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Il mondo campa di mode, si sa: di tanto in tanto giornalisti e gente comune cominciano ad usare certe paroline stuzzicanti e sconosciute per indicare, magari, cose che già conosciamo. Oggi trattiamo una di quelle paroline: graphic novel.  L’abbiamo sentita negli scorsi anni per descrivere fumetti d Sua maestà From Hell!’autore da cui sono stati tratti alcuni importanti successi cinematografici degli ultimi anni (300, Watchmen, i Batman di Nolan). E, insieme al loro emergere, è arrivata una giustificata domanda: cosa cavolo è una graphic novel?!

1.      Questioni complesse.

Okay, prima di tutto facciamoci una risata: ad oggi esistono almeno sei definizioni ufficiali e in contrasto fra loro per rispondere a questa domanda. Le hanno sviluppate critici del medium, ma anche sceneggiatori e artisti come Alan Moore, Eddie Campbell (il disegnatore di From Hell) e Art Spiegelman (Maus, splendida storia sui campi di sterminio nazisti). E tutte sono quasi in contrasto fra loro, ripeto! Allora, tentiamo di capirci qualcosa. Per farlo, prendiamo V for Vendetta; se lo andate a comprare trovate una storia unica, sulle duecento pagine, in volume cartonato che potete leggere comodamente in poltrona esattamente come leggereste Moby Dick o Assassinio sull’Orient Express: come un’unica storia lunga in cui gli eventi sono narrati ad un ritmo medio-basso, dando ad ogni sequenza una velocità giusta per la sua comprensione e assimilazione. Sequenze di tante vignette, disegni con molti dettagli, testi ben scritti, una capacità di coinvolgere il lettore in un unico flusso narrativo. Cioè, quando voi leggete V for Vendetta o guardate il film con Natalie Portman (OH, NATALIE <3), assistete ad una lunga storia autoconclusiva con tanti dettagli ed elementi da apprendere la cui fruizione dura non più di un pomeriggio massimo. Una storia unica, dunque, ben strutturata, che coinvolge il lettore per un tot di tempo di lettura/fruizione, portandolo ad emozionarsi. Opinione personale: credo che questo del tempo di lettura sia il punto che ci da la giusta chiave di lettura per tutta la nostra analisi, per ché è attraverso la nostra esperienza di lettura o visione di un’opera d’arte che capiamo veramente che tipo di legame abbiamo con un certo modo di esprimersi. Poi, ripeto: nel corso della storia della definizione c’è chi ha messo in luce il rapporto di parità fra immagine e testi, chi il ruolo più preponderante dell’immagine sui testi (ed occhio alla contraddizione!), chi sulle tematiche trattate. Quando scrivete una tesi di laurea sulla graphic novel o su una GN in particolare, e arrivate al paragrafo sulla definizione del medium, state certi che rimpiangete tranquillamente di aver scelto quel tema. DAVVERO.

2.      Quando il fumetto diventa adulto.

Siamo partiti da una definizione tecnica, di “struttura”. Ora tentiamo di capire cosa questa nuova struttura comporti a livello di tematiche e, soprattutto, tentiamo di vedere se questo salto di qualità, alla fine, avviene davvero. Torniamo a V for Vendetta. Allora, abbiamo più spazio di narrazione, i numeri in uscita sono un po’ più lunghi (occhio: all’inizio della storia editoriale di una GN i singoli capitoli vengono spesso fatti uscire in fascicoli), più tempo per approfondire i personaggi e le situazioni. Se Alan Moore vuole parlare, come fa in V for Vendetta, di dittatura, libertà personale, valori condivisi, con un’ottica moderna, difficilmente potrà farlo in maniera veramente forte nel fascicolo da poche pagine di una serie canonica. Una storia così difficile ha bisogno di uno spazio vitale in cui svilupparsi. Se hai più spazio, hai anche più tempo per studiare l’inquadratura, per entrare nelle pieghe di una storia e il tempo di lettura, per un fumetto con un buon ritmo, è tutto. A quel punto il fumetto arriva ad un nuovo stadio, un nuovo livello di complessità. Un fumetto, a quel punto, può davvero cambiarti la vita.

3.      La graphic novel c’era prima della graphic novel.

Sì, però un attimo eh. La prima vera GN è degli anni ’70 (Contratto con Dio di Will Eisner, padre del fumetto moderno). E va bene. Ma se mettiamo la cosa sul fronte dei contenuti siamo sicuri che solo le graphic novels riescano o siano riuscite a parlare di cose serie, di elementi forti? Swamp Thing, serie che  i lettori di Youpopcorn ricorderanno sulle pagine de Gli eroi della settimana, ebbe uno splendido ciclo scritto da Alan Moore fra il 1983 e il 1987 in cui l’autore affrontava le tematiche tipiche di una serie (action, suspense, thrilling) con una delicatezza registica e delle tematiche che poco si distaccavano dagli esiti di un Watchmen o un V for Vendetta. Hellblazer, la testata dedicata a John Constantine, affrontava ogni mese storie fortissime da un punto di vista umano e Sin City è, a tutti gli effetti, una raccolta antologica in volume molto simile ad una serie. Uno dei motivi per cui tanti creatori di fumetti non amano parlare di graphic novel (per dire: Moore e Spiegelman non amano il termine) è che, da qualche tempo, tutti i fumetti con spessore, che durino anche le canoniche 25 pagine di un episodio di Swamp Thing o che siano mattoni come From Hell, siano comunque definiti “novel” (romanzo). Non va. Bisogna allora approfondire, essere rigorosi, analizzare bene ogni prodotto: si scopre allora che non è stata solo la graphic novel un elemento scatenante per un salto di qualità, ma anche una nuova leva di autori che dagli anni ’70 in poi hanno fatto la differenza. A quel punto dobbiamo riconoscere quel che diceva il buon Moore: parlando tanto di graphic novel, si rischia di specularci sopra per fare facile pubblicità. Intanto, per capire bene quello di cui abbiamo fino ad ora, un consiglio solo: procuratevi Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, posizionatevi in poltrona… e godetevi una delle vere opere d’arte popolare degli ultimi trent’anni.

 

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Due cose su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

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