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11 gennaio 2010

Caro diario,

oggi abbiamo fatto orientamento per la prima volta. Ergo, ormai ho attacchi di panico tutti i giorni e non vado a scuola se prima non vomito pure l’anima.
Decidere il resto della propria vita a diciotto anni dovrebbe essere considerato illegale!
Ma si rendono conto di cosa ci stanno chiedendo? O meglio, cosa MI stanno chiedendo. Perché a quanto pare sembro essere l’unica in alto mare. La maggior parte dei miei amici e compagni ha già scelto e, naturalmente, si è suddivisa in futuri medici e futuri ingegneri. Il massimo della fantasia, insomma!
Io so bene di non voler intraprendere nessuna delle due strade summenzionate. Troppo scontate, troppo banali, troppo lontane da me. Ma quindi, cosa fare? Potrei scegliere Biologia per assecondare la passione per la scienza, oppure Architettura per dare ascolto al mio lato creativo e fantasioso, oppure ancora Lingue e inseguire il mio amore smisurato per l’inglese.
Mi scoppia la testa!
Vorrei solo tornare a quando gli altri sceglievano per me e io dovevo solo pensare ad inventare una nuova storia, un nuovo gioco, una nuova avventura per le mie Barbie.
Mi manca il tempo passato con le mie cugine, a divertirci con pochissimo e a ridere ore ed ore, senza pensieri o responsabilità. Provo quasi invidia per la me più piccola, più incosciente, più fantasiosa e ottimista. E odio il fatto che questi ricordi siano quelli più labili, poiché affidati a menti troppo giovani e acerbe per potersi tuffare a capofitto dentro momenti tanto perfetti. In quei giorni la mancanza di consapevolezza di me o della vita faceva da padrona, e non comprendevo fino a che punto io stessi vivendo il periodo migliore di tutta la mia esistenza.
Se solo potessi chiudere gli occhi e per un singolo, insignificante, minuto, essere a casa di mia nonna, nel balcone della cucina insieme alle mie cugine, ciascuna con la nostra Barbie preferita in mano, vestita di tutto punto per andare in piscina (che per l’occasione era la bacinella dei panni di mia nonna, piena di acqua). Cosa non darei per tornare indietro nel tempo e urlarmi di godere appieno di tutto quello!
Ma la vita non è magia, i problemi non si risolvono da soli. E io credo che dovrò superare moltissimi altri attacchi di panico prima di giungere ad una decisione sul mio futuro.

7 maggio 2011

Caro diario,

ma di preciso, chi me lo ha fatto fare? Tra tutte le facoltà che potevo scegliere, perché economia? Forse dovrei sfogliarti all’indietro fino a trovare quel fatidico momento in cui presi questa dannata decisione. Mi asterrò dal farlo solo perché sono certa che potrebbe solo peggiorarmi l’umore.
Qui è tutto un caos assurdo. Catania è assurda; bellissima, ricca, vivace ma allo stesso tempo non puoi uscire la sera dopo il tramonto senza guardarti le spalle con l’ansia di venire stuprata o scippata da un momento all’altro. Per non parlare della puzza di orina ad ogni angolo e delle blatte che infestano gli appartamenti. E poi le materie! Oh Dio le materie! Mi prenderei a schiaffi da sola quando rifletto che l’ho presa io ‘sta decisione. Finché si tratta di matematica e inglese, non ci sono problemi. Ma poi diritto privato, storia economica, istituzioni di economia, scienze delle finanze! Vorrei suicidarmi!
Per fortuna ci sono un paio di colleghe simpatiche che alleviano la pesantezza delle lezioni, però anche con loro è difficile legare dal momento che io sto pochissimo a Catania e preferisco studiare a casa mia, al mio paese, quindi mi perdo quasi tutte le uscite e i compleanni e le feste. Mi rendo conto di essere mediocre negli studi e mediocre nelle amicizie. È strana per me questa mediocrità, è una condizione nuova a cui non sono abituata e che non mi piace.
Ed è in questi momenti di sconforto che ripenso al liceo, alle materie che studiavo, tutte belle, tutte interessanti, tutte in cui eccellevo. Quel potenziale enorme che rappresentavo per me, per la mia famiglia e per i professori che quasi mi idolatravano.
E poi sono scoppiata come un palloncino. Ho scelto una cosa insipida, fredda, che non mi trasmette nulla, in cui – devo ammettere a malincuore – non sono nemmeno brava, non quanto vorrei. Ripenso a quei momenti in cui avevo il mondo in mano, quando anche la lezione di fisica più ostica o la versione di latino più insensata riuscivano a motivarmi, a sfidarmi e a farmi trionfare sempre. Non c’era una cosa che non amassi, una cosa che non padroneggiassi mettendoci il giusto impegno.
Solo adesso mi rendo conto di che benedizione fosse, in realtà, tutta quella indecisione sulla facoltà! La possibilità di scegliere, di essere chiunque io volessi essere e non questa grigia, insulsa, versione di me, guidata e decisa dalle ansie e dalle insicurezze che solo adesso riconosco come ridicole.
Un’enorme energia potenziale sfruttata per una sonora, fragorosa, indecente caduta.

14 Ottobre 2018

Caro diario,

un altro fine settimana passato a guardare serie tv e leggere. Wow, sono proprio il massimo dell’energia. Ventisette anni all’anagrafe, ottantasette nell’anima.
Ma d’altronde, che altro si può fare in un paese sporco, arretrato e piccolo come questo? Chiedere un parco pulito e ordinato, un giardino botanico, una chiesa o un museo da visitare, un’iniziativa culturale, sportiva o musicale è decisamente troppo. Qui il massimo della mondanità è trovare una pasticceria aperta la domenica dopo le sei e ingozzarsi di cannoli.
La verità è che – mi vergogno quasi a dirlo – un po’ mi manca Catania. Gli aperitivi a base di arancini e Spritz, i cinema che danno ogni film della stagione, i negozi così forniti dove puoi trovare tutto quello che ti serve senza venderti un rene, e poi l’atmosfera, l’ordine, l’arte e la cultura. I ristoranti nelle traverse di Corso Umberto, la Villa Bellini e il Teatro. Perché, perché diamine mi rendo conto sempre in ritardo delle potenzialità che ho a disposizione?
Mi manca chiacchierare con le mie colleghe perché erano le sole in grado di capire la mia carriera, i miei bisogni e le mie ansie. Mi manca avere la possibilità di confrontarmi con loro, che erano mie pari. Vorrei tanto sentirle ma non sono mai stata in grado di allacciare un rapporto forte e duraturo, non c’ero quasi mai. Mi piacerebbe misurarmi con loro sul lavoro, capire se anche loro trovano la professione ostica, difficoltosa. Se anche loro si rendono conto che lo Stato ci mette sempre i bastoni tra le ruote. Se anche i loro clienti sono restii a pagare un servizio per cui tu hai sudato come un mulo.
Mi sento tornata indietro qui. Come se avessi fatto dieci passi nel passato, nelle mentalità vecchie e oscure, nelle problematiche ridicole e difficili da estirpare, nelle apparenze piene di sostanze vuote.
Odio questa stasi, questa immobilità, così ferma da tornare indietro.

3 Dicembre 2027

Caro Diario,

nove anni. Sono passati NOVE anni dall’ultima volta che ho scritto su queste pagine. Nove anni che mi son volati davanti, senza nemmeno rendermene conto, senza riuscire ad afferrare più che una manciata di momenti perfetti e un senso di ansia e confusione quasi costante.
In realtà, mi sembra quasi un miracolo stare seduta per dieci minuti consecutivi in totale silenzio e avere tempo e forze per espletare un bisogno totalmente mio.
In nove anni sembra essere cambiato tutto: sono sposata, ho due bambini meravigliosamente logorroici e curiosi e ogni tanto, quando ho tempo, riesco a stare in doccia per più di cinque minuti. La mia vita è tutto un cucina – lavora – tenta di tenere la casa meno sporca possibile – vai a prendere e lasciare i bambini. Le domeniche passate a vedere film sembrano quasi un miraggio. Quasi, perché gli unici film che possiamo vedere sono quelli d’animazione, e ovviamente i bambini si stancano dell’attività non appena noi ci interessiamo alla trama.
La vita con loro tre (ci metto anche mio marito) non è affatto male: si ride molto, si grida moltissimo, si corre sempre.
Solo, non ricordo quando è stata l’ultima volta che ho fatto qualcosa per me, solo per me. A costo di risultare egoista – non a te, diario, che sei solo un agglomerato di carta e inchiostro, ma a me stessa – vorrei avere anche solo un giorno al mese da dedicare a me: farmi un bagno caldo, esfoliare la mia pelle, dedicare almeno dieci minuti al trucco, leggere un libro, seguire un telefilm, uscire a fare shopping per il gusto di farlo, cucinare qualcosa che piace a me. Insomma, una giornata di circa nove anni fa. A volte non sento più nemmeno i miei stessi pensieri, non mi sento più io, non rivedo in me le caratteristiche familiari che mi rendevano riconoscibile ai miei occhi. È una strana sensazione di obnubilamento nei confronti di se stessi. Ma da questa presa di coscienza non emerge benessere, solo sensi di colpa. Perché rimpiangere con nostalgia i momenti in cui queste tre creature non facevano parte della mia vita mi fa sentire una cattiva persona.
Forse lo sono davvero. Non tanto per il mio egoismo quanto per la costante sensazione di insoddisfazione che pervade ogni momento della mia vita.
Ormai ho capito qual è il mio peggior difetto: non riuscire mai ad afferrare per tempo i momenti potenzialmente perfetti della vita. Come questo.

22 Luglio 2050

Caro Diario,

non ho voluto far passare in sordina il turbinio di emozioni che mi sta investendo in questo momento, pertanto ho deciso di tornare a scrivere sulle tue pagine, cercando di fare chiarezza e di immortalare l’attimo come meglio so fare.
Domani Vittorio si sposa. Domani mio figlio, il mio bellissimo e amato primogenito, percorrerà al mio fianco l’altare di una chiesa per prendere moglie. Non posso fare a meno di commuovermi al pensiero di tutto ciò. E le lacrime che solcano il mio viso di tanto in tanto hanno un sapore agrodolce, indeciso. Sono felice per lui, felice che sia arrivato questo momento, felice che abbia trovato una donna intelligente, dolce e gentile, che lo ama quasi quanto lo amo io e con la quale costruire una famiglia semplice ma – glielo auguro – ricca di amore e gioia.
In mezzo a questa felicità, tuttavia, c’è una minuscola fitta di malinconia.  Perché quando incrocio i suoi occhi verdi, così uguali ai miei, rivivo tutti i trent’anni trascorsi insieme. I suoi piedini piccolissimi stretti nella mia mano il giorno in cui è nato, la prima volta che mi ha chiamata Mamma, i mille perché che ha continuato a chiedermi per anni ed anni, lo sguardo ipnotizzato che aveva quando gli raccontavo le fiabe, la prima volta che ha letto un libro da solo, tutte le volte che lo portavo a scuola e tutte le litigate e i timidi baci che mi dava per chiedermi scusa. E quel bambino che ancora io rivedo in lui, dietro alla fronte corrucciata e lo sguardo serio, domani si sposerà. Spero di aver fatto del mio meglio con lui; di averlo cresciuto forte e rispettoso, gentile e fiero.
Una parte di me quasi invidia il futuro che ha davanti, le esperienze che potrà fare e il tempo che avrà a sua disposizione per crescere, amare ed essere amato, per sbagliare, per rimpiangere e per sentirsi vivo. Perché alla fine di questo si tratta; della strada che hai fatto, delle ferite che ti hanno accompagnato negli attimi felici, delle decisioni che ti hanno portato dove sei adesso.

E dei ricordi. Restano solo quelli, alla fine.

Qualche informazione su Mudblonde

Dipendente dalle Storie da quando mia madre mi lesse per la prima volta Cappuccetto Rosso. Non mi importa la forma; cinema, letteratura, musica, audiolibri, credenze popolari, serie tv, miti e leggende, fotografie... raccontami una buona storia e sono tua. Ogni tanto, provo a raccontarne qualcuna anche io.
Nei ritagli di tempo, lavoro e studio.

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