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Diecimila caratteri possono bastare. Non uno in meno e purtroppo non uno in più. Ma sono in debito con loro quindi iniziamo.

Passeggio con gli occhi sul tuo corpo. Guardo il tatuaggio respirare con il tuo ventre. Un tulipano. Sembra dondolarsi nel vento, sotto il battere e levare della cassa toracica. Le palpebre hanno lievi fremiti. Cosa stai sognando Gioia? Non avrò il coraggio di chiedertelo tra qualche ora. E d’improvviso… mi rendo conto che anche io sto sognando. Non abbiamo mai dormito insieme. L’ho solo sognato, come adesso, ancora. Dovrei procurarmi del dolore per esserne certo. Ma facendolo potrei svegliarmi e adesso non voglio. Non voglio farlo. Voglio restare qui. In questo sogno, a guardarti dormire. Nuda. Bella. “Bella” non è aggettivo da scrittori. Uno scrittore, degno di questo nome dovrebbe descrivere la bellezza con parole originali, ricercate, nuove. Ma sei così, bella. E poi sono in un “mio” sogno, non devo condividerlo con altri. Provo a calmare lo stomaco, che anche in questa visione è in preda all’emozione. Me lo impongo. Calma Andrea, calma. Mi sento un peccatore che sa di sbagliare. Non riesco a staccare gli occhi dal tuo corpo, le tue labbra, il tuo mento, il tuo grembo, i tuoi piedi, la tua pelle. L’incavo e le curve che dal collo raggiungono quelle del seno. Un iperbole che accende pensieri, desideri. Il sangue sente forte il tuo richiamo. Mi controllo, faccio del mio meglio. Fisso lo sguardo sulle tue gambe solide. Poi sulle tue mani. Non ti sono mai piaciute. Voglio tenere per me tutto il bello e tutto il buono che questo sogno vorrà donarmi, compreso i pensieri. Al risveglio, dovrò mantenere questo vortice segreto nello spazio della mia scatola cranica. O dovrò fermarlo in una storia, per non perderlo. La realtà non è come la scrittura dove posso dire, fare e pensare ciò che voglio. Inventerò. Costruirò il contenitore adatto a questo sogno, a queste visioni. Trasferirò lo spazio tridimensionale del tuo corpo sulla superfice piana del foglio. Foglio che non sarà mai denso come la tua pelle.

Cosa aspetti a svegliarmi Andrea. Fa qualcosa. Tossisci, agitati. Un movimento. Ti sento, so che sei lì, ma la percezione non basta, non basta a farmi destare. Non è facile continuare a fingere. Ho bisogno di te, adesso. Voglio dividere con te questa tempesta, queste sensazioni. Emozioni che ti prendono la testa, il cuore, la pancia, le ossa. Non posso fingere di svegliarmi all’improvviso, sarebbe scorretto. Fai la tua mossa. Coraggio. Sfiorami, fammi sentire il calore delle tue mani. Non desidero altro. So che stiamo sognando, tra qualche ora, solo guardarci negli occhi ci metterà in imbarazzo. È per questo che ti adoro. Per il tuo essere così, lieve e puro nei tuoi desideri. Al risveglio non ci racconteremo nulla, promesso. Terremo tutto per noi. Come un segreto che entrambi conosciamo, ma per il timore che venga svelato, teniamo nascosto. Sento il tuo nome ardermi dentro. Andrea. Non credevo che in sogno si potessero provare tali meraviglie. Brucia, Andrea, brucia il tuo essere nella mia mente. Devi prenderti cura di me. Almeno finché avremo la forza per non svegliarci. Voglio aprire gli occhi e fissare le tue labbra, ridere dei tuoi capelli arruffati. Non riesco più a resistere. Ti chiamo e apro gli occhi, lo faccio Andrea. “Andrea”. Apro gli occhi. Dormi ancora. Mi avvicino alle tue narici per non perdere nemmeno un atomo di te. Sorrido. Nulla è più contorto, mi rendo conto. Dormiamo e sogniamo. Sogniamo l’un l’altro. Ed entrambi abbiamo il timore di svegliarci. Rompere l’equilibrio e sfumare i nostri sogni. Posso immaginare cosa stai pensando. Siamo scrittori e tutto questo è una finzione…

È una finzione, sto montando tutto come un regista. E mi restano solo altri 6250 caratteri, spazi inclusi.

Anche i sogni si prendono gioco di noi. Giocano con i nostri caratteri, sia quelli digitati che la nostra profonda indole. Potevamo essere uno, almeno in questa dimensione parallela. Invece ci sogniamo dormendo, ma abbiamo una possibilità. Una sola. Le nostre amate parole. Allora svegliamoci in queste lettere. In questo racconto. Una finzione. Stiamo vivendo una finzione. Sai cosa diranno di noi i critici Gioia? Che siamo complessi. Che non regge questa storia. Che è difficile capire la trama di questo racconto. “Dormono entrambi eppure si sognano”. Ci stroncheranno. Lo facciano pure! Non sarà un commento negativo a rovinare questo momento. Quello che conta è che noi, adesso, siamo qui. Coscienti di quanto sta accadendo. Sai cosa manca? Una canzone. Una canzone che non abbia ancora ‘cantato’ di noi.

Eccola, “Abbi cura di te”, può andare Andrea?.

Abbi cura di te Gioia. Con me o senza me. Non so se queste parole che sto pensando di scrivere, per mano dell’unica cosa reale di questo racconto, saranno mai proferite o lette da qualcuno. Conta solo che tu possa percepirle Gioia. Non sei stata mia e mai mia sarai tra questa gente. Sarebbe da egoista dire che sei mia. Ma qui, adesso, posso anche permettermelo. Chi può dire ad un altro di essere egoista in sogno. I sogni sono quanto di più privato una persona possa avere. Ho deciso di svegliarti. Allungherò la mano per sfiorare i tuoi capelli. E sarai mia.

Gioia e Andrea. Andrea e Gioia. I nostri corpi. Distesi. Immersi nel bianco candido di queste lenzuola. Mio Andrea, eccoti. Ti accarezzo il viso. Ruvido. Non ci aspettavamo questo momento, ma non avresti comunque fatto meglio, raderti non è il tuo forte. La barba del tuo mento farà arrossire le mie guance, domattina al risveglio torneranno tristemente sole. Ti bacio. Ti svegli. Apri gli occhi, mi guardi, prima impaurito, poi sorpreso, in fine contento. Mi specchio nei tuoi occhi. C’è Gioia. Prendi tutto quello che ho. Immaginavo il tuo sapore, è come lo sognavo. La mia testa tra le tue mani, che ardono di passione. Adesso siamo finalmente uno. Prima ed ultima pagina del libro della nostra storia. Storia che stringiamo tra i nostri ventri. Il tuo cuore accelera, il mio si sincronizza. Poi si fermano insieme. Nei sogni si può anche morire. Non tocca a noi. Il silenzio del battito è solo per lasciare spazio al rumore di queste parole che risuonano dentro noi.

Ti aspettavo. Il tuo odore si confonde con il profumo di Marsiglia delle lenzuola. Gioia. Il tuo nome, come la sensazione che adesso incendia i miei occhi. Non dormivi. Ti scruto senza battere le palpebre. Ho il timore che socchiuderle, anche solo un momento, possa farmi svegliare. Fisso i tuoi occhi e dentro trovo tutta la nostra storia. Così reale, tanto quanto il caso. Vedo le strade percorse insieme, ogni centimetro di asfalto calpestato. Sento tutti i suoni condivisi e le molecole scambiate. Ricambio il tuo bacio e ti tengo stretta a me, che non scappi via. Non siamo più due. Ogni angolo di te è complementare ai miei umori. Il contatto con la tua pelle è inatteso. Morbida, non c’è alcuna cellula in tensione. Ti chiamo amore, con il rischio di farci male. Ma non importa, non lo saprai mai. Mi chiami amore, spero che il ricordo resti pure all’alba quando i sogni svaniranno; quando il sole tornerà a bruciare le ore di un giorno che vorrei non arrivasse più. Prego la notte, le chiedo di non scappare e invoco Morfeo a cui sono disposto a vendere l’anima.

Come si chiama? Capita a tutti? Capita a pochi? Capita solo agli alieni? Alle anime elette? Ai malati? Ai folli? A chi? Perché a noi? Perché a me?

Destino, caso, finzione. È proprio necessario dargli un nome, quando mancano circa 2500 caratteri?

Adesso lo so. Anime elette, Gioia, la risposta è elezione. Ho scelto, ci siamo scelti. Ti sento, dentro. Come in una lega, ormai indissolubili. Potranno contaminarci ma non potranno più renderci puri, l’uno dall’altro. Potranno entrare a rubare i nostri cuori. Le nostre anime potranno risplendere in nuovi occhi e per nuovi fuochi, ma resteranno macchiate anche da questo sogno. Vorrei fermare il tempo o almeno diluirlo, come le quattro e più ore di una maratona. Dove andrà a finire il nostro tempo? Voglio scoprirlo con te, ad un ritmo lento e incessante. Non cedo nemmeno un millimetro alla luce tra i nostri corpi, che continuano a volersi. Non cedo. Sigillo.

Nulla può rallentare il tempo Andrea. Non puoi fermare i giorni, le ore e il loro andare. Anche quando sembrano veloci. Troppo. Cos’è un secondo per un proiettile in volo, cosa un anno per una quercia che nasce e un secolo per una stella che muore? Ecco. Vorrei morire come una stella, bruciare con te, lentamente, fino a divenire antimateria. Combustibile e comburente. Prima o poi finiranno, ma ardono senza sosta finche ci sono. Idrogeno ed elio. Come una stella che esiste anche quando non c’è più. Ti prendo, ancora mio, ancora, ancora. Mi prendi. L’uno nell’altro. Penso ancora al tempo e a quanto è relativo. Dipende da dove lo si osserva. Vivremo in questo sogno quattro, otto ore. Chi leggerà, sarà al nostro fianco pochi minuti, anche meno di dieci. Adesso tremo. Ci siamo.

Gioia, sussurro senza lasciarti nemmeno un secondo. Come una stella che muore, una supernova, esplodiamo nel nostro spazio. Resta ancora una fievole energia che traduco in una lacrima. Ti bacio e non controllo più la mente. Vuole svegliarsi in preda all’eccitazione. Mi sforzo per godere ancora della tua presenza. Ancora un minuto, ancora uno. Ci fissiamo oltre il cristallino dei nostri occhi. Ci fissiamo nelle cellule della memoria, coscienti della sua labilità. Lasciamo orme tra i nostri cromosomi. Forse non ci avremo mai, ma abbiamo scambiato tutto, il bello e il buono. Il seme, la terra e i loro frutti. Tutto il bello e il buono che porto via per sempre.

È stato davvero spettacolare sognare, scrivere di voi. È bastato solo un foglio bianco a riaccendere la passione. Resterà questo per sempre. Null’altro nemmeno una parola. Ci siamo restano meno di 200 battute.

Apro gli occhi. D’improvviso. “Tutto ciò siamo noi”, mi dico e mi lascio cadere. Mi rialzerò, ma per ora non ne ho voglia, resto qui. Allungo la mano nel buio per cercarti e non ci sei già più.

Qualche informazione su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

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