Menu

Pietro e Lidia erano la coppia perfetta. Una coppia invidiata da chiunque li conoscesse o semplicemente gli passasse accanto. Erano invidiati per quel modo tutto delicato di essere complici, quel modo fatto di sorrisi, sguardi e carezze. Sembrava vivessero in un mondo tutto loro, fatto di pasta di zucchero e fantasia.
Pietro e Lidia si amavano così tanto da bastarsi.

Lui, castano chiaro, labbra carnose, occhi verdi, naso dritto. Pietro era un avvocato. Nato nella città di Leonardo Da Vinci, Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi, Pietro si era trasferito a Roma dopo il liceo per frequentare l’Università e innamoratosi dei parchi e dei vicoli romani non era più tornato a Milano.
Ascoltava i Sigur Rós, De André e Tenco e leggeva Bauman, Buzzati e Neruda.
Lei, capelli rossi, lentiggini sul naso e sulle guance, un sorriso che era il più bello di Napoli. Lidia aveva labbra piccole, sottili e perfette, un naso piccino e gli occhi chiari “come il mare che danza indisturbato d’inverno”, le diceva Pietro.

Lidia si era trasferita a Roma da Napoli. Aveva vinto un dottorato alla Sapienza. Trascorreva le giornate nel dipartimento di Piazzale Aldo Moroe le serate serviva ai tavoli di una trattoria di Trastevere, perché i soldi della borsa di studio non bastavano certo per pagare il mutuo del bilocale che aveva comprato. Fino a quando, dopo due anni passati a fare due lavori e senza aver messo da parte molto, aveva preso la decisione di subaffittare la seconda camera da letto.

Era il 10 Ottobre 2008, a Roma le ottobrate coloravano la città. Il verde chiaro, l’arancio, il marrone, il rosso e il giallo dipingevano Roma. Da Torpignattara ad Appia Nord, dal centro storico a Trastevere, da Testaccio a Villa Borghese, camminare per Roma era un trionfo di tinte da star sempre col naso all’insù.

Quel pomeriggio Lidia si era decisa, avrebbe messo l’annuncio nel gruppo di cerco- vendo casa a Roma su Facebook, piattaforma con cui faceva ancora fatica a familiarizzare. Doveva solo fare qualche foto all’appartamento, capire come caricarle su Facebook e forse specificare quali requisiti dovesse avere il coinquilino ideale: simpatico, brillante, generoso.

“E se invece all’annuncio rispondesse una donna?” le chiese Chiara durante la loro pausa caffè,fermando il suo flusso di pensieri.

“Guarda che se cerchi un fidanzato non c’è bisogno di mettere in affitto una stanza. Esci di più, accetta i miei inviti ad uscire con i miei amici. Inizia a sorridere, basta con questo musone e questo mollettone da studentessa disperata e metti maglie più attillate. Se pensi che la vita che stai vivendo non ti piace, perché non fai qualcosa per cambiarla? Son due anni che sei a Roma, rifatti una vita”.

Se cerchi un fidanzato… Se pensi che la vita che stai vivendo non ti piace perché non fai qualcosa per cambiarla, si ripeteva in continuazione Lidia, come se fosse facile.

Come se fosse possibile svegliarsi un giorno e dire da oggi ricomincio daccapo.

Abituarsi a sguardi nuovi, nuove braccia e a nuove abitudini era per Lidia inimmaginabile. Il solo pensiero la intristiva ma capiva che prima o poi doveva iniziare ad aprirsi o avrebbe fatto la fine di sua cugina Francesca, che dopo esser stata tradita dal fidanzato aveva smesso di avere una vita sociale e ora nessuno dei suoi amici ricordava il suo compleanno. Lidia ci provava, si sforzava di interessarsi alle vite degli altri ma senza voglia. Più passava il tempo e più sceglieva di vivere in solitudine.  In due anni  a Roma, l’unica persona con cui era riuscita a conversare per più di 8 minuti consecutivi era stata Chiara, la sua collega. Lidia la chiamava l’àncora.

Lidia si portava addosso un dolore che non era ancora riuscita a superare e che le aveva fatto prendere la decisione di lasciare la sua città, Napoli.
Appena dopo la laurea magistrale la sua relatrice le aveva proposto il dottorato a Roma: Conosco un collega bravissimo, sono sicura che la carriera accademica sia quella giusta per te e se sei d’accordo gli dico di aiutarti a passare i test.

Lidia aveva rifiutato l’offerta perché sapeva che non sarebbe riuscita a separarsi da Elio.

Roma era vicina, vero, ma lei ed Elio desideravano sposarsi e lui lavorava nell’azienda di famiglia. Lidia  non voleva che la loro relazione si trasformasse in una storia a distanza. Tuttavia, un pomeriggio di fine agosto di due anni prima, quando su quella stradina che portava al Vomero Elio le aveva confessato il tradimento, di non amarla più ed era salito velocemente in macchina accelerando, Lidia aveva dovuto fare i conti con la realtà. Aveva provato a correre per raggiungerlo nel traffico, per implorarlo di fermarsi, ma dovette cedere al troppo caldo. Le tempie le battevano e una nausea le faceva vibrare il petto. Dovette fermarsi e chiamare gli amici perché la riportassero a casa. Dopo due settimane di pianto e attacchi di panico decise di dover fare qualcosa o avrebbe finito per commettere una pazzia e chiamò la professoressa Barone per dirle che era felice di accettare la borsa di studio a Roma. In breve tempo preparò una valigia, salutò le persone che amava e senza aver avuto il tempo di studiare, prese il treno che da Napoli l’avrebbe portata a Roma. Nell’aula, erano in 350 a contendersi tre borse di studio. Lidia fece finta di svolgere il compito, sapeva che quel test lo avrebbe superato comunque, eppure in circostanze diverse non avrebbe mai accettato una raccomandazione. Dopo qualche mese era per tutti la Dottoressa Bevilacqua.

Erano passati due anni da quel pomeriggio di agosto quando Elio l’aveva lasciata, da quel giorno Lidia non aveva più rimesso piede a Napoli perché tutto, le strade, i bar, i muretti, la spiaggia di Mergellina, tutto le ricordava i giorni e le notti trascorsi con Elio quando erano ancora studenti all’Orientale.

“La nostra storia è unica e non finirà mai”, si scrivevano in russo e polacco nelle lettere che si spedivano per non essere come tutti, per non essere come le altre coppie che invece usavano le chat per parlare d’amore. 

Da quel giorno più ripensava alla ferita, e più si convinceva che non sarebbe stata in grado di guarire e di tornare ad amare. Il suo cuore ormai batteva per abitudine ma Roma l’avrebbe aiutata a dimenticare, forse.

E mentre sua mamma era sempre più allarmata dalla sua magrezza e mancanza di vita sociale, Lidia viveva un giorno alla volta, l’unica decisione importante che aveva preso era stata quella di comprare casa, perché fittarla le avrebbe dato l’impressione di una soluzione provvisoria e invece lei voleva essere sicura che a Roma sarebbe rimasta. Col padre che aveva venduto la casa al mare per aiutarla e aveva fatto da garante, aveva firmato per il mutuo del bilocale a Trastevere, zona di Roma, tra le preferite di Lidia. Era sicura che la magia di quelle stradine, i ciottoli e il flusso giornaliero di turisti, l’avrebbero aiutata a credere di nuovo nella vita e negli altri. Successivamente lo studio e il lavoro alla trattoria sotto casa per pagare il mutuo l’avevano assorbita completamente, tanto da notare sempre meno la magia del quartiere e riducendola in uno stato preoccupante perfino per Chiara, la persona più ottimista che Lidia conoscesse.

Lidia da tempo si guardava allo specchio e non si vedeva gli occhi, quelle che vedeva erano profondi occhiaie. Fermati, datti una calmata, non vedi come ti sei ridotta, sembri più vecchia di mia nonna la rimproverava Chiara.

Lidia era così, per non pensare al dolore, doveva fare, fare, fare sempre più cose e pur di non fare i conti con quel dolore, riempiva le sue giornate fino allo sfinimento. Anziché accarezzare i vuoti della sua vita e prendersi cura di loro, viveva trascurandoli e trascurandosi tremendamente.

Ora però che era anche indietro con la consegna degli articoli che avrebbe dovuto pubblicare entro la fine dell’anno, aveva capito che doveva fermarsi e fare qualcosa per quelle occhiaie marcate e quei capelli senza taglio e dalle doppie punte imbarazzanti.

Aveva deciso, avrebbe messo in affitto la stanza e sperava che a prenderla fosse un ragazzo. In fondo doveva pur tornare a fidarsi degli uomini se voleva tornare ad amare e a farsi amare.

“Cerco coinquilino o coinquilina con cui condividere bilocale a Trastevere. La casa è bellissima, piena di luce e la camera ha un balcone da cui è possibile ammirare Ponte Sisto. Cerco persona allegra, socievole ma mai invadente, ordinata ma non troppo. Se siete interessati per favore contattami in privato. Grazie, Lidia.”

Spense il portatile, accese la radio e Una vita tranquilladi Tricarico riempì la stanza. Lidia prese dal frigorifero del tè, versò in un bicchiere del ghiaccio e il tè alla pesca. Si recò nella stanza che sarebbe stata presto abitata da uno sconosciuto e uscì in balcone per ammirare il tramonto, da sempre il suo momento della giornata preferito. Sospirò e cominciò a sussurrare il testo della canzone che passavano alla radio:

Io… voglio una vita tranquilla
Perché è da quando son nato che sono spericolato
Io… voglio una vita serena
Perché è da quando son nato… che è
Disperata… spericolata…
Però libera… verde e sconfinata
Io dovrei… no non dovrei

La malinconia prese il sopravvento. Si chiedeva se Elio si fosse mai pentito di averla lasciata e se gli capitasse di pensarla come capitava a lei. Non riusciva a credere che le persone che dicono di amarti fossero le stesse che poi ti abbandonano e si chiedeva dove andassero le persone quando non ci amano più.

Basta torturarsi. La verità è che non ti ha voluta.Proprio in quel momento la  vibrazione di una notifica la risvegliò dai suoi pensieri.. Che qualcuno avesse già risposto al suo annuncio?Buttò giù il tè tutto d’un fiato e rientrò in casa chiudendo di fretta il balcone. Spense la radio che ora passava un pezzo di Alanis Morissette e si mise comoda sul divano, in cucina. Estrasse il telefono e lesse il messaggio.

“Ciao mi chiamo Pietro e sono interessato alla stanza. Nella vita faccio l’avvocato ma a differenza di quanto si possa pensare, non parlo troppo, sono timido. Soprattutto se dovessimo avere discussioni, ti giuro che non vorrò sempre avere ragione io. Mi piace cucinare. La domenica faccio la pasta fatta in casa e sorseggio vino mentre affondo le mie mani nella pasta. Tranquilla, non ti farò venire l’acquolina in bocca senza offrirti almeno un piatto. Leggo tanto ti avverto, anzi ne approfitto per chiederti se in casa c’è una libreria e ascolto molta musica. Spero non ti dia fastidio che io legga, ti assicuro che so anche essere socievole.

Oh ma scusa, avevo scritto che sono una persona che non parla tanto. Vabbè fammi sapere se posso venire a vedere la stanza. Sono disposto a trasferirmi anche domani visto che al momento dormo nel mio studio. Grazie, Pietro.”

 A me sembra che parli troppo Pietro pensò Lidia, rimettendo il telefono in tasca.

Sciolse i capelli, li spazzolò per bene e chiamò Chiara per chiederle di incontrarsi a Piazza del Popolo. “Credo di aver trovato un coinquilino”.

“Grande, a tra poco amica. Che bello leggere che ti è tornata la voglia di uscire. Festeggeremo con un maritozzo.”

Qualche anno più tardi…

Alle 7 in punto la sveglia iniziò a suonare. Lidia emise un gemito, una specie di lamento, lo stesso che emetteva tutte le mattine. Si stiracchiò nel letto e allungò il braccio sinistro per spegnere la sveglia e afferrare il cellulare che le scivolò di mano cadendo a terra. Emise un secondo gemito, questa volta simile ad un urlo soffocato e si alzò dal letto. Spostò la tenda e vide che fuori il cielo era grigio, anche oggi pensò.
Aprì la finestra lentamente, giusto quel poco che bastava per far entrare l’aria fresca del mattino a lavar via quella calda e pesante della notte. Afferrò la vestaglia che le aveva regalato sua madre “Perché a Londra fa freddo e non sei abituata” e si trascinò in cucina dove si sforzò di fare colazione con un bicchiere di latte caldo e una fetta di pane bianco spalmata con burro e marmellata.
Preparò il caffè e mentre aspettava di berlo, aprì la chat con Chiara per augurarle una buona giornata e poi quella con Pietro dove l’ultimo accesso segnava sempre la stessa data, quella di un anno prima. Gli scrisse lo stesso Buongiornocome tutte le mattine, in fila subito dopo Buonanotte e Ti amo anch’io della sera prima, come se Pietro potesse leggerli.
Scorse la bacheca di Facebook che gli amici continuavano a riempire di cuori e pensieri e mise da parte il cellulare concentrandosi sulla giornata che l’aspettava. Intanto le lancette correvano veloci e già segnavano le 7.40, tra venti minuti sarebbe uscita di casa come ogni mattina.
Questa nuova vita che conduceva da un anno era frenetica, eppure non abbastanza da impedirle di pensare e soffrire. Ormai a malapena ricordava la forma dei suoi denti o dove avesse i capelli.
Prese dall’armadio un pantalone nero e una maglia rosa, la sua preferita, l’ultimo regalo di Pietro prima dell’incidente. La indossava ogni 18 del mese, e la mente corse subito veloce a quella sera del 18 Settembre, non riusciva ad evitarlo.
Rimase fissa a guardarsi allo specchio mentre la mente viaggiava ridisegnando gli attimi di paura e terrore, quando ricevette la telefonata che le cambiò per sempre la vita. Lidia e Pietro avevano condiviso la casa di Trastevere, sogni e progetti di vita per circa 7 anni. Dal giorno in cui Pietro aveva messo piede in quella casa non si erano più lasciati.
Sette anni più tardi, Pietro era stato investito da un taxi mentre tornava a casa da lavoro. Era il compleanno di Lidia e la mattina le aveva lasciato il pacco contenente il maglione rosa sul tavolo, insieme ad un cornetto che era uscito di nascosto per comprare, al cappuccino che aveva preparato con il cacao amaro come piaceva a Lidia e ad una poesia che aveva scritto la notte prima perché Pietro non le dedicava le poesie dei poeti famosi: “quelle sono state scritte per altre donne, per te le scrivo io”.
Da quel giorno la vita di Lidia non era stata più la stessa, avrebbe voluto che l’ultimo bacio diventasse il penultimo e indietro così fino ad arrivare al primo di tanti giorni felici quando gli occhi brillavano, le guance ridevano e le labbra si sfioravano sussurrando parole d’amore.
Aveva sentito il bisogno di fuggire di nuovo ma stavolta all’estero, a Londra. Per qualche settimana aveva soggiornato a casa di una cugina di Pietro e una volta trovato il lavoro, aveva affittato un monolocale nei pressi di Clapham. Da quel giorno tutte le sue azioni avvenivano con una routine sconcertante.
Lei, che aveva smesso di indossare orologi e non ne aveva in casa per non veder passare il tempo quando era con Pietro, ora non poteva farne a meno.
Dopo i funerali di Pietro era corsa a comprarne uno perché le ore del tempo non le interessavano più e voleva che passassero il più in fretta possibile e che arrivasse subito la sera per finire la giornata, mettersi a letto e sognare Pietro ed illudersi di poter essere ancora felici insieme ma poi la sera arrivava e non riusciva a dormire, quel letto era troppo grande, troppo solo, e lei cercava di farsi anche braccio e gamba di Pietro per sentire meno freddo ma quel contatto non c’era più e lei continuava a chiedersi che senso avesse continuare a vivere, mentre ingoiava con molta acqua un’altra compressa di Tolep.
Sul treno per andare al lavoro sfogliava le pagine di un libro di Paul Auster che era lo stesso da più di sei mesi. Non riusciva più a leggere, concentrarsi era diventata una follia, quell’incidente aveva portato via tutto: la sua anima, le sue passioni, il suo sorriso, la voglia di incontrare gli amici, di viaggiare, di scrivere, di fotografare la natura e ammirare i tramonti. In realtà aveva scelto Londra proprio per vederne pochi. Il grigio del cielo, le nuvole basse e i pochi giorni di luce erano in sintonia con il suo stato d’animo. Tutta la vitalità e positività che aveva riscoperto con Pietro, erano sparite, come risucchiate da un vortice, come succede alle case quando gli uragani le scoperchiano. Lei aveva perso il suo tetto, la sua sicurezza, la sua forza, la sua voglia di casa e di vita.

Il dolore era sempre lì, pronto all’assalto, piombava su di lei soprattutto quando provava a distrarsi.
Distrarsipoi che parolone…non sapeva proprio da dove cominciare: se guardava un film ad ogni scena d’amore non smetteva di piangere, se leggeva, tutte quelle parole le sembravano superflue. Aveva provato con la scrittura creativa, ma da quando non aveva più voglia di leggere, non aveva più nemmeno quella di scrivere. Aveva provato ad appassionarsi di pittura ma odiava i colori, soprattutto il giallo del sole e il blu del mare perché le ricordavano la spiaggia di Ostia dove aveva trascorso con Pietro le estati più belle della sua vita.
Tutto ciò che finiva per dipingere erano bicchieri rotti, temporali e paesaggi autunnali e ventosi. Aveva provato con un corso di cucina ma non sapeva a chi far assaggiare i suoi piatti e comunque a causa dell’inappetenza perenne non riusciva a mangiare più di yogurt, pane bianco, latte e cereali. Aveva provato a lavorare in una libreria indipendente vicino casa nei weekend ma dopo tre settimane aveva lasciato l’impiego perché era troppo doloroso circondarsi di libri che le ricordavano Pietro.
Lidia e Pietro avevano provato ad avere un bambino ma non ci erano riusciti e questo non li aveva separati come era successo a Chiara ed Andrea. Anzi il non riuscirci aveva rafforzato la loro unione perché loro sapevano bastarsi e non avevano vuoti da riempire. Erano riusciti a guarire l’uno la solitudine dell’altro, ma Lidia ora rimpiangeva quel figlio mai arrivato. Le sarebbe stato d’aiuto veder crescere un pezzo di Pietro in quel bambino. Forse le avrebbe dato una ragione per andare avanti.
Quella sera, dopo l’ufficio, aveva la testa ancora affollata di pensieri. Risalì le scale della metropolitana che la mattina aveva sceso, alzò gli occhi al cielo, sospirò e cercò nella tasca della giacca l’abbonamento che non trovava. Tornò indietro per controllare se le fosse scivolato ma non sembrava trovarlo. Le veniva da piangere, ormai le bastava un nulla per piangere.
Quando Elio l’aveva lasciata credeva che il mondo fosse finito per sempre eppure si era innamorata ancora e più forte. Ora che Pietro non c’era più era convinta che la sua vita fosse finita di nuovo, questa volta davvero.
Nemmeno la fuga a Londra ora le sembrava una buona idea. Teneva lo sguardo basso per non incrociare quello della coppia che non lontano da lei si teneva felicemente per mano e continuava a frugare nelle tasche del cappotto e nella sua borsa quando improvvisamente un uomo le si avvicinò allungandole un abbonamento e le chiese se per caso fosse il suo.
Lidia lo guardò esterrefatta e non rispose, lui le chiese se si sentiva bene e lei scoppiò di nuovo in lacrime.

L’uomo preoccupato le chiese se poteva aiutarla ma Lidia non riuscì a rispondergli nulla, prese il suo abbonamento e corse via.
La mattina Lidia sul treno scorse di fronte a lei, due sediolini sulla destra, l’uomo che la sera prima le aveva trovato l’abbonamento, assorto nella lettura di un libro di Philip Roth. Non riusciva a crederci, non le era mai capitato di rincontrare accidentalmente una persona che conoscesse. Tra stupore e contentezza, Lidia si alzò e decise di farsi perdonare per il suo comportamento della sera prima.

“Ciao”

“Ciao”

“Scusami per ieri sera. Devo esserti sembrata una pazza. Grazie per l’abbonamento.”

“Figurati, non devi scusarti. Spero tu stia meglio.”

“Diciamo che non sto attraversando un bel periodo. Cioè da quando lui non c’è più, cioè io avevo solo avuto una giornata difficile in ufficio, ero sovrappensiero e l’abbonamento mi sarà scivolato. Sarà stato il maglione rosa che ogni volta che lo indosso mi ricorda…cioè scusami, torno al mio posto. Ancora grazie”

“Aspetta”

Appena Lidia tornò a sedersi il ragazzo si alzò:

“Piacere Lorenzo. Posso chiederti cosa stavi cercando di dirmi. Chi non c’è più?”

Lidia lo stava fissando. Dalla t-shirt, i jeans larghi, gli occhiali da sole nonostante il cattivo tempo e i capelli spettinati aveva capito subito che fosse italiano. Quello che le aveva fatto subito simpatia era l’accento sardo.

“Immagino anche tu scenda alla prossima fermata visto che ieri ci siamo incontrati in stazione. Ti va se facciamo un tratto di strada insieme?”

“Va bene Lorenzo”

 

“Posso chiederti da quanto tempo vivi a Londra e che lavoro fai?”

“Vivo qui da…Senti forse non è stata una buona idea, ti ringrazio ma è meglio che vada.”

“Lidia, non volevo essere invadente. Mi dispiace.”

“È solo che io non ti conosco. Tu sei il ragazzo che ha ritrovato il mio abbonamento ed io volevo solo ringraziarti. Non mi va di continuare questa conversazione. Scusami, sono anche di fretta.”

“Va bene, scusami tu. Ti ho vista turbata ieri e mi chiedevo se potessi fare qualcosa per te, tutto qua.”

Lorenzo, alzò le spalle in segno di resa e allungò la mano per salutarla:
“È stato un piacere Lidia. Ti auguro una buona giornata. E chissà, magari un giorno ci rivedremo in treno o in strada.”

Lidia fissò la mano di Lorenzo per qualche secondo. Lentamente, alzò la sua e sfiorò quel palmo che sembrava fissarla.
Lidia in quei pochi secondi pensò a quanto le era mancato il contatto fisico. Dagli occhi di Lorenzo capiva la sua preoccupazione per lei, che invece senza dargli spiegazioni stava provando a fuggire.
Dopo averlo salutato e aver raggiunto l’ufficio, Lidia continuava a ripensare a Lorenzo, a come era stato premuroso e comprensivo.
Si chiedeva da quanto tempo qualcuno non la guardava nel modo in cui Lorenzo l’aveva guardata. Londra è una città dove tutto va veloce, tutti sono presi da se stessi e nessuno nota la gioia o la sofferenza negli occhi degli altri. Londra le piaceva proprio per questo, potevi piangere quanto volevi, in strada o in metro, nessuno se ne sarebbe accorto. Eppure, c’erano giorni in cui quella che le sembrava una mancanza di empatia la faceva soffrire terribilmente.
Non riusciva a capire quale effetto Lorenzo avesse avuto su di lei ma era sicura che qualcosa fosse successo in quei pochi e frettolosi minuti insieme.
La sera, arrivata a casa si struccò e si guardò allo specchio come non aveva mai fatto, senza fretta.
Riprese la tela e i colori e dipinse un mare azzurro.

Qualche ora piùtardi, a letto, le pagine del libro di Auster, ferme da troppo tempo, sembravano averla assorbita completamente. In meno di un’ora ne lesse 40.
Quella notte dormì come non faceva da tempo e sognò Pietro.
La mattina successiva sembrava di nuovo curiosa di quello che c’era fuori e sperò di rincontrare Lorenzo ma non lo vide.
Lo incontrò però la sera e si ritrovò a sorridergli, ancor prima di salutarlo.
E sorrise ancora il giorno dopo e quello dopo ancora.
Lidia non l’aveva ancora capito, ma dentro di lei si stava lentamente facendo spazio l’idea di darsi un’altra possibilità.

La vita è fatta di istanti che si susseguono, e in ognuno di essi è contenuta la possibilità di cambiare tutto, Adesso.

Due cose su Vale

Sono una lettrice compulsiva e book blogger che ha finalmente deciso di cimentarsi con la scrittura. Amo i libri, i tramonti, il mare, le sere d'estate e sono appassionata di cucina e fotografia.
Per leggere le mie recensioni iscrivetevi a ilibridivaleweb.wordpress.com

Vedi tutti i post
No Posts for this author.
[Voti: 0    Media Voto: 0/5]

Le recensioni di questo racconto

Non ci sono recensioni per questo post