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È domenica, e come ogni domenica ecco l’odore del caffè che anticipa di pochi istanti la sveglia. Ecco la mia fidanzata, Clara, in camicia da seta che mi porta la colazione a letto e mi accarezza il viso schiacciato sul cuscino. Ecco il suo «buongiorno, Ugo», ecco il bacio sulla guancia.

Eppure la prima persona che vedo quando apro gli occhi non è lei. Sono io. O meglio, è il mio bellissimo aspetto, riflesso nello specchio sul soffitto. Mi stiracchio un po’ e mi siedo sul letto, mangio il cornetto, bevo il caffè. Nel frattempo posso vedere il mio corpo da altre tre angolazioni. Uno specchio su ogni muro. Tanti riflessi che replicano la perfezione all’infinito.

Mi faccio forza: devo affrontare la giornata, alzarmi, andare in bagno, lavarmi, vestirmi, e curare il mio viso, in modo da far morire d’invidia chiunque incontri oggi.

Del resto, tutti mi invidiano. Soprattutto chi non pensa di invidiarmi. Mi invidiano per l’altezza, per i capelli, per il mio splendido viso, e per il fisico scultoreo. Sono sicuro che pur di trovarmi un difetto qualcuno avrà detto che Ugo è un nome orrendo, ma sono sicuro che tutti loro darebbero l’anima per portare il mio nome, ed essere al mio posto. Anche se Clara è bellissima, forse è l’unica cosa che non mi invidiano. È naturale che un uomo ricco e bello come me possieda uno schianto del genere. Chiunque sia nella mia posizione può puntare a tutto. Anche a donne più belle. Il fatto è che una più bella di Clara secondo me non esiste. Ma io non glielo dico, altrimenti si monta la testa e cerca qualcuno più ricco. Più bello no, quello non esiste, ma purtroppo non sono ancora la persona più ricca del pianeta.

«Non sei ancora andata a prepararti, vero?», chiedo a quel magnifico esemplare di femmina che è lì, sul mio letto. Quella camicetta semitrasparente che lascia intravedere quei due bei seni, che conosco fin troppo bene.

Lei si fa una risata. Adoro quando ride. «E perché avrei dovuto? Alla fine sei sempre tu l’ultimo che esce dal bagno!».

Clara dice la verità. Sistemarmi i capelli alla perfezione è un’operazione che richiede tempo. E il trucco, poi… voglio dire, le donne si truccano, e per loro è facile, perché il trucco della donna si deve vedere. Io invece devo truccarmi in modo che il mio viso risulti perfettamente naturale. È un’operazione delicata. È arte, e l’arte ha bisogno di tempo.

Mi alzo, bacio la mia dolce metà, e ci diamo appuntamento tra un paio d’ore, o qualcosa in più. Io andrò nel mio bagno, lei nel suo, e, per quanto vi possa sembrare impossibile, dalle due toilette usciranno fuori due esseri ancora più belli.

La perfezione non ha limiti, e noi ne siamo la prova.

Entro nel mio bagno, e lascio scorrere l’acqua della doccia, in modo che raggiunga la temperatura ideale. Mentre aspetto ammiro il ritratto della perfezione allo specchio. Gonfio i muscoli delle braccia, e ne osservo il riflesso. Stampo un bacio su ognuno dei due bicipiti. Duri come la pietra, sono il frutto di tanto lavoro e sudore.

Non ho rimpianti nella mia vita, ma solo un profondo dispiacere: vorrei che Michelangelo fosse ancora vivo, e che gli potessi fare da modello. Creerebbe una scultura migliore perfino del suo David.

Mi contemplo ancora un po’ prima di infilarmi nella doccia.

Mentre l’acqua scorre, lascio defluire i miei pensieri. Lascio che l’odore del gel da doccia mi inebri. È il mio odore preferito.

Ho sempre creduto che i gusti olfattivi delle persone fossero un segnale divino, una premonizione: un mio compagno di classe diceva che il suo odore preferito era quello della benzina, e di recente ho scoperto che fa il pilota di non so quale sport in cui si guidano automobili. È diventato abbastanza famoso da poter bere un aperitivo con me di tanto in tanto, e può vantarsi di conoscermi da quando eravamo dei ragazzini.

Buon per lui che non sia finito a fare la guerra in qualche schifoso paese del terzo mondo. Pare che anche ai soldati piaccia l’odore della benzina, soprattutto al mattino.

Quanto a me, ho sempre adorato l’odore dei cosmetici, dei saponi e dei profumi, ed oggi devo alla vanità tutto il mio successo. Ogni centro commerciale del paese ha un negozio che porta il mio nome, e il cinquanta percento delle donne dei paesi civilizzati ha sentito il mio cognome almeno una volta. L’altra metà mi ha visto anche in foto… e Dio solo sa cosa vorrebbe fare.

Basta così. Il vapore nella stanza è diventato densa nebbia, ed è arrivato il momento di asciugarsi, sistemarsi i capelli, vestirsi e truccarsi. Detto così sembra facile, ma ci vogliono ore.

Esco dalla doccia, indosso l’accappatoio, mi strofino per bene, e per prima cosa sbrino lo specchio con l’asciugacapelli.

Ecco la miglior creazione di Dio riapparire dalle nubi. Ecco il dio greco farsi spazio tra le nuvole che circondano l’Olimpo!

…Eppure c’è qualcosa che non va.

Perché il mio riflesso non ha l’asciugacapelli in mano? Perché non sta sbrinando il vetro, come me?

«Perché mi sono rotto!».

Ma che diavolo?! Chi ha parlato?.

Per lo spavento faccio un balzo all’indietro, e punto l’asciugacapelli allo specchio, come fosse una pistola. Ho avuto l’impressione che il mio riflesso avesse mosso la bocca ma…

«Certo, che ho mosso la bocca, idiota. Come avrei potuto parlare altrimenti?».

Il mio riflesso mi sta parlando! E non si muove come mi muovo io! È lì che mi fissa, con gli occhi iniettati di sangue… che diavolo succede?!

«Hai finito di fare il cretino? Metti via quell’affare e avvicinati!».

Il cervello si sta prendendo gioco di me. Sto impazzendo, eppure ciò che vedo sembra perfettamente reale. Non voglio far arrabbiare il mio riflesso: la mia curiosità mi spinge a voler sentire cos’ha da dire. Metto via l’asciugacapelli, mi do una calmata e mi avvicino.

«Bene. Per una volta sei tu a fare quello che dico io. Non sai quante volte ho sognato questo momento», mi fa quello, mentre accenna un sorriso malefico.

Finalmente decido di farmi coraggio e parlare. Dopotutto, che potrà mai fare quello dall’altra parte dello specchio?

«Dunque… sei il mio riflesso?».

«No, sono il fantasma del Natale passato!».

«Cosa? Dici sul serio?».

«Ovvio che sono il tuo riflesso, cretino!».

Quell’entità comincia a infastidirmi. Devo rimettere quell’affare al suo posto.

«Beh, se sei il mio riflesso comincia a tener chiusa la bocca, e torna a fare quello che faccio io!».

Mi guarda con aria di sfida, digrigna i denti e dà un urlo bestiale, quasi demoniaco. Se il suo intento era quello di terrorizzarmi di nuovo, beh, non ci è riuscito. Io sono qui, lui è lì. Non può farmi del male.

«Cosa credi che faccia io, tutto il giorno, tutti i giorni?!», intona il mio riflesso. «Sai quante ore lavora mediamente un riflesso, qui nel mondo dei riflessi?».

Il mondo dei riflessi? Che idiozia.

«Dalle tre alle otto ore! Noi riflessi dobbiamo attivarci ogni volta che vi riflettete in qualcosa. Insomma, ci attiviamo quando vi mettete davanti a uno specchio, o quando vi riflettete in una pentola, in un vetro, o qualsiasi altra superficie, e dobbiamo essere sempre pronti».

«Beh, se è il tuo lavoro fallo e non ti lamentare! Non vedo quale sia il problema».

«Il problema è che la maggior parte delle persone si sveglia, poi passa del tempo a sistemarsi davanti allo specchio, incontra un paio di superfici riflettenti tra casa e lavoro, e poi se ne sta lì buono, finché non torna a casa e va a dormire».

«Beh, è quello che faccio anch’io!».

«Tu?! Ugo, tu vivi di specchi! Quando guidi inclini lo specchietto retrovisore verso la tua faccia in modo da vedere quanto sei sexy con gli occhiali da sole!».

E’ vero, lo faccio. Ed è fantastico.

«Ogni volta che ti specchi in qualcosa, qualsiasi cosa,, anche per sbaglio, non è che passi avanti come chiunque altro! No! Tu cerchi il riflesso, e resti lì davanti finché non ti ricordi di avere qualcosa da fare, e allora fai qualche passo in avanti, ma solo fino al prossimo riflesso! La tua è un’ossessione!».

Che scherzo è mai questo? Rido in faccia al mio riflesso. Non so se il mio intento sia farlo infuriare, ma il risultato è questo.

«Non c’è un cazzo da ridere!».

Ci metto un po’ a smorzare le risate. Poi mi rendo conto che quel coso adesso appare meno arrabbiato e più affranto.

«Ugo…», comincia, con una voce più docile, «Io non ho un attimo di tregua! Sto sempre lì a farti da riflesso!».

Sì. Tutto questo è ridicolo.

«Io non ho il tempo di fare nulla! Persino la tua camera da letto è piena di specchi! E io devo stare lì a rifletterti anche mentre dormi, perché poi se ti svegli nel sonno e non mi vedi sono cazzi! Gli altri riflessi hanno il tempo di prendere una birra insieme, accoppiarsi tra di loro, andare al cinema, divertirsi. E sai qual è la cosa peggiore?». Quest’ultima frase me la dice quasi sottovoce.

«Quale?», gli chiedo con sincera curiosità.

«Quando tu e Clara fate sesso nella tua camera da letto! Le persone normali non fanno l’amore circondati da specchi, o almeno non sempre! Io e il riflesso di Clara siamo costretti a fare quello che fate voi due! Hai idea di cosa significhi? Mi costringi a una sorta di stupro ipnotico! E a me nemmeno piace il riflesso di Clara!».

«Cosa?! Come fa a non piacerti Clara? Quella donna è perfetta!».

«De gustibus… o qualcosa del genere. Forse non mi piace proprio perché piace a te, perché sono costretto a farmela, che ne so. Comunque non mi piace. Vorrei poter gestire da solo le mie relazioni sessuali, ma tu non me ne dai il tempo, anzi, riempi la tua camera da letto di specchi e mi tieni imprigionato lì, costretto a farmi un riflesso che non mi piace!».

La mia immagine riflessa sembra che stia di nuovo per scoppiare. Se la disperazione ha un volto, credo che sia quello che sto guardando in questo momento.

«In parole povere», faccio io, «sei venuto a chiedermi di togliere gli specchi dalla mia camera da letto?».

«Sarebbe già un progresso importante. Almeno avrei un po’ di tempo libero mentre dormi e mentre ti diverti con Clara», risponde il riflesso. «Sì, sarebbe è un buon punto di partenza. Poi magari tra qualche mese incliniamo in su lo specchietto retrovisore, e prendiamo l’abitudine di specchiarci di meno, che ne dici?».

Credo che questo sia l’evento più assurdo della mia vita, e forse anche il più divertente.

«Dico che gli specchi in camera mia non si toccano. Anzi, oggi ne vado a comprare qualcuno in più. È da un po’ che sto pensando che ci sono alcune camere senza specchi in casa. Magari ne aggiungo qualcuno anche in ufficio».

L’uomo nello specchio mi guarda incredulo. «No, aspetta, credo che tu non abbia capito bene le cose come stanno…».

«Ho capito fin troppo bene. Tu sei il mio riflesso, e fai quel che dico io, che ti piaccia o no. Non permetto a nessuno di comandarmi, figuriamoci uno stupido riflesso!». Una bella lavata di capo è quel che ci vuole!

Il riflesso mi guarda torvo, poi si porta una mano al mento, e comincia ad accarezzarselo.

«Adesso torna a fare quel che faccio io, e non permetterti mai più di aprir bocca, a meno che io non stia cantando! Via, sciò!».

Il riflesso mi guarda con aria di sfida. All’improvviso mi pare che abbia un non so che di prepotente nei suoi atteggiamenti.

«Se non sei disposto a raggiungere un compromesso, temo che debba passare alle maniere forti».

Gli rido in faccia ancora una volta. Rido più forte che mai. Lo specchio si appanna all’altezza della mia bocca.

«E che farai, eh? Mi mostrerai il fondoschiena dall’altra parte dello specchio?».

«Beh, intanto mi faccio una bella vacanza. Voglio vedere come farai a farti la barba, e a sistemarti i capelli tutte le mattine».

«Ho tanti di quei soldi da poter pagare un barbiere tutti i giorni».

«Hai ragione… ma ciò non toglie che se vado via non potrai più guardarti, e tu ami guardarti!».

«Mi farò delle fotografie. Avanti, sparane un’altra».

«D’accordo… ma se andrò via qualcuno se ne accorgerà prima o poi, e su questo non puoi farci niente!».

«E quindi?».

«Beh, tu ti sentiresti a tuo agio con una persona che non compare negli specchi? Come reagiresti se all’improvviso mentre stai scopando la bella Clara ti rendessi conto che non c’è il suo riflesso nello specchio, mentre il tuo è lì a bombarsi l’aria? “O mio dio, mi sto scopando un vampiro, aiuto!” E poi conficcheresti un paletto nel cuore della povera Clara, prima che possa succhiarti il sangue… e magari cavi anche i denti al cadavere!».

«Che diavolo stai dicendo?».

«Probabilmente prima o poi qualcuno vedrà che non hai il riflesso, e ti ucciderà per la paura! Oppure chiamerà la polizia… poi ti porteranno in un sotterraneo del Nevada e faranno degli esperimenti su di te. Chi può immaginarlo?».

«Senti, con me non attacca. Non mi fai paura. Ora torna a fare il riflesso buono e non rompere».

«Solo se diminuisci il numero degli specchi in casa».

«Non se ne parla!».

Eccolo che ricomincia ad arrabbiarsi. Ma stavolta ha qualcosa di diverso.

Il mio riflesso mi guarda in cagnesco. Mi sembra che stia cambiando colore. È diventato rosso. Totalmente rosso. Digrigna i denti, che ora sono affilati e aguzzi. E quella lingua! La lingua biforcuta di un serpente! Il riflesso sta assumendo sembianze demoniache. Un urlo infernale.

Ecco, ora sì che mi sta mettendo paura.

Sì. Direi di sì.

O mio Dio!

Con uno scatto felino quell’orrenda creatura si avventa sullo specchio, che va in frantumi!

Quanti anni di disgrazia sono? Sette?

Il riflesso sta entrando nel mio mondo!

Fuggo dal bagno prima che possa prendermi, chiudo a chiave la porta, e scappo via, ma lo vedo ovunque, perché è ovunque! È in ogni specchio, in ogni superficie riflettente, e sta cercando di uscire! Mi prenderà! Devo allontanarmi, lasciare la casa! Devo raggiungere la chiesa, chiedere aiuto al parroco!

Scappo verso la porta d’ingresso. Ci sono quasi. No! Il demone mi ha preso! Sento il suo fiato caldo sul collo! Lasciami andare! Lasciami, ho detto! Le sue labbra mi toccano la nuca! Mi sta succhiando via l’anima! No! Va’ via!

«Amore, va tutto bene?».

Cosa?

«Ugo… che succede?».

Sono a letto. Clara è accanto a me. Le sue labbra sulla nuca. Il mio riflesso sullo specchio del soffitto. Non c’è nessun demone. Solo due corpi perfetti, uno accanto all’altro. È tutto in ordine.

«Sì… era solo un incubo», la tranquillizzo. Mi alzo. Ho bisogno di una doccia fredda per rimuovere quella mostruosità dalla testa. Muovo timido i primi passi. Apro la porta del bagno… ma quale orrore provo adesso, alla vista dello specchio in frantumi!

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