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La nostra squadra è tra le più forti di tutta Napoli o quantomeno dei quartieri della periferia est. Noi, ragazzi dell’Abbeveratoio e dei Bipiani, abbiamo messo insieme un gruppo eccezionale di giovani calciatori. Solo per intenderci, io mi chiamo Diego Torje perché mio padre ha lasciato l’Albania per arrivare qui l’anno del secondo scudetto del Napoli, innamorandosi del D10S del calcio. E come Maradona sono un fuoriclasse, anche se poi gioco in un ruolo differente. I miei compagni di gioco sono Amir l’algerino; Christian detto Cristo perché porta i capelli come Gesù, lunghi e biondi; e poi ‘e gemmell’ Aniello e Cerozz’ Coppola. Innanzitutto non siamo come quei ‘chiattilli’ da oratorio che quando giocano sembrano il Milan, capelli con il gel, magliette originali e scarpe firmate. E non siamo nemmeno come quelli delle scuole calcio. Loro si credono Ronaldo e Messi. Con quei giochetti e i tocchi che non servono a niente, quando t’incontri su campetti in asfalto. Contro di noi non si passa. O se si passa, esce il sangue. Sulle ginocchia, sui gomiti e anche dalla fronte. A cosa ti serve un doppopasso o una rabona se io arrivo da dietro e ti faccio finire a faccia a terra? Purtroppo però giochiamo sempre fuori casa, perché qui ai Bipiani non vuole venire nessuno. Dicono che abbiamo i tetti in amianto, che i marocchini spacciano il fumo e che i rom rubano i bambini. Allora siamo noi a spostarci a Barra, a San Giovanni e a Ponticelli: rione Incis, rione Baronessa e ‘ngopp Caravaggio. Quando arriviamo non sempre gli altri ci lasciano giocare. “E se ve futtite o pallone?”. Allora noi facciamo una scommessa. Se entro cinque minuti di gioco non segniamo un goal andiamo via. Altrimenti noi continuiamo a giocare finché non prendiamo almeno due gol di seguito. È successo poche volte, soprattutto all’inizio. Poi siamo cresciuti e siamo diventanti leggendari. Amir ha quindici anni, è alto già un metro e ottanta anche se è secco come un chiodo. Lui si mette in porta, pare nu ‘purpo’, è quasi impossibile segnargli. Aniello ed io giochiamo dietro. Siamo noi a lasciare i segni sugli stinchi avversari. Bruscolotti e Montero ci fanno un baffo. Invece Cristo e Cerozzo giocano tra il centro e l’attacco. Cerozzo tiene una botta di sinistro in grado di rompere anche i muri di cemento.

È un po’ di tempo però che ai Bipiani non possiamo nemmeno più fare due passaggi tra di noi, una tedesca o un ‘chi para va in porta’. Amir ci ha detto che è meglio che non restiamo per strada. Qualche giorno fa la Polizia si è portata due ragazzi e la notte c’è via vai di gente mai vista. È un periodo di giri strani. Ed è meglio non disturbare. Se mammà dice a mio padre che sono stato a giocare a pallone qui fuori, come minimo mi prende a cinghiate. Stavamo schiattanno n’cuorpo’ senza toccare il cuoio di un pallone. Così abbiamo cercato e trovato un campo alternativo, almeno per giocare tranquillamente tra di noi. È un po’ distante ma nessuno ci rompe le palle.

Dietro al nuovo centro commerciale, tra via Argine e lo Scassone, hanno aperto un immenso deposito di container. Roba da cinesi, anche se ci lavorano pure gli italiani. Non è l’unico della zona, un altro si trova proprio laterale all’autostrada, vicino il cavalcavia tra Barra e Ponticelli, prima dell’Abbeveratoio. In tutta Napoli orientale ci sono montagne di container di tutti i colori. Dentro questi depositi girano con muletti enormi, a tutte le ore, ed entrano ed escono Tir, guidati da polacchi ucraini e altri ex sovietici. Gli stessi che poi si fermano a mangiare nelle trattorie di Volla e Cercola. Era da un po’ che giravamo attorno a quel deposito, ci prudevano le mani. Aniello poi sta in fissa per ‘ste cose. Così abbiamo aperto un varco in un grigliato, con una tenaglia, dal lato del ponte di via Argine, dove una volta scorreva il lagno. Lì dentro è un labirinto. I container che da fuori sembravano tutti colorati, dentro sembrano tutti uguali: una volta ci siamo persi e abbiamo impiegato quattro ore per uscire e tornare a casa. Però poi abbiamo preso le misure. Abbiamo capito che anche se caricano e scaricano in continuazione, la disposizione generale è sempre la stessa e Cerozzo tiene una memoria di ferro, ormai tiene la mappa in testa. Una volta ci hanno beccato, ma nel tempo che il conducente ha impiegato a scendere dal mezzo, noi siamo spariti. Ovviamente siamo tornati il giorno dopo per marcare il territorio. Andando verso il lato dell’autostrada c’è una zona in cui sono depositati dei container blu arrugginiti e malmessi, che non spostano mai, o almeno così pare e tra questi si apre un rettangolo di gioco perfetto. Dopo qualche giorno di osservazione l’abbiamo battezzato Old China, mescolando il campo del Manchester United con il nome più riprodotto sui container. Dato che siamo in cinque e non abbiamo avversari (per ora non vogliamo svelare ad altri il nostro segreto) giochiamo con Amir in porta fisso e noi ci dividiamo mischiando spesso le squadre. Così ci alleniamo. A parte il pallone spesso ci troviamo anche solo per stare insieme e fumarci qualche sigaretta in santa pace. Sogniamo le ragazze del liceo vicino al parco Troisi. Sono una più bella dell’altra. Però per noi sono troppo: troppo intelligenti e troppo benestanti. Cristo è nu bello guaglione, ma quando apre bocca non azzecca due frasi in croce.

L’altro pomeriggio è successa una cosa che ci ha lasciato di stucco. Cerozzo ha tirato una delle sue cannonate sulla porta di un container che si è aperta. Non ci era mai venuto in mente di provare a vedere cosa ci fosse dentro. Ci bastava avere il nostro spazio per giocare. Aniello, che non si fa mai i fatti suoi, si è affacciato poi si è girato verso di noi: prima ci ha fatto il segno di raggiungerlo, poi di non parlare. Non credevo ai miei occhi. Lì dentro c’erano dei letti addobbati e una tazza del cesso. Nel buio non si vedeva bene, ma su quei letti ci sembrava dormissero dei ragazzi. Io volevo chiudere lì la storia e tornare a casa. Aniello però tene a capa tosta: sarebbe tornato, la sera stessa per capire chi sono quelli che dormono lì dentro.

Non stavo nella pelle, ma uscire la sera quei giorni era impossibile. Chiedere a papà poi non era cosa. Ultimamente sta sempre ncazzato; giornate di merda al cantiere dell’ospedale, vicino al Lotto Zero. Non pagano gli arretrati e lo straordinario nemmeno a nominarlo. I minuti l’altra sera sembravano lentissimi e la chat di WhatsApp era muta. Per ammazzare il tempo volevo guardarmi Real Madrid – Borrussia Dortmund ma il ‘pezzotto’ di Sky non funzionava. Meglio andare a mettersi sotto le coperte. Il cane della signora Scognamiglio come al solito tutta la notte non trova pace. Così sogno ad occhi aperti: i capelli profumati delle liceali e i campi di calcio in erba sintetica. E poi di farmi un tatu come Insigne. Mi piacciono le labbra sul collo. Ma non tengo la fidanzata e nemmeno i soldi per immaginarlo il tatuaggio. Il sole dalla tapparella finalmente. Amir non viene a scuola, lavora ngopp’na pompa di benzina. In classe però assenti sia i gemelli che Cristo. La prof. di matematica, che è una che ci tiene, mi ha chiamato da parte per chiedermi qualcosa. L’ho fatta fessa. Sono tornato a casa chino e pensieri.

Quando mamma prepara la frittata di maccheroni, il profumo si sente già dalle scale e si mischia con la puzza di plastica bruciata. I rom rivendono il rame e ‘appicciano’ i cavi che rubano chissà dove. La tavola, quando arrivo io, è già apparecchiata, mia sorella non mi aspetta mai per mangiare, si mette sul divano a guardare Uomini e Donne in tv. Fame zero! Anche se mamma è una grande cuoca. Mio padre l’ha messa incinta che non teneva ancora sedici anni, l’esatta età che ha mia sorella maggiore adesso. Però mia sorella non ha il fidanzato (o almeno così ci lascia credere) e non sa nemmeno preparare il caffè, mentre mia mamma è la regina della cucina e del lancio dello scarpone.

Finalmente un fischio. Aniello. Abbiamo inventato un suono nostro per chiamarci e riconoscerci subito, tra i mille suoni del quartiere. Mamma, di solito fuma sul balcone; mi guarda e con gli occhi mi prende a schiaffi. Sono le due del pomeriggio, non posso uscire prima delle quattro. Faccio segno al mio amico e rientrato, provo a finire le equazioni che la professoressa ci ha assegnato. Mi sembra che passino otto ore e non azzecco nulla, ma finalmente esco. I ragazzi ridono e non mi dicono niente. Mi prendono pe’culo. Lo so che mi chiamano o’ professore. Hanno tutti gli zaini e non mi danno spiegazioni. “Guaglù, non mi tenete sulle spine”, ma niente. Decido quindi di non insistere. Arriviamo al nostro campetto, senza dire una parola tra di noi. Quindi gli chiedo di tirare fuori il pallone. Ma loro mi chiedono di aspettare. “Cosa devo aspettare più?”. Oggi avremo degli avversari. Roba da non credere.

I cinesi non sono un gran che. Nonostante che al loro paese stiano pagando a peso d’oro i campioni di tutto il mondo, non hanno ancora imparato come si gioca a pallone. Sono tutti secchi e a stento sanno toccare la palla. Ma ci siamo messi in testa di farli imparare. E poi ci faranno da sparring partner. Come fanno con i bastardini, contro i Pittbull, al parco, di notte. Non gli faremo male però. Ci fanno capire che per ora non possono uscire da lì dentro. Ci facciamo diversi film in testa: sono clandestini, sono quelli che sostituiranno i cinesi morti (che nessuno sa dove vanno a finire), sono degli schiavi, sono geneticamente modificati (però so sempre na’ chiavica a pallone). Non sappiamo come si chiamano, gli abbiamo dato i nomi dei calciatori più scarsi della serie A, solo a uno lo chiamiamo o’schiattamurt perché Aniello dall’inizio lo chiama così.

Schiattamurt si chiama Yao Chang e da qualche giorno è in classe con me. È stato il primo a uscire. Non sappiamo come e perché. In classe tutto l’hanno schifato subito, ma ormai è un mio amico. Ho chiesto a Giggino di spostarsi e lasciargli il posto, come i miei modi e lui senza piacere ha fatto come dicevo. Yao mi ha fatto intendere che non devo dire nulla. Mi ha anche detto però che erano due mesi che stavano lì dentro in attesa di certi documenti. Suo padre e sua mamma lavorano a Gianturco e li vede solo la sera quando si ritirano. Sarà il nostro segreto, segreto come il nostro campo dove ogni giorno, tranne quando piove, ci troviamo con sti cinesi che a dire il vero poi non sono nemmeno più tanto male.

Due cose su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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