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Il sapore acre del vino scendeva per la gola e mi faceva venire i brividi.
Non ero abituato a bere o a quei pranzi infiniti.
Tantomeno ero abituato a fissare le persone in quel modo.
Era seduto sulla balaustra della veranda, dove la luce fioca del pomeriggio poteva addolcirne il viso, nascosto dalla folta barba rossiccia, come grappoli d’uva.
Osservava le foglie degli alberi piegarsi con il vento, che sospingeva le barche a vela alle sue spalle verso il porto lontano. Sospirava, e sembrava creare lui, il vento, che si aggrappava alle braccia muscolose e che gridava sotto la canotta bianca, aderente al petto.
Non si era versato un solo bicchiere di vino, mentre ai miei occhi rimbalzavano i riflessi violacei del calice dove riposava il rosso, ormai caldo.
Il cane della ragazza al suo fianco prese ad abbaiare terrorizzato, senza alcun apparente motivo, e mi distrasse.
«Gli butto un osso di pollo sotto il tavolo e vedi come dopo poco smette di abbaiare.» le disse l’uomo, senza voltarsi.
La ragazza lo ignorò, mise il cane sul tavolo, facendolo appoggiare sulle zampe posteriori e avvicinandosi con il viso, con le labbra all’infuori, come per baciarlo, mentre scodinzolava e si dimenava.
«Cosa c’è? Cosa c’è?» ripeté, con il timbro che si usa quando si parla con i neonati.
L’uomo scosse la testa e il cappello di paglia rischiò di cadergli. Le nocche delle mani si fecero bianche e fiumi di vene risalirono in superficie, come lo scorrere dei fiumi sulle vecchie cartine.
Lo si capiva da quei pochi gesti che quell’uomo si sentiva un pesce fuor d’acqua tanto quanto me, anche se era più bravo a Nasconderlo. Non aveva bisogno del vino che avevo bevuto io per ignorare la tavola disordinata, dove la tovaglia sporca si ripiegava su se stessa, gli uomini con la tuba, che parlottavano in piccoli gruppi di una vita lontana dalla sua e le donne dal corpo flessuoso che ascoltavano, senza capire. Eravamo in mezzo a gente che veniva da un mondo diverso.
Gli chiesero se volesse bere del vino, dicendo che veniva da una delle cantine più rinomate della Francia meridionale, ma lui scosse la testa ancora una volta e allontanò il bicchiere con la mano, segnata da profondi calli e tagli.
Il suo aspetto rude grondava della fatica e nostalgia che, agli occhi della società, faceva di te un uomo vero. Un uomo capace di affrontare a viso aperto il mondo, al contrario di me, che lo assaggiavo e lo rigettavo come fumo di sigaretta.
Si voltò verso di me, con gli occhi blu profondo come il nastro attorno al cappello. Un ciuffo di peli rossastri faceva capolino della canotta sudata, sotto al collo tozzo e scottato dal sole.
Come in un complesso sistema di ingranaggi invisibili, mi voltai verso destra, sicuro che mi avesse beccato a spiarlo, e incrociai lo sguardo di una ragazza che stava guardando me, come io facevo con lui.
I riccioli bruni schiacciati dal cappello le danzavano sulla fronte e solleticavano le lunghe sopracciglia.
Sorrideva appena. Il suo era un sorriso gonfio della stanchezza che regalava il vino e sosteneva il viso rotondo con un braccio, appoggiato alla stessa balaustra. 
Mi sorrise.
«Alphonise!» tuonò l’uomo dalla canotta bianca.
Balzò a terra e si diresse verso di lei, che sussultò.
«Ti vedo pensosa»
Il volto le si fece purpureo.
Poi quegli occhi blu mi perforarono.
«Vado a farmi una dormita. Questo pranzo è una merda.»
Scese dalla balaustra e se ne andò, senza aggiungere una parola.
Non lo vidi mai più, se non in ogni mio quadro e nella forza con cui le funi sanno intrappolare le navi.

Qualche informazione su Giofena

15/03/02 ♓
Brescia

True I talk of dreams
which are the children of an idle brain.

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