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I personaggi disillusi, disincantati, distrutti, nevrotici, depressi, malinconici, a volte masochisti e un po’ sentimentali mi hanno sempre affascinato e attratto. Fante, Bukowski, Carver, ma anche Hemingway, gli scrittori russi, Pasolini e se vogliamo pure Pirandello e Shakespeare hanno scritto almeno una volta, più o meno, di personaggi così (aggiungiamoci pure Paperino, a voler esagerare); senza contare ovviamente Baudelaire, Rimbaud, Verlaine (e altri artisti come Modigliani o Toulouse Lautrec), che oltre ad esserlo sulla carta (o sulla tela) lo erano anche nella vita reale.

Il motivo per cui sono così tanto affascinato da questi personaggi credo sia duplice.

In primo luogo, senza che ce ne rendiamo conto, la nostra cultura occidentale è ancora permeata dai lasciti del Romanticismo, come concepire gli artisti quali figure tormentate, solitarie e schive che dipingono quello che sentono dentro per esorcizzare l’angoscia o la paura, figure eccentriche e anche un po’ “magiche”, se vogliamo, figure che sono entrate nella nostra coscienza collettiva e che non se ne andranno mai (nel ‘200 gli scrittori erano tutta un’altra cosa, per dire).

In secondo luogo, ha contribuito il fatto di essere stato prima un bambino e poi un adolescente solitario che preferiva giocare da solo e leggere anziché uscire (la mia timidezza cosmica e il fatto di essere sempre stato scarso negli sport hanno fatto il resto).

Con queste premesse, quando poi ho incontrato il primo personaggio di questo genere (il buon vecchio Hank, l’alter-ego di Bukowski), ne sono rimasto folgorato; e quando dopo di lui sono arrivati tutti gli altri, quando è arrivato Arturo Bandini (il suo voler essere uno scrittore di successo ma fallire sempre, il suo egocentrismo), quando è arrivato Paul Kemp, quando è tornato Hank, quando è arrivato Bojack Horseman (il protagonista dell’omonima serie tv che oltre ad essere tutto questo è pure una grandissima testa di cazzo), quando sono arrivati tutti quanti, insomma, mi sono sentito a casa, in compagnia.

Non voglio dire, con questo, di essere come loro, perché non è assolutamente vero (io sono astemio e ho poco successo con le donne mentre questi personaggi da soli probabilmente si saranno scolati più liquore di tutti gli altri personaggi dei romanzi messi assieme e conquistato più donne di Don Giovanni, e diciamo che se proprio dovessi accostarmi ad un personaggio mi vedrei più vicino ai protagonisti di The Big Bang Theory che al Raoul Duke di Paura e delirio a Las Vegas), ma sicuramente mi riconosco nella loro solitudine, nella loro malinconia, nei loro sentimentalismi, nei loro slanci ambiziosi, narcisisti ed egocentrici e nei loro miserabili fallimenti, perché sono personaggi straordinari senza esserlo, sono uomini soli che scrivono e si torturano e in cui mi posso riconoscere e in cui posso riconoscere le mie nevrosi e i miei tormenti.

Scrivere quindi di Paul Morry, il protagonista di Sunset Strip, non è stato difficile: a prescindere dall’omaggio che ho voluto fare agli autori e ai personaggi di cui sopra, è bastato prendere il prototipo risultante dalla loro combinazione e aggiungerci me stesso, la mia coscienza e la mia psiche. Paul Morry è il mio alter-ego quanto lo sono Hank o Arturo Bandini per Bukowski e Fante ma allo stesso tempo non lo è, e questo proprio perché assomiglia ad Hank e ad Arturo Bandini mentre io non assomiglio a loro (Paul Morry è una bestia strana, uno specchio appannato, un ibrido imprevedibile).

Probabilmente quasi tutti, soprattutto a vent’anni, si saranno sentiti così (disillusi, malinconici e soli), e certamente crescendo, diventano più maturi, avranno riso di quella loro giovinezza scapestrata e “depressa” (quante balle si ha intesta a quell’età, cantava Guccini), ma quello che so è che così mi sento io adesso, così sono io ora, e nelle parole di questi autori e nelle azioni di questi personaggi ho trovato consolazione. E tanto basta.

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Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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