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Lunedì

 Il lunedì è il giorno di Arianna. Si siede sempre nel tavolo all’angolo, quello accanto alla finestra, vicino alle piante grasse ordinate sul davanzale nei loro vasi rossi. Si sbizzarrisce con le nostre insalate, ma credo che la sua preferita sia la Caesar Salad. Come darle torto. Dice che il lunedì deve riprendersi dagli eccessi della cucina di sua madre, che la rimpinza di ghiottonerie tutto il fine settimana.

Ha un accenno di acne sul mento e sulle guance, ma si mette talmente tanto fondotinta che te ne accorgi soltanto quando vai a prendere e portare le ordinazioni. Ha le unghie sempre di colori diversi: rosse, blu, verdi a pois, color zebra, viola fluo. È un dettaglio che mi ha incuriosito fin dalla prima volta che l’ho vista, non so quante settimane fa, visto che il suo abbigliamento, al contrario, non è affatto variopinto: jeans e maglietta nera, anche d’inverno, quando fuori fanno 5 gradi. Come faccia, non so. Una volta ho origliato una sua conversazione con un’amica (lo so, non si fa, ma mentre pulisco i tavoli mica posso turarmi le orecchie, no?) che le muoveva un appunto circa il suo look troppo leggero per una grigia giornata di novembre. Con la sua pungente ironia l’ha subito rimbeccata: “Tu che sei uno stecco non puoi capire, io con tutta questa ciccia ho già una copertura naturale!”

A me non sembra grassa. Dolcemente morbida, ecco. Quando mi avvicino mentre lei fa finta di studiare il menu che sa a memoria, l’occhio mi cade sulla sua ampia scollatura. Lei fa finta di non accorgersene e io sposto lo sguardo con prontezza, al momento giusto. Solo un’occhiata fugace, ma gradisco.

La cosa che più mi colpisce è il suo sguardo: caldo, accogliente, gioviale e con una punta di sana spavalderia. Eppure muoio dalla voglia di scoprire le sfumature nascoste nei suoi occhi quando scruta fuori dalla finestra… Chissà se è fidanzata? Magari un giorno di questi le chiedo di uscire. Ma prima devo bere una vodka lemon, per superare la timidezza.

Martedì

 Il martedì è il giorno in cui si lavora di meno (e si origlia di più). Spesso gli unici avventori del locale a pranzo sono Gianluca e Valeria. E Pon-Pon, il coniglio di pezza della piccoletta. Fanno certe chiacchierate fitte fitte, la bimba e il suo peluche, che a volte mi chiedo come faccia il padre a sopportare quel tramestio continuo. Poi osservo la sua fronte precocemente stempiata e comprendo che forse un po’ di stress lo accusa. Subito dopo, capto lo sguardo di amore incondizionato che regala alla figlia, e mi ricordo che quello è l’unico giorno infrasettimanale in cui può vederla. Per lui ogni sillaba che esce dalla sua bocca è preziosa.

Hot dog e patatine (“E tanto ketchup e maionese, a Pon-Pon piace la salsa rosa!”, strimpella con vocetta acuta) per Valeria, doppio cheeseburger per Gianluca. E per entrambi una bottiglia di coca-cola. Ma il pezzo forte è il dolce: entrambi (anche Pon-Pon, certo, non lo dimentichiamo) amano la nostra cheese cake ai frutti di bosco. Il padre finisce la sua parte in due minuti e mezzo e poi aspetta per i successivi venti minuti che Valeria finisca di mangiare, tra una barzelletta e l’altra.

Ogni tanto parla del suo “nuovo papà” (“Tu sei il papà vecchio, ma sei un papà vecchio giovane!”) e sulla fronte di Gianluca si dipinge una ruga, forse di risentimento, forse di rimpianto. Parla poco, molto poco in confronto alla smania comunicativa della figlia. Magari ha preso dalla madre.

Alla fine del pasto il padre le svela il posto fantastico in cui la porterà: il laghetto, il parco giochi, il cinema… e lei fa salti di gioia (insieme a Pon-Pon), abbracciandolo forte. Forse non è così male fare il papà part-time.

Mercoledì

 Sabina ha la libera uscita il mercoledì pomeriggio. Dopo aver dato da mangiare a Gino, l’anziano che accudisce tutta la settimana, aspetta vicino alla porta che arrivi uno dei figli a darle il cambio. Me lo ha raccontato lei: è in Italia ormai da quasi 10 anni, parla la lingua con una lieve cadenza dialettale, potrebbe confondersi tra le donne italiane. Ma lei si sente sempre “straniera”, così la chiamano, dice.

Viene sempre a mangiare qui e poi va a fare una passeggiata per il centro commerciale; osserva le vetrine senza comprare nulla: mette da parte i soldi, la maggior parte li spedisce alle figlie rimaste in Romania.

Non saprei quanti anni abbia, né ho il coraggio di chiederglielo. Potrebbe avere 35 anni, come 45, è una bella donna, di quelle bellezze magnetiche, ma un po’ distratte.

Ordina sempre carne, spesso filetto di vitello. “Voi italiani mangiate pasta tutti i giorni, come fate?”, mi chiede con il suo sorrisetto sghembo, che mette in mostra dei denti perfetti e delle simpatiche fossette sulle guance.

Non ho capito se gli sto simpatico, oppure no. Mi racconta di stralci di sé, aggrappandosi ad ogni scusa; ma, mentre lo fa, la voce diventa lontana, stropicciata. Quando parla non mi guarda mai negli occhi, fruga nella borsa o rigira il bicchiere di vino tra le mani. Credo che sia diffidente. Mi incuriosisce e, allo stesso tempo, mi suscita soggezione.

Alla fine ciascuno di noi custodisce la propria solitudine in modi differenti.

Giovedì

Armando e la sua piadina bresaola, parmigiano e rucola. Ogni giovedì, cascasse il cielo. Gli ricorda la sua riviera romagnola, abbandonata tanti anni fa per lavoro, ma rimasta sempre nel cuore. Il colore dell’Adriatico sembra avergli tinto gli occhi, così verdi e vispi, anche se ora sono adagiati su un reticolo di rughe.

Mi chiede ogni volta: “Ti sei fidanzato?” e ogni volta, alla mia risposta negativa, risponde: “Bravo, fai bene, goditi la gioventù!”.

Mi racconta delle sue tante amanti, delle donne che conquistava da giovane. A suo dire, si è fatto tutte le ragazze di Riccione nel biennio d’oro ’68 – ’69, sfruttando l’onda rivoluzionaria dell’epoca.

“Le cabine di Bagno 33 le ho battezzate tutte!”

Parla ad alta voce in maniera sguaiata, attacca bottone con qualsiasi malcapitato si avvicini e, per sbaglio, gli dia un po’ di confidenza. Io lo ascolto divertito tra un’ordinazione e l’altra, ridacchio, lo prendo anche in giro, ma lui non se la prende mai, ride con me. Sarà anche il vino che si scola, sempre almeno due mezzi litri del rosso della casa. Ordina il primo mezzo litro pieno di buone intenzioni, ma poi cede sempre e ordina un altro mezzo.

Rimane spesso fino alla chiusura, a volte si appisola tutto storto sulla sedia, ma appena lo tocco si ridesta e mi fa, sbiascicando: “Ci vediamo, giovane! Smanè la vèggia!” e se ne va barcollando, come se nulla fosse.

Venerdì

 Venerdì, giorno di studentesse universitarie in transito. Di qui passano tutte le ragazze fuorisede che tornano a casa per il fine settimana. Io mi faccio una cultura sugli argomenti più disparati: medie ponderate, locali in voga, esami difficili, tresche improbabili, dispense noiose, genitori ansiosi.

È una gioia per gli occhi; un po’ meno per le orecchie. Quanto strepitano! Più sono e più i decibel aumentano in maniera esponenziale. Loro lo sanno: catalizzano l’attenzione su di loro, sui loro maglioncini scollati, sui pantaloni attillati, sui capelli che profumano di buono, sugli occhi ammiccanti, truccati di nero. Un po’ se la tirano, ma fa parte del ruolo che hanno adottato.

Non sopporto tutto il casino che combinano, arrivo a fine giornata con un gran bisogno di Oki per sedare il mal di testa. Però ogni tanto cedo alle tentazioni, sto al loro gioco, quando mi guardano e fanno le ochette. Qualche uscita l’ho rimediata, qualche frutto proibito l’ho posseduto per pochi attimi, ma mai niente di serio.

C’è solo una che mi cattura: si chiama Marta e ha dei capelli riccissimi e lunghissimi, sempre acconciati sulla testa nei modi più fantasiosi. Frequenta la facoltà di filosofia e spesso studia seduta al tavolo; è una mosca bianca in mezzo a questo viavai variopinto di farfalle. Ha un piercing molto sexy sulle labbra carnose e quando ordina il suo aperitivo con Campari Spritz non alza mai lo sguardo dal libro del momento.

Quanto darei per avere la stessa attenzione di quel tomo!

Sabato

 Odio il sabato: durante tutto il turno non ho mai cinque minuti per fumarmi una sigaretta. Faccio la trottola tra famiglie sovraffollate e genitori distratti, preadolescenti in calore e nerd con cuffie, pettegoli di tutte le età e ragazze super truccate, attivisti politici e alcolizzati ebeti.

Un mondo caotico e rumoroso, una giostra colorata con ogni sfumatura dell’umanità.

Taglieri, stuzzichini, piatti di pasta, panini, fritti, dolci, cocktail. Non confondere le ordinazioni dei diversi tavoli è difficile, anche se il mio spirito di osservazione raramente si inganna.

Ragazze attaccate al telefonino? Per loro happy hour con drink colorati da fotografare.

Madre, padre e pargoli urlanti? Un bel piatto di pasta per tutti (corta, mi raccomando, sennò i bambini si sporcano i vestiti appena lavati).

Ragazzi affamati di sigarette, alcol e belle ragazze? Hamburger, birra chiara media e fritto misto, tanto si divide.

A volte mi chiedo: se fossi dall’altra parte della barricata, in quale gruppo mi collocherei? Quale sarebbe l’ordinazione che un altro cameriere immaginerebbe per me?

Domenica

 Sara e Luigi. Tutte le domeniche, alle 13.30 precise, non un minuto di più, non un minuto di meno. Tavolo appartato, quello con la panca ad angolo. Luigi saluta guardando il pavimento, Sara sorride in maniera spontanea, rilassata.

Quasi tutto il tempo si tengono per mano, o stanno così vicini da mantenere un contatto fisico.

Lei è mancina, ha un modo curioso di impugnare le posate. Ama i pomodori di riso d’estate, la parmigiana di melanzane d’inverno. Lui ordina sempre spaghetti al ragù di primo, cotoletta di pollo di secondo; mangia masticando lentamente e non alza mai lo sguardo.

Lei gli racconta del suo lavoro, della settimana appena trascorsa, del vestito che vorrebbe comprare per quel battesimo, del film che ha visto al cinema. Ha una voce bassa, dolce, rassicurante. Lui rimane in silenzio, ma ogni suo gesto tradisce il sentimento che prova nei confronti della ragazza.

Non ho mai visto un amore più forte, più commovente.

Hanno lo stesso colore di capelli, un castano chiarissimo, quasi biondo. L’unico indizio del fatto che sono fratelli.

“Non te la prendere se non ti guarda, non lo fa per maleducazione. In realtà gli piaci, vedi che non sposta mai il sale quando ti avvicini?”, ridacchia Sara.

Quando li vedo il tempo si ferma: quello che mangiano ha un odore più forte, l’alfabeto dei loro dialoghi oltre le parole riempie tutta la stanza.

Bevono un caffè (macchiato caldo e amaro per lei, lungo e zuccherato per lui) e vanno via sottobraccio, sempre con il sorriso.

E io torno a casa contento, anche se la settimana è stata stancante e nel giro di poche ore si ricomincia. Perché ogni volta assaporo un po’ di umanità, ma non ne sono mai sazio.

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