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Amanda odiava la pioggia.

Il vento freddo, la neve, l’afa estiva, riusciva a gestirli, ma la pioggia no. Battente e copiosa la faceva arrivare praticamente fradicia al lavoro. Anche se il tragitto da casa al metrò, e poi dal metrò all’ufficio non prevedeva più di duemila passi, lei arrivava zuppa.

In quell’autunno piovoso, il primo a Parigi, era arrivata spesso al lavoro brontolando per colpa della pioggia.

Amanda adorava il suo lavoro, quella piccola tipografia nel cuore del Marais, che negli anni aveva iniziato a stampare gli inviti per eventi importanti, come le sfilate, le inaugurazioni di boutique e ristoranti di lusso. Una piccola azienda familiare in cui lei lavorava da nove mesi.

Sapeva che avrebbe dovuto lavorare anche dodici ore al giorno, incluso il weekend. Gli inviti per l’inaugurazione della mostra in onore di Pierre Balmain, dovevano essere pronti quanto prima. E Monsieur Leon era alquanto pignolo, ogni piccolo dettaglio doveva essere impeccabile.

Ma qualcosa non andava in Amanda quel giorno, anzi da diverse settimane si sentiva a pezzi. Stanca, irritabile, dolorante; faticava a concentrarsi, e la sera si addormentava presto, da sola.

Alle ventidue di venerdì sera, ancora in tipografia, Amanda svenne. Senza accorgersene, cadde a terra con un tonfo sgraziato; si risveglio’ in preda alla confusione mentre Louis le teneva la testa e le porgeva un sorso d’acqua.

E’ di otto settimane Madame”

Come scusi?”

E’ incinta, di otto settimane, ecco spiegata la sua stanchezza, il suo svenimento e la sua schiena dolorante”

Incinta.

Il medico le stava dicendo che era incinta.

Amanda non poteva crederci. Lei e Andrea ci avevano provato per anni, e la ricerca di un figlio li aveva così logorati tanto da allontanarli, sempre di più. Andrea se n’era andato di casa da un mese, stanco dei litigi, degli occhi tristi di Amanda, e del silenzio, quasi assordante che ormai riempiva la casa. E l’assenza dell’ultimo ciclo non l’aveva turbata, dava la colpa allo stress accumulato.

No, non adesso. A che gioco giochiamo. Non posso essere incinta ora. Ora che Andrea è andato via ed è tornato in Italia. Ora che sto per ricevere una promozione al lavoro. Non è giusto. Ho pianto per quasi un anno da quando ci dissero che sarebbe stato impossibile avere un figlio, e la nostra storia è finita proprio per questo”.

Destino beffardo, infame.

Fu una notte agitata, seguita da una settimana ancora più frenetica al lavoro.

Amanda non disse nulla. Giustificò la sua stanchezza per il troppo lavoro, cancellò il cinema del martedì con Vivienne, e prese in mano il telefono almeno venti volte in un’ora indecisa se chiamare Andrea.

Come poteva dirgli che era incinta. Ora che lui era tornato a casa, e aveva ripreso la vita di prima, fatta di lavoro, partite a tennis con gli amici, il nuoto il sabato pomeriggio e la pizza la domenica sera dai suoi genitori.

Come poteva piombare nella sua routine dopo l’ultima lite, in cui si erano urlati in faccia tutto il loro dolore represso per anni.

E se la gravidanza non fosse andata a buon fine.

E se lei non fosse stata in grado di essere una buona madre.

E se lui non l’amasse più e decidesse di starle vicino solo per il bene del bambino?

Troppi se.

Troppi rimpianti, troppe fantasie, troppi rancori, troppe emozioni.

Doveva sedersi, respirare, lasciar andare i brutti pensieri e prendere in mano la situazione.

Il destino era stato beffardo, ma forse c’era ancora una chance per essere felice, e sperava che Andrea fosse ancora così innamorato da mollare tutto e tornare da lei.

Ciao Andrea, ti disturbo?”
“Pronto chi parla? Sono Arianna. Andrea è sotto la doccia e non può rispondere, devo lasciare un messaggio?”

Destino beffardo, infame.

Qualche informazione su Monique

Sognatrice, appassionata di viaggi.
Viaggio, scrivo; il tè caldo è un'ottima scusa per mangiare biscotti.
Un po' Alice nel Paese delle Meraviglie, "gattara", innamorata con la testa perennemente tra le nuvole.
“La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” (William Burroughs)”

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