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Una vecchia borsa di pelle consunta. È il mio bagaglio. Dentro, oltre ai soliti sogni di gloria, tanta quotidianità.

Un fazzoletto di stoffa sempre pulito, nell’unica tasca interna. Si trasmettono il profumo vicendevolmente, il fazzoletto sa di pelle e la borsa di bucato pulito, delle volte di lavanda altre di gelsomino. Mi piace respirare il profumo dei fiori. Le mie donne sanno come fare, alcune utilizzano la cenere, altre solo il sapone di Marsiglia.

Un blocco di fogli riciclati, dove scrivere, senza vergognarsi di ciò che si scrive, le uscite più che le entrate.

Una vecchia biro senza cappuccio, un giorno rovinerà tutto, sicuro, per ora va bene così. Tanta fortuna. Infondo non so perché sto scrivendo tutto ciò. Ma prima del prossimo passo sento l’esigenza di farlo. E la biro, che in realtà non ho mai usato tanto, per ora mi accontenta.

Un breviario usurato, che non so usare, troppo complicato ricordare le settimane del salterio. Dentro c’è anche il santino di Gigi Riva, una figurina. Il mio calciatore preferito. Un vero profeta, fedele alla sua terra.

Una bricchetta d’acqua santa, andare in giro per case a benedire, mestiere da preti, che qualcuno deve pur truffare. Lo allungo con qualche goccia di acqua di colonia. L’effetto crea suggestione, ma deve restare solo un sentore, il dosaggio è fondamentale. Troppo aizzerebbe dubbi che non posso permettermi.

Una tracolla lunga, per portare la borsa sulle spalle; è utile anche in treno. La lego al bracciolo, così che nessuno la porti via. Dentro ci sono gli utensili del mestiere.

Un paio di occhiali da sole, aiutano a dormire meglio durante i lunghi viaggi. Con le offerte ricevute compro i biglietti, non posso restare troppo tempo nei paesi dove mi reco in missione. Conservo tutti i tagliandi. Un po’ di candeggina e la timbratura vien via, possono essere riutilizzati. Chi direbbe mai a un reverendo che ha falsificato un biglietto se questo è pacatamente seduto in seconda classe, mentre legge la buona novella?

Una tunica di riserva e biancheria pulita. Non devono mai mancare. E la stola, ereditata da Don Leone, da un lato viola, per Avvento, Quaresima ed Estreme Unzioni – l’ultima quella di Donna Filomena, una donna in carne di Benevento; dall’altro lato è bianca, per ogni occasione – a Natale fa la sua bella figura, l’ultimo l’ho passato a Contursi.

Una rubrica telefonica. Solo donne. Pie. Accanto al loro nome quello con cui mi sono presentato. Pronte ad accogliermi lungo tutta la penisola. Una fitta rete di bizzoche che mi alimenta e si allunga come una catena di Sant’Antonio.

  • Conosci don Giustino?
  • Che bravo prete quel Filippo!
  • Padre Franco me l’ha presentato Carmelina, sentissi che prediche che fa!
  • Certe benedizioni, quel Fra Loreto!
  • Quel santo monaco di Gerardo, ha confessato tutti i miei figli e anche mia: è stato chiuso in camera per tre ore, almeno quello glielo dovevo.

Questo chiedo. Le offerte sono sempre spontanee, una convenzione e poi la manfrina del “non posso accettare” aiuta anche la coscienza.

Un contenitore con il lievito madre che conservo con cura in fondo alla borsa. Era della nonna, donatomi da mia madre. Quindi, lievito madre esponenziale, mi protegge dall’esposizione alle bestemmie. Le uniche donne inamovibili della mia vita sono le mie ave, anche se nessuna di queste si chiama Maria.

Ho dormito in camere da letto cedute o no da donne sole, solo o in loro compagnia. E sono rimasto fedele, non c’è uomo che ha avuto problemi a causa mia. Né tantomeno donne, mai fatto il primo passo. Per fare bene questo mestiere bisogna essere ligi. Non posso rischiare, anche se di donne stufe e scocciate ne ho confessate. Se le mie orecchie potessero parlare farebbero arrossire Boccaccio. E poi non posso legarmi ad alcuna donna: pur non avendo fatto voto di castità non devo rischiare. Ma ho diviso anche letti con mariti baffuti, costretti a coricarsi con il prete che veniva da fuori: “Occupi il mio posto, io mi corico sul divano, se mio marito russa può tirargli un calcio, è abituato.”

Un pacchetto di mentine: per mentire meglio ci vuole un alito profumato. “Caro Fratello, ero di passaggio, sono un comboniano itinerante, se vuoi posso fermarmi per darti una mano, hai la fila per le confessioni”. “Don Carmine ho qui le mie referenze, mi manda il monsignore”. Dalla presentazione al confessionale, il passo è breve. “Signora, credo che una benedizione in casa possa far solo bene, anche i muri hanno un’anima”; “Se vuole possiamo recitare insieme il Rosario, chiami pure i vicini”; “Vuole che parli io con suo figlio?”; “Non si preoccupi, suo marito mi ha assicurato che non ha altra donna”. Dire quello che vogliono sentire.

Un Rosario di finto legno. Pur non avendo un’istruzione classica, qualche frase in latino per le diverse occasioni riesco a tirarla fuori. La lingua morta ha un effetto dirompente sulle vecchie nostalgiche del pre-concilio. “Un’altra Ave Maria e poi il Pater sorella.”

Deve passare il giusto tempo prima di tornare nello stesso borgo, nella stessa provincia, nella stessa regione. La penisola è lunghissima per un missionario. E ogni tanto devo pur tornare a casa. Dall’Istria a Marsala, ogni regione ha i suoi modi e le sue credenze. Le assimilo tutte. In Calabria benedire il bestiame garantisce insaccati; i pescatori di Sorrento senza la mamma celeste non escono per mare. Al nord invece, nei borghi dove sacramentano ogni quattro parole, c’è sempre un bicchiere di vino alla salute del reverendo. E che dire delle canoniche del centro, in quel di Foligno o di Osimo, dove fraticelli cicciotti ospitano mal volentieri confratelli di notte, ma con il sorriso, sorelle nei nebbiosi pomeriggi. Bisogna mantenere il massimo riserbo, sempre. La rete non deve mai incrinarsi.

Una foto. Il vecchio Padre Peppe che sorride. Mi ha svelato il suo mistero una piovosa sera di novembre.

Tornavamo in treno da una messa al duomo di Cerignola. Credevo ci fossero altri chierichetti, invece ci ritrovammo soli.

Ragazzo” mi disse,

hai quattordici anni adesso” mi conosceva bene pensai.

Mo’ ti spiego come va la vita, come girano le cose”.

Non potevo immaginare che saremmo diventati confratelli.

Ai miei tempi c’era la povertà!

Anche oggi don…” mi permisi, ma mi fermo subito.

Sto parlando io, tu ascolta”.

Va beh era solo un’affermazione, sto zitto”.

Ai miei tempi c’era la povertà. Se la tua famiglia non c’aveva dote, c’erano due possibilità: o diventavi un mariuolo o ti chiudevi in convento, vocazione o meno!”.

Pensai subito che stesse per dirmi, che lui di fare il prete non ne voleva ‘mezza’, ma per aiutare la famiglia aveva preso la retta via, infondo tutti lo pensavamo in paese che non era un granché e si limitava a fare il suo.

Il convento era latino, era clausura, era castità. A quattordici anni i pensieri passano dalla testa alla pancia, incominciano a girare e a scendere, fino alle parti basse. Scappai dopo meno di un mese. Sopra la cappella di Sant’Antimo a Grugnano, c’era una mansarda dove, con gli altri chierici andavamo a guardare le riviste, mi nascosi lì. Mi trovò Don Leone. Gli raccontai tutto”.

Scusi don, ma non capisco? Io non mi tocco…”.

Stammi a sentire e poi dopo fai le domande e poi che non ti tocchi dillo a tua nonna”. Riprese.

Don Leone mi racconto che lui in seminario non c’era mai stato. Fu una folgorazione, tipo quella di Santa Rita. Era un ebreo, un militare di Asti e non si chiamava nemmeno Leone; disertore in guerra. Perse la famiglia e si ritirò in Puglia con un certificato falso, rubato da una chiesa distrutta di non ricordo dove. Ma quel foglio lo rendeva Sacerdote del Signore di religione cattolica. Il suo vero nome era Beniamino Duilio. E così escogitammo tutto. Lui aveva bisogno di manodopera, io di lavorare e crearmi un futuro.”

Vi ha fatto studiare in cambio di lavoro?”.

Meglio, molto meglio. Dissi ai miei genitori che volevo diventare un prete, ma non mi mossi mai da Solofra, dove lavoravo in una campagna lasciata alla chiesa di Cerignola. C’erano altri ragazzi e ragazze di diverse età. E delle signore che facevano compagnia a Don Leone-Beniamino, tra cui tua nonna, mia madre. Mi ha insegnato lui a dire messa nel corso degli anni. Quando fu il momento, poche lire in curia, accesso agli atti e un ennesimo certificato falso.”.

C’era qualcosa che suonava come un pianoforte scordato.

Tuo padre non ha mai avuto un infarto. Tuo padre ti ha concepito sulla cappella di Sant’Antimo e sta abbastanza bene a parte la pressione.”.

Me lo disse così. Non ci fu nessun tuono a sottolineare quelle parole. Feci finta di non capire, ma continuò a ripetere quelle parole.

L’unico peccato è la falsa testimonianza, la falsa testimonianza. Ti è mai mancato qualcosa?”.

In effetti, se pur orfano di padre, ho avuto molto più dei figli di papà.

 “La falsa testimonianza, la confesso sempre quando parlo con il Signore”. Il settimo comandamento. Forse…

Adesso hai l’età per conoscere e scegliere. La parrocchia ha ancora la campagna a Solofra, che intenzioni hai? Pensaci, ma sappi che non si torna indietro.”.

Anche se la tirai per le lunghe, non fu difficile scegliere. Finsi di essere sorpreso, volevo creargli qualche scrupolo che però non vidi mai sul suo volto.

A mamma cosa gli diciamo?”.

Che vuoi diventare un prete, la verità; per tutti ma non per noi!”

Ancora qualche mese e probabilmente sarò il nuovo sacerdote di Cerignola, per la gioia proprio di mamma. Il certificato è arrivato in curia.

Se per vivere devi truffare, fallo bene, per il bene e nel bene, mi disse don Peppino quando ho cominciato a crescere nella fede. Amen

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Due cose su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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