vita lavorativa ho intrapreso una carriera tecnico scientifica: ingegnere dal 2016, laureato al Politecnico di Torino. Oltre alla scrittura pratico da sempre anche lo sport, ho fatto un po’ di tutto, mi interesso inoltre di fotografia e mi piace molto la natura, appena posso fuggo dalla città.

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