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È stata una lunga giornata, oggi.
In redazione, dopo i fatti accaduti in questi giorni, è tutto ancora più concitato.
Permane un clima teso, smorzato appena da qualche risata nervosa.
Uscendo dall’edificio tiro un sospiro di sollievo, avviandomi verso la metropolitana.
Dovrei sentirmi più al sicuro all’interno di un edificio o fuori?
Molti si pongono, ormai, la medesima domanda.
Una leggera brezza accarezza il mio volto, e il profumo di un ristorante qui vicino mi inebria le narici.
Scendo le scale che mi porteranno a prendere quello che ormai è l’unico mezzo di locomozione da me utilizzato.
Quando posso, infatti, e il tempo me lo permette, preferisco di gran lunga muovermi a piedi.
Acquista tutto un altro “sapore” arrivare nei luoghi con le proprie gambe. E la soddisfazione ti esalta.

Come al solito, milioni di vite si incrociano qui, qualche metro sotto terra, sfiorandosi impercettibilmente senza mai, realmente, intrecciarsi.
La vita frenetica di questa città ti ingloba.
Tutto è una corsa e, se non riesci a stare al passo, può trasformarsi in un incubo vivere qui. A volte sento la mancanza del mio paese sperduto tra la campagna toscana, con la sua tranquillità e la sua calma. Ma poi mi ricordo che, altrimenti, non sarei riuscito a coronare il mio sogno.

Le persone che abitano nelle grandi metropoli devono cercare, in tempi brevi, di “abituarsi” a questo perenne e veloce via vai tipico delle più grandi città del mondo. Ma questo stile di vita può essere alienante, a lungo andare. E riesce a non farti più apprezzare le piccole cose: un gesto, una carezza, uno sguardo, un sorriso. La risata di un bambino che gioca in braccio al suo papà.
Niente.
Ormai non notiamo più niente.
Che sia colpa della tecnologia? Certo, ha i suoi pro ed i suoi contro, ma siamo noi a “guidarla”, non il contrario.
La mente è la nostra.
Siamo noi gli artefici del nostro destino.

Appena salgo su quello che amo definire “gabbiotto di latta”, mi guardo intorno, osservando le varie persone che mi circondano.
Noto che il 90% di quelli che sono qui, vicino a me, è perso nel proprio smartphone. Come se la vita vera, ormai, fosse solo quella rinchiusa in quel concentrato di alluminio, litio e rame. Sta dilagando sempre più il pensiero posto dunque sono parafrasando e adattando Cartesio ai giorni nostri. Chissà quante volte si sarà “rivoltato” nella tomba.
Il restante 10% dorme o ascolta musica (e il volume è talmente alto che fatico a sentire i miei pensieri).
Ecco l’alienazione.
Ci sono finito dentro con tutte le scarpe.

All’improvviso un signore che non avevo notato prima, poco distante da me, scivola, accasciandosi a terra. Perde coscienza e gli occhi si ribaltano all’indietro.
Mi alzo per prestargli soccorso.
Con un’occhiata veloce intorno noto un’indifferenza dilagante.
Tutti con gli occhi puntati alla persona che, per qualche secondo, ha osato distogliere l’attenzione dal proprio telefono, ma nessuno presta soccorso. Come a dire son problemi suoi, io che posso farci?
Intanto il signore in questione inizia a rantolare a terra, preda delle convulsioni.
La diagnosi è semplice: epilessia.
Mi tolgo la giacca adagiandogliela sotto la testa.
Cerco con lo sguardo il freno d’emergenza, per fortuna poco distante da dove mi trovo. Lo aziono. La metro stride, fermandosi poco più avanti, in uno spazio tra due strette gallerie.
A quel punto un solo sentimento percepisco intorno a me, oltre all’indifferenza: la rabbia.
Certo, la vita di una persona è meno importante di un ritardo. Rimango basito e sconcertato. Come siamo arrivati a questo punto?
Quando siamo diventati così egoisti e indifferenti verso il prossimo?
Dove è finita l’umanità eticamente sostenibile?
Sconcertato, torno dal signore epilettico.
Le crisi sembrano esser diminuite di intensità.
Almeno una bella notizia.

Dopo qualche minuto riprende coscienza. Si guarda intorno, spaesato. Poi, come se nulla fosse, si alza in piedi, si scuote i pantaloni, e, senza ringraziare del soccorso avvenuto, si rimette al proprio posto domandando il motivo per cui siamo fermi.
La mia mascella tocca terra. La metro riparte dopo un breve controllo.
Io, ancora, non mi capacito di quel che è accaduto.
Di sicuro lo sguardo di totale indifferenza rimarrà impresso nella mia mente e nei miei ricordi.
Come il grazie mai ricevuto.
Ho deciso: da domani vado a piedi.

Finalmente, dopo quelle che mi sembrano ore, e una camminata per schiarirmi le idee, riesco ad arrivare a destinazione.
Varcata la porta noto un mazzo di chiavi.
Stranamente ha fatto prima di me, oggi.
Mi affaccio in cucina e incrocio il suo sguardo. Uno degli sguardi più umani e meno indifferenti che conosca.
Ci siamo conosciuti proprio così, grazie alla sua non indifferenza. Tra decine di persone è stato il solo ad aiutarmi dopo una brutta caduta. Caduta che mi è costata 15 giorni di gesso, ma senza la quale, altrimenti, non avrei potuto fare l’incontro più importante della mia vita.
E questo mi ricorda costantemente che, per fortuna, non tutta l’umanità è perduta.
Sorrido.
Sono a casa.

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