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Con lo sguardo immerso nel nulla del panorama di un finestrino di un autobus mi ero alienata. D’improvviso il mio sguardo è stato attratto da degli occhi di una ragazzina. Anche questi erano persi, ma erano persi in una gioia strana. Quella gioia che si ha a 20 anni. La sua bocca carnosa accennava un sorriso, ma i suoi occhi sorridevano e illuminava l’autobus d’amore. Si capiva in quello sguardo perso nei suoi pensieri di favole, che provava amore e speranza per il suo futuro. Sognava! Una cosa che io avevo smesso di fare.

Tornai su me stessa. Quello sguardo che ispirava radiosità, speranza e amore, mi aveva fatto pensare a quanto io provassi ardentemente quei pensieri e a quanto, probabilmente, si vedevano nel mio sguardo perso, quando ero ventenne. Avevo e credevo nelle mie favore. Credevo e speravo in un futuro migliore per la società e speravo ardentemente che i miei sogni diventassero realtà!

Volevo conquistare il mondo, influenzare le persone con il mio pensiero, volevo diventare una regista, diventare famosa, far sognare e far riflettere le persone. Volevo lasciare un segno perché pensavo che la mia vita non bastasse a lasciare il segno. Ho fatto di tutto per farlo, ho creduto in me stessa, ho combattuto contro me stessa per poter diventare quello che volevo. Mi sono resa conto che potevo farlo, che potevo essere una persona che lascia il segno dove passa. Lo avrei potuto fare semplicemente parlando di me.

Credevo che io non fossi abbastanza, e quindi andavo oltre me stessa e cercavo di oltrepassare i miei limiti. Cercavo di diventare altro. Ma io bastavo a me stessa e agli altri. Magari fare la regista o la politica mi avrebbero portato lontano, ma lontano da me, dall’esistenza.

Si perché io andavo oltre me stessa, ma me stessa un giorno si è fatta sentire. La mia salute. La mia condizione di trapiantata di cuore. Da ben 26 anni vivevo con un cuore di un altro, e per 26 anni ho fatto finta che tutto fosse normale, che non fosse mai accaduto. Non ho mai preso piena coscienza della mia esistenza.

Sono stata trapianta di cuore a 21 mesi. Non ricordo niente. Non so niente. Quella è una storia che hanno vissuto i miei genitori e che mio fratello ha subìto.

Io mi sono solo svegliata e ho vissuto, sempre conoscendo la mia condizione, ma mai coscienziosamente. Io sapevo tutto.  Ho vissuto tutto in chiaro. Ho avuto dei genitori che hanno sofferto per me, ma che hanno saputo farmi vivere con normalità tutto. L’unica cosa che non ho fatto, che ho visto far fare a mio fratello, è stato lo sport. Il resto ho fatto tutto.

Ho avuto un’infanzia felice, giocavo al parco, facevo i compiti con le mie amichette, andavo in bici da sola, ho passato estati intere in campeggio dove ho creato amicizie che porto avanti tutt’ora. Si mi hanno preso in giro, soprattutto alle medie. Mi sono fatta le spalle pensando, e sognando che un giorno l’avrei messa in culo a tutti, che sarei diventata famosa e bella. Fino al liceo volevo fare l’attrice.

Poi il liceo, la conoscenza, lo studio vero, la lettura dei primi libri impegnati (“Una donna” di Sibilla Aleramo mi ha segnato la vita) e la conoscenza approfondita del cinema, della maestria della regia e del pensiero culturale che sta dietro ad un film. Dalla sua idea alla sua creazione. La cultura e la letteratura. Pasolini divenne il mio Maestro di vita.

La voglia di fare la regista nasceva sempre di più. Latente e inconscio, invece, c’era il desiderio che la mia vita fosse un film.

Sognavo di vivere i film che vedevo, di essere amata e desiderata come nei film che vedevo, scrivevo pagine e pagine sui personaggi di serie tv perché io non vedevo solo le serie tv, io le vivevo! Erano parte della mia vita, erano la mia vita! Pensavo che un giorno sarei diventata desiderabile come la protagonista contesa tra due ragazzi. Che il mio migliore amico si innamorasse di me. Che un principe tutto mio ritrovasse la mia scarpetta di cristallo.

Io vivevo nei miei sogni e i miei sogni erano linfa vitale, ciò che mi distoglieva dalla realtà. La ragazzina trapiantata di cuore, bruttina e seria, che cercava l’amore, ma che trovava solo fregature. Una sfigata in poche parole.

Poi arrivò l’università. Gli anni più belli della mia vita. Mia madre, al contrario di quanto pensavano i miei dottori, mi spronò a fare l’università da fuori sede, perché lei lo fece a suo tempo, e pensava che sarebbe stata l’esperienza più bella e formante della mia vita.

Lo è stata!

Sono stata via di casa per 7 anni. I primi tre anni vicino casa, tornavo molto spesso, ma ho iniziato a creare la mia indipendenza avvicinandomi, anche, all’arte culinaria. Ho avuto una storia con un ragazzo, turbolenta e molto importante. Lui è stato il primo a conoscere, anche, la mia vera me, la trapiantata di cuore. È entrato in quell’androne del mio palazzo, che di solito tenevo chiuso. È entrato nella mia zona di sicurezza. Si. Perché io ero sicura di quella zona. Io parlavo di me con fierezza. Avevo i miei problemini, ma a tutti ho sempre detto tutto di me, tutti sapevano della mia condizione. Nessuno però aveva fatto quel passo, quel passo che voleva dire: se entri poi non puoi uscire più. Lui è entrato, ha sporcato e poi se ne è andato lasciando la puzza. Una puzza che ho tenuto con me e che non se ne è andata via per 4 anni. 4 lunghi anni che mi hanno logorata. Sono arrivata ad odiare la mia condizione, a non parlarne più con naturalezza. Non ero più me stessa.

Con lui buttai via un anno di università, che poi ho recuperato tutto. Le mie storie sono sempre finite male, ma avevo un pregio. Ci stavo malissimo, ma mi concentravo su altro, avevo sempre altro su cui incanalare i miei pensieri. Ho studiato. Ho studiato tanto. Nel 2009 ho conseguito la mia prima laurea. Un bel 110 e Lode su una tesi sulla rappresentazione del trapianto di cuore nel cinema e nelle serie tv. Sono stata l’orgoglio della mia famiglia. Quella tesi li ha resi orgogliosi.

Io non so se quella tesi l’ho fatta con vera coscienza di quello che stavo scrivendo. Quei giorni e quel giorno ne ero certa, ma il mio medico mi illuminò, dopo aver letto la tesi, dicendo: “tu qui non ci sei”.

Già io non c’ero su quelle pagine. Davo la colpa al fatto che era una tesi sociologica e che quindi dovevo essere imparziale, ma con il segno del poi dico: io non c’ero perché non mi sentivo parte del tutto.

Io ero uno spettatore. Io andavo ai controlli, prendevo le medicine, ma non ho mai portato il fardello, che invece si è sempre trasportata mia madre per entrambe. Lei non lo ha fatto volontariamente, glie lo facevo fare io. Io non volevo prendere coscienza della mia vita, volevo solo vivere fino al limite più estremo, perché avevo solo quella di vita. Iniziai a fumare.

Andai a Roma. E lì ho vissuto tutto a mille, come se non ci fosse un domani. I miei ricordi più belli sono in quella città. Roma è il luogo dove sono rinata con un cuore nuovo, ma è stato anche il luogo dove sono rinata come donna. Ho creato una seconda famiglia con le mie amiche. Sapevano tutto di me. Una di loro è anche entrata nella mia stanza, che era tornata in sicurezza, anche se lo sporco c’era ancora, ma lei ha saputo ripulirlo, ho capito che quel luogo non sarebbe mai stato sicuro, perché era il luogo delle insicurezze, delle mie insicurezze. E dove potevo essere totalmente me stessa.

Ho lavorato come regista ad un corto con l’università e iniziavo a capire che quel mondo fatto di ritmi sconclusionati e di vita senza abitudini serrate e organizzate non mi andava molto a pennello, ma restava in me vivo quel desiderio. Il desiderio di lasciare il segno. Ma il sogno più grande era lì sotto, a fianco alla stanza della sicurezza/insicurezza. Era essere amata per quella che ero. Volevo essere desiderata, corteggiata, volevo che degli occhi si fermassero su di me e si incantassero. Soprattutto, volevo che quegli occhi mi aiutassero ad amare me stessa e la mia stanza delle insicurezze.

 

Roma è stata una città che mi ha fatto sognare e che mi ha fatto vivere la favola! Ho incontrato l’amore, quello che sognavo da bambina. Quello che ti prende per mano e ti dice che andrà tutto bene. Quello che sa quanto hai paura, ma che divide la tua paura in due. Quello che chiude gli occhi con te e sogna la stessa cosa. Quello che ti tiene la mano e che cammina al tuo fianco. Quello che entra nelle tue stanze lasciando aperte le porte perché se le lascia deve saper tornare. Quello che entra nella tua stanza più segreta per restarci per sempre. Quello che ti dice ti amo guardandoti con gli occhi che brillano. Quello che non ha bisogno di sentirsi chiedere di accompagnarti ai controlli, lui prende e viene da solo. Senza spinte o obblighi. Lui mi ha preso la mano e mi ha accompagnata. Senza paure e senza freni. Lui è entrato e ha ripulito tutto. Avevo 25 anni.

 

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Qualche informazione su giu.rossi3

Ho sempre scritto perchè era il mio mezzo per comunicare la mia vita e le mie emozioni.
Come mezzo ho sempre usato la poesia e il racconto breve.
Adoro leggere. La lettura di un libro per me è l'inizio di un viaggio, di un nuovo viaggio. Io immagino, sogno, ragiono, vivo, mi immedesimo, mi informo, mi arrabbio, rifletto. Un libro deve donarti e lasciarti qualcosa, proprio come un film, ma con la differenza che leggendo costruisci tu le immagini. È forse da qui che nasce la mia passione per il cinema. Dalle parole nascono immagini, pensieri e sogni. La lettura è ciò che ci permette di essere registi dei propri sogni.

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