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Alzi la mano chi ha mai sentito parlare di “folk horror” durante una discussione al cineforum o in qualche manuale di letteratura di genere!

Magari avrete sentito parlare di thriller, forse di horror satanico (L’esorcista) e persino di fantascienza-horror (che poi dovrebbe essere, in parte, il mio genere di riferimento).

Ma sono SICURO che se dico “folk horror” nessuno sa di cosa parlo.

Ebbene, è da qualche mese che ho scoperto Le belle e tranquille manifestazioni religiose di Black Death (2010)di essere un autore di folk horror! Forte, vero?

  1. Il folk horror: caratteristiche

Cosa vuol dire?

Il folk horror è un sottogenere della narrativa e del cinema del terrore sviluppatosi principalmente in Gran Bretagna all’incirca attorno agli anni ’60 e ’70 e nel resto del mondo negli anni successivi. Il tema fondamentale di questo tipo di horror non è soltanto il fatto che spesso le sue storie siano ambientate fra le campagne, con le loro piccole comunità di contadini retrogradi, ma che queste ultime sviluppino dei malsani culti religiosi che spesso portano alla creazione di vere e proprie sette assetate di sangue.

Qualche titolo cinematografico e uno letterario, giusto per capire di cosa parlo:

  • The Wicker Man, di Robin Hardy (1973). Un poliziotto scozzese arriva su un’isoletta del Mar del Nord per rintracciare una bambina scomparsa e incappa in un misterioso culto di derivazione celtica;
  • Black Death, di Christopher Smith (2010). 1348, anno della Grande Peste, sud dell’Inghilterra: un gruppo di inquisitori arriva in un villaggio nel quale una setta neopagana sembra aver sconfitto l’epidemia attraverso dei sacrifici umani.
  • I figli del grano, di Stephen King (1977). Una coppietta si imbatte in una comunità rurale del Sud degli Stati Uniti dove i bambini hanno assassinato tutti gli adulti per sacrificarli a una divinità che dimora nel grano.

Le caratteristiche fondamentali di questo genere sono dunque:

  • Una comunità che diviene potenzialmente pericolosa perché chiusa in sé stessa;
  • Un certo tipo di “neopaganesimo” che entra spesso in contrasto con la morale cristiana (sia in The Wicker Man che in Black Death buona parte della tensione è basata su questo punto);
  • L’immersione totale in un ambiente che sembra “bucolico” (prati, isole incontaminate, splendidi villaggi sperduti…) ma non lo è.

Credo che il dato interessante che possiamo estrarre da questi punti sia che pochi altri sottogeneri dell’horror possano descrivere bene alcune dinamiche sociali e problematiche come il fondamentalismo religioso quanto il folk horror.

Da sempre l’horror si nutre di elementi legati alla religione e alla fede: non c’è sacro senza mistero e non c’è mistero senza una puntina di orrore. Il folk horror, però, spinge l’accelerazione su un tipo di tensione e di spavento che sono del tutto peculiari, un po’ d’atmosfera e un po’ splatter, un po’ basato sulla violenza e un po’ sullo spavento dato da segnali inquietanti.

Nel folk horror violenza e orrore soprannaturale si fondono, perché l’una è figlia dell’altro.

È la quintessenza dell’orrore: un segnale ultraterreno ispira una comunità a compiere terribili atti di violenza (penso al sacrifico umano di The Wicker Man e I figli del grano) e ciò che è “terribile” è che spesso questa richiesta di violenza sia fatta, tutto sommato, a delle brave persone che credono di fare qualcosa di “innocente” come ingraziarsi il loro dio. Pensiamoci: in un racconto di Lovecraft un cultista di Cthulhu sacrifica un malcapitato perché vuole la gloria eterna; in un folk horror un cultista può sacrificare un malcapitato con la stessa “innocenza” con la quale il prete spezza il pane la domenica.

È un pensiero terribile, quasi da banalità del male, ed è un pensiero che porta automaticamente a riflettere sulla violenza religiosa. Se la violenza diviene parte integrante di un culto, e per i suoi fedeli quel culto è legittimato, significa che ciascuno di loro può trasformarsi in una sorta di serial killer autorizzato a far ciò che vuole in nome di Dio.

Esattamente come un soldato dell’Isis.

  1. Isolamento e società

Non serve una laurea in antropologia culturale per comprendere come le dimensioni di un gruppo di persone influenzino profondamente il suo assetto sociale e le sue regole interne: una piccola tribù di cacciatori nomadi e chiusa in sé sarà più portata a credere che il dio suoi padri la controlli, giudichi e ispiri tutti i suoi meccanismi interni; una città evoluta e dai cittadini in grado di viaggiare molto avrà una visione molto più laica e disincantata e sarà portata a maggior senso critico grazie al confronto con altre città.

Guarda caso, la premessa del folk horror è che queste storie debbano avvenire sempre su un’isola, o in un villaggio sperduto in una palude, o nella brughiera sconfinata.

Quando sono in poche e quando non hanno altri riferimenti se non la legge dei padri (che è sempre da intendersi come legge divina) le persone creano legami basate su valori condivisi. Il dio dà sempre la Legge, in qualsiasi sistema religioso, ma in piccoli gruppi come questi quella Legge guida una comunità nella pratica.

I punti di riferimento non sono quindi mai razionali, non c’è possibilità di reale apertura a diverse opinioni da quelle della maggioranza.

I risultati possono essere molti e, se da secoli l’antica religione prescrive a una comunità di arrostire persone per portare gioia al dio di turno…

Beh… come pretendiamo che possa finire bene per il protagonista ignaro del nostro folk horror?

  1. Violenza purificatrice e repressione

Parlavamo poco fa della violenza come elemento distintivo di questo genere di racconti.

Bene, deve essere chiaro: il folk horror non è per stomaci deboli.

In The Wicker Man, ormai un classico (sono al sicuro a accuse di spoiler!), il povero protagonista finisce in un rogo per saziare gli déi celti dell’isola, mentre attorno a lui si balla e si canta.

Ne I figli del grano la comunità di Gatlin crocifigge le persone in nome di Colui che Vive nei Filari.

Il culto, in questi racconti è sempre finalizzato all’omicidio rituale; logico, sono racconti dell’orrore, se non c’è il morto non siamo contenti, giusto?

È innegabile però che qualsiasi folk horror porti a riflettere sul ruolo sociale della morte nell’antichità.

Come vedremo fra pochissimo l’ispirazione religiosa di queste storie è quasi sempre di origine pagana (o comunque “cristiana deviata”).

Nelle religioni precristiane, ebraismo incluso, il sacrificio umano è possibile e a volte centrale.

Non ha solo l’obiettivo di sfamare il dio, ma soprattutto quello di espiare le colpe della comunità (il capro espiatorio, do you remember?).  La spettacolarizzazione della violenza del sacrificio diventa allora un rito collettivo per allontanare il male, una sorta di rito contro il malocchio, contro la sfortuna, la malasorte. Scagliare la violenza e il male su uno per impedire che colpisca cento persone.

Nel folk horror questa caratteristica è dunque molto importante, sia perché crea una minaccia perfetta, sia perché aiuta l’autore a fare quello che nessun altro genere può: arrivare a “empatizzare” per i cattivi.

  1. Déi contrapposti

Il tema del paganesimo è senza dubbio il più affascinante e ambiguo fra quelli legati al genere.

Come detto poco fa, la violenza e il male portati dagli antagonisti di questo tipo di storie sono generate da rituali che una comunità porta a termine in buona fede.

Nell’ottica di queste persone, il loro dio richiede un sacrificio di sangue per poi ripagare con un vantaggio; si tratta di una benedizione, una protezione contro il male, dei doni di madre natura.

Una caratteristica propria nelle religioni pagane, culti nei quali il dialogo fra il dio e il suo popolo veniva definito attraverso un dialogo impari fra il supplicante e l’altro, colui che è al di sopra. La dimensione rurale di questi culti è ben chiara: si sacrifica qualcosa per un buon raccolto, che porti vantaggi per tutta la comunità. Se non si sacrifica non c’è il raccolto, se non c’è il raccolto non c’è sopravvivenza per la comunità.

La comunità scarica quindi il peso di questa dinamica sul capro espiatorio, che diviene il predestinato al sacrificio per la sopravvivenza di tutti.

Spesso il folk horror fa ricadere il ruolo della vittima designata su una persona esterna, che come dicevamo prima incappa per sbaglio nel luogo sbagliato e diventa il capro espiatorio. Una pura costruzione narrativa, che tuttavia produce un effetto di profonda minaccia e accerchiamento nello spettatore/lettore.

Accerchiamento o minaccia che però vanno insieme a un altro sentimento, molto più ambiguo: la presa di coscienza che i malvagi, in realtà, non sono dei folli assetati di sangue. Sono, semplicemente, degli ignoranti guidati da una forza ben più potente di loro; che sia soprannaturale o meno, è una forza inarrestabile e capace di espandersi senza pietà, distruggendo non solo l’agnello sacrificale, ma anche la comunità stessa qualora la richiesta di sacrifico si faccia sempre più forte e crudele.

D’altra parte, il tema della religione non riguarda solo la caratterizzazione degli antagonisti, ma anche quella degli eroi.

Come accennato, sia in Black Death che in The Wicker Man i protagonisti sono in opposizione ideologica e religiosa del tutto distante ai malvagi: nel primo caso si tratta di Ulrich, inquisitore al servizio del vescovo che ha fatto della fede la sua ragione d’esistenza (la moglie e il figlio, non a caso, sono morti da tempo di peste). Nel secondo caso abbiamo Nigel Howie, un agente di polizia tanto integerrimo quanto goffo, credente fino al midollo, casto, timorato di Dio.

Entrambi vedono nei loro avversari non soltanto l’immagine di un male da estirpare perché crudele e malvagio, ma soprattutto perché contrario alla loro morale.

Quanto pesano queste convinzioni religiose all’interno del loro scontro? Quanto l’intolleranza di persone come l’integerrimo cavaliere Ulrich verso gli eretici pesa sulla volontà dei suoi nemici di essere spietati? Il folk horror può essere tanto la messa in scena di un crudo sacrifico, quanto di una guerra di religione combattuta sul piano psicologico.

E questo non fa che accrescere l’ambiguità di fondo: chi può dirsi “pulito”, in storie del genere?

Non certo i feroci massacratori.

E non certo i fondamentalisti cristiani che vi si oppongono.

  1. L’amore per un genere, la speranza in Morte Viola

È bello partire da un genere di nicchia ma molto ben codificato come il folk horror per tentare di costruire qualcosa di originale pur utilizzando alcuni espedienti narrativi già apprezzati e riproponendo alcuni elementi visti in altre opere amate come The Wicker Man.

Non c’è genere di horror che più si adatti alle storie del Ciclo dei Cacciatori come il folk: sono infatti sociologiche, violente, estremamente incentrate sull’atmosfera, i personaggi, i luoghi rurali, il mistero, elementi che le fanno rientrare all’interno del filone.

I Cacciatori sono un gruppo di eretici a caccia di eretici in una società bigotta e cattiva, nella quale la religione ha una funzione tanto di collante sociale quanto di speranza contro i terrori della notte. Possono non scontrarsi con strani culti pagani in grado di fare cose terribili?

Assolutamente no.

Ecco perché  ho costruito totalmente Morte viola, la loro seconda avventura seguendo tutte quelle suggestioni narrative, filmiche, storiche, sociologiche e antropologiche che ho tentato di esporre.

Spero di esserci riuscito. Provarci, però è stato estremamente divertente.

Qualche informazione su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

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