Menu

Wikipedia esordisce così: Alcuni dei contenuti riportati potrebbero generare situazioni di pericolo o danni. Le informazioni hanno solo fine illustrativo non esortativo o didattico. L’uso di Wikipedia è a proprio rischio.

Déjà-vu. Ho bisogno di te. Per fortuna ci sei subito.

Ti guardo. Bianca. Pronta. Basta un attimo. Mi godo il momento. Da ragazzina svenivo. Ogni volta la stessa scena. Gambe all’aria e due schiaffi. Era un attimo. Poi mi riprendevo. Svenivo. Solo vedere l’acciaio inossidabile dell’ago mi provocava svenimento. Ogni prelievo era una sceneggiata. Adesso adoro il momento in cui sento la pelle cedere. Ogni volta in un punto diverso. Mi sembra di sentire la tensione che viene meno, nella soluzione di continuità creata dalla punta. Quasi un suono. Ed è dentro. Il pistone, lo lascio scivolare piano nel cilindro. Non è un motore a scoppio e non è carburante. Anche se brucia. Brucia quando arriva nelle vene. È un attimo. E mi prende. Non svengo quasi mai, ma mi perdo. Lucida la vista prima dell’opaco. Chiara la mente prima dell’oscurità. Sei pronta? Io sì. Ancora una volta. Entra.

Diamorfina, sostanza semisintetica ottenuta dalla reazione della morfina con l’anidrite aceta.

Déjà-vu. Aspetta, almeno qui, nella mente, resta ancora un po’.

Mi guardi. Basta un attimo. Un momento. Orami è un gioco da ragazzi, come una messa in scena provata e riprovata. Una catena di montaggio. Apro, sciolgo, mescolo, agito e verso. Poi controllo. Gambe distese e un pizzico nel punto prescelto. Arrivi. Cerco di non svenire per non perdere nemmeno un attimo. La pelle cede come fosse cartapesta. Nettare rubino fiorisce lento dal foro. Poi entri e sei gelo. Scendi giù. Piccola meno di 1 mg. Ed è subito orgasmo, in ogni fibra muscolare. Ed è confusione, calore, sudorazione. Il battito rallenta. Ed è facile abbandonarsi alle onde che s’infrangono. Il respiro non è poetico, ma mi lascio abbracciare da te.

La sostanza pura si può trovare di colore bianco cristallino (sale cloridrato).

Déjà-vu. È questo che ti chiedo, torna e resta.

Quante volte ho visto questo momento. Vado nel buio. Prima di ritornare alla luce. Una luce differente. E ora tutto è più o meno facile anche l’impossibile. Poi c’è lui, il silenzio. È lungo, immenso, freddo, cupo, plastico e immobile. Riempie. Mi sembra di toccarlo. Mi fa sua. Mi stringe tra le sue braccia. Mi avvolge. È quello che desidero. È quello che desidero? Lasciarmi andare per poi tornare su, una volta ancora a galla e poi…lasciarmi andare e poi tornare su una volta ancora a galla. Lasciarmi. Ogni volta. Scendere nel fondo per provare la risalita. Ogni discesa potrebbe essere l’ultima. Il cuore si straccia ormai. Fuori tempo, perde la traccia. Rallenta. Accelera ancora. I picchi diventano curve. Salite e discese e vortici, nella testa, nello stomaco, nel petto. E adesso rumore.

La dose letale è di circa 100 mg endovena; una dose per consumo voluttuario ne contiene da 3 a 10 mg.

Déjà-vu. Lo voglio, voglio ancora un déjà-vu. Arriva.

Voglio prenderti, fai di me la tua sposa. Io oggi ti prendo. E tu prendi me, la mia salute, le mie malattie, la mia gioia e il mio dolore. La mia noia. Quanto dura questo rito? Ore, minuti, secondi. Un flash fotografa il nostro amore. Scatta. Scatta ancora. Scatta e salta la barriera. Portami aldilà con te. Ancora silenzio e buio. E ancora flash. Eccomi, eccoti, eccoci.

C21 H23 NO5

Déjà-vu. Ancora, ancora un po’, ancora.

Sono tollerante, entra quando vuoi, dimmi tu quanto ancora di te posso contenere, prima che l’amore diventi letale. Sono dipendente, contratto a tempo indeterminato. Non voglio licenziarmi da te, lo dovrai fare tu. Mi ami come io amo te? Allora è troppo tardi. E non intendo scioperare, ti voglio ogni otto ore su ventiquattro e sono disposta allo straordinario pur di averti. Senza, è tutto senza. Senza pace, senza calore, senza sonno, senza calma. Senso di abbandono alla pazzia, emarginazione. Vivo. Vivo in questo caldo fiume bianco. Scorre lente come latte denso, lo sento come una carezza vellutata. Lasciami stare qui, con te per sempre.

Poi sparisci e cado. Sfracello.

(5α,6α)-7,8-dideidro-4,5-epossi-17- metilmorfina-3,6-diol diacetato

Non torna. Dove cazzo sei? Perché non torni? Stronzo di un Déjà-vu.

Sbadiglio, piango, sudo, sento caldo. Erutto, rido, sudo ancora sento freddo. Quanto tempo è passato. Quanto tempo è passato. Quanto tempo è passato. Mi manchi già tanto. Dove sei, dove sei, dove sei. Maledetta, figliadiputtana, torna qui. Ho bisogno di te. Ti dico io quanto tempo è passato. Sono novantaseiore, quarantotto minuti esatti adesso. Cinquenquemilaottocentootto minuti. Li ho contati a uno a uno. E per ognuno una bestemmia. È freddo questo water che abbraccio, vorrei scagliarlo contro la porta e uscire. Cerco una lama, non c’è nulla in questo cesso. Sbadiglio, piango, sudo. Non sento più le braccia, mentre le mani tremano. Uno sciame di formiche riempie le mie gambe. Vomito anche l’anima, e tra il sangue l’anello nuziale.

L’eroina è un derivato della morfina, alcaloide principe dell’oppio (assieme a Tebaina e Codeina), nota anche come Diacetilmorfina o Diamorfina. È una sostanza semisintetica ottenuta per reazione della morfina con l’anidride acetica.

Cado. Il pavimento è troppo solido, non rimbalzerò. Non torna. Maledetto Déjà-vu.

Cado ancora, è doloroso, perdo un dente, l’impatto è clamoroso. Il sonoro è terrificante. Come un’eco resta ritardato e sconnesso nelle tempie. Sento dolore a ossa che non sapevo di avere. Qualcuna deve essersi rotta. Forse il femore o la tibia. Non riesco a mettermi in piedi. Cerco di guadarmi i piedi. Sono lividi e marroni. Schifo. Li odio con tutta me stessa. Adagio la testa sul freddo del pavimento. È troppo freddo, il gelo mi risveglia i pochi nervi ancora scoperti. Sotto il letto c’è polvere. Da quanto tempo non lavano? Allungo la mano per prenderne un grumo e mi si scioglie tra le dita. Dove sei. Torna. Vieni almeno in sogno. Tiro un pugno contro il pavimento, ancora dolore, le falangi ricurve nel palmo spingono le unghie a conficcarsi nelle palle. Quando cazzo arriva l’infermiere. Vorrei alzarmi per tirare quella fottutissima corda. Provo a sedermi sul culo e sento ancora la fitta alla gamba. Non ho la forza di tirarmi su, allora urlo con quel che resta del fiato.

L’overdose è di solito trattata con un oppioide antagonista: il naloxone (Narcan), o naltrexone, che ha alta affinità per i recettori degli oppioidi.

La porta si apre ed entra un fascio di luce. Non riesco a vedere alcuna sagoma. Chiudo gli occhi e mille aghi mi si conficcano nelle palpebre. Provo a riaprirli e il bruciore si estende a tutto il bulbo oculare. La luce resta lì. Forse è la porta per il paradiso. Ed io non potrò attraversarla. A me spetta la botola per gli inferi. Chissà se laggiù sarò ancora in astinenza. Adesso ho sete, l’arsura mi consuma la lingua. Ecco, sarà l’inferno che inizia a pretendere il mio corpo. Spero sia meno doloroso della sua assenza. Il cuore rallenta, sembra volersi fermare. Poi trova un ritmo costante. Sembra un orologio, sessanta battiti a minuto. I muscoli lentamente si rilassano flaccidi. E mi sento come cadere. Un piombo che sprofonda nel mare. Grave e inerte.

È importante sapere che la sindrome d’astinenza da eroina è autoconcludente. Nella maggior parte dei casi all’inizio del quarto giorno il soggetto pur essendo fisicamente spossato, non presenta più sintomi.

 

Attendo di toccare il fondo. Di adagiarmi. Di mescolarmi con la sabbia.

Il naloxone inverte gli effetti e causa un ritorno immediato della coscienza, ma […] bisogna assistere il paziente almeno 24 ore, con dosi ripetute ogni 15 minuti in endovena.

Scosse. Sento il freddo delle piastre sulla pelle.

È la scena di un film. Oscar all’attrice protagonista. Indosso il mio abito peggiore. Immagino il discorso: “Non consideratemi un’Eroina, ho solo interpretato la parte che Lei magistralmente aveva scritto”. Voglio godermi la premiazione. Ma cedo ancora alla forza che mi spinge lontano.

Scosse. Altre due. Più forti, decise, intense e profonde. Mi attraversano.

Torna tutto il dolore. E vedo il mio cuore battere celeste nel monitor. In prima visione, spero sia l’ultima proiezione in questo cinema. Spero il primo di milioni di battiti ancora. Spero sia la sveglia che mi porti via da quello che credevo un sogno, invece vissuto come il peggiore degli incubi. Sorrido. Ci saranno ancora déjà-vu, lo so. Ci saranno astinenze, potrei anche morire con la voglia di un ago, voglia di estasiarmi, di rivivere in un mondo famelico. Non riuscirò a cancellare il passato, che presente vorrà mangiare il mio futuro. Occorrerà un potente correttore. Dove andrà a finire tutto l’amore di questa storia d’amore? Spero di sotterrarlo per sempre nel cimitero dei ricordi perduti.

Sarà straziante ma ci penserò poi, adesso non voglio, adesso voglio solo dormire.

Qualche informazione su MaddalenaValentinah

Maddalena Valentina, alterego di Valentina Maddalena. Una ragazza (o forse due) che adorano la scrittura. Le nostre storie sono diametralmente opposte. Maddalena è di Eboli e Valentina di Cercola - o viceversa - (anche se adesso vive al nord). Si sono incontrate a Lourdes (forse) o al liceo Garibaldi di Napoli? All'università a Pisa o a Praia a Mare sulla spiaggia? Buona lettura a tutti

Vedi tutti i post
No Posts for this author.
[Voti: 5    Media Voto: 4.2/5]
0