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Probabilmente quasi tutti avranno visto Paura e delirio a Las Vegas (il film in con Johnny Depp e Benicio del Toro si fanno di acidi e altre droghe pesanti dall’inizio alla fine), ma solo chi è abituato a leggere saprà (o lo saprà anche chi legge tutti i titoli di testa e di coda dei film) che in realtà la pellicola è tratta da un libro che a sua volta è stato scritto partendo da una storia vera, e che l’autore del suddetto libro è Hunter S. Thompson, e cioè, tanto per far capire che tipo sia, quello che come ultima volontà chiese di essere cremato e sparato da un cannone da 45 metri azionato proprio dallo stesso Depp.

 

Bukowski non aveva mai trovato uno scrittore che lo convincesse in pieno finché un giorno, nella biblioteca in cui era solito andare, trovò un certo libro di un certo John Fante che si intitolava Chiedi alla polvere. Per sua stessa ammissione, quello che scriveva Fante e come lo scriveva era tutto ciò che Bukowski aveva sempre sognato di fare senza esserci mai riuscito (fu proprio grazie a Bukowski e alla Black Sparrow che i libri di Fante furono ripubblicati in America dopo quasi trent’anni dalla loro prima pubblicazione).

John Fante morì di diabete in un ospedale, mutilato e mezzo cieco, dettando il suo ultimo libro alla moglie (il libro era Sogni di Bunker Hill) e conversando con lo stesso Bukowski, che andava a trovarlo spesso (una scena molto commovente di passaggio di consegne).

 

Gli scrittori americani hanno sempre esercitato su di me un certo fascino e una certa attrazione; nei loro racconti ho sempre trovato atmosfere e tematiche in linea coi miei gusti che in altri autori di altre nazionalità non ho mai trovato: protagonisti che spesso sono scrittori o giornalisti; personaggi solitari, tristi, emarginati e con slanci di entusiasmo e di lirismo che li fanno ricadere a terra; storie ambientate nei sobborghi o nelle cittadine con le case tutte uguali, i piccoli supermercati e le scuole che ricordano anche la provincia nella quale sono cresciuto; la predilezione per storie di gente comune, di gente normale, di vita quotidiana di tutti i giorni che si barcamena fra un lavoretto, un amore finito male e mille fisime; dialoghi semplici; cultura pop.

 

Ci sono diversi sentieri che legano questi fattori e i tre scrittori dell’inizio: Los Angeles per Bukowski e Fante (in cui hanno vissuto e scritto), il protagonista di Sogni di Bunker Hill che vuole fare lo sceneggiatore e che assomiglia al giornalista di Cronache del rhum di Hunter Thompson, le atmosfere e le disillusioni dei personaggi… tutti queste strade si biforcano e si intersecano fino a raggiungere tutte il medesimo centro: Paul Morry, il protagonista di Sunset Strip, un giornalista che lavora nel cinema e vive a Los Angeles.

 

Quando cominciai a scrivere Sunset Strip il libro si chiamava Cronache di Los Angeles perché avevo appena finito di leggere Cronache del rhum. Quando cominciai a scrivere Sunset Strip avevo appena terminato Sogni di Bunker Hill. Quando inizia a scrivere Sunset Strip avevo già letto Chiedi alla polvere e tutti i romanzi e i racconti di Bukowski, fra cui Donne, Factotum e Panino al prosciutto (che sono forse i più belli). Quando iniziai a scrivere Sunset Strip stavo per conoscere Carver e avevo già letto Cortàzar. Quando cominciai a scrivere Sunset Strip avevo visto da poco Cafè Society di Woody Allen, dove il protagonista va a Los Angeles per cambiare vita nel mondo del cinema.

Quando cominciai a scrivere Sunset Strip fu quindi inconscio e involontario ambientare la storia a Los Angeles, dove tutti i protagonisti di film o libri americani (vedi appunto Cafè Society) vanno per diventare qualcuno o ricominciare. Quando cominciai a scrivere Sunset Strip fu automatico creare un giornalista barra scrittore come tutti i personaggi di Fante, di Bukowski, di Woody Allen o di Hunter Thompson. Quando cominciai a scrivere Sunset Strip, quasi come per una coincidenza cortazariana, lo feci perché mi sentivo come i personaggi dei libri che stavo leggendo o avevo letto in quel periodo preciso, e cioè disilluso, disperato, triste e depresso.

Sunset Strip si è quindi scritto da solo, servendosi di me come un mezzo, perché il libro non è altro che un’unione di sentieri composti da stati d’animo personali, libri letti, film visti e personaggi inventati che si legavano già l’uno all’altro prima ancora di diventare una storia coerente. Sunset Strip è un omaggio agli scrittori che amo: Los Angeles è sullo sfondo, come nei loro libri, con sobborghi con case tutte uguali, con persone comuni che fanno cose comuni (e stereotipatamene americane come i barbecue), con un protagonista disilluso e solitario esattamente come i protagonisti disadattati e tristi di Fante e Bukowski. Sunset Strip è più che altro il risultato di quello che fa la letteratura ai lettori, perché quando qualcuno parla di te e parla con te senza averti mai conosciuto o incontrato, allora certamente quella è letteratura e vera arte. Bukowski, Fante, Thompson e tutti gli altri che ho incontrato lo hanno fatto spesso con me, e Sunset Strip è una lettera d’amore e disperazione per ringraziarne alcuni.

 

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Qualche informazione su Alessandro Mambelli

Sono nato a Cesena nel 1997. Dopo aver frequentato il liceo scientifico ho capito che la mia vera vocazione era un’altra, così ho cominciato a scrivere e a frequentare Lettere Moderne a Bologna. I miei “maestri spirituali” sono David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Neil Gaiman.

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