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“Ehi brutto bastardo. Sorridi. come vuoi che tua madre ti ricordi? Quell’espressione accigliata ti farà rimanere per sempre il piccolo imbronciato Leo, il piccolo imbronciato coglioncello. Non come l’apparentementeallegromainfondopensieroso Dean, che tu vorresti. Hai quell’espressione di merda, in ogni istante della giornata. No. Nessuno dirà in televisione che eri suo amico. Che non se lo sarebbero mai aspettato. Per ben due motivi Dean: non hai amici, e nessuno potrà dire in completa onestà che non lo avrebbero mai previsto. Qualcuno si chiederà piuttosto perché hai aspettato tanto…”
Mia madre me lo chiede. Lo chiede di nuovo nonostante io non risponda mai.
“Com’è andata oggi?”
La guardo. Lo ha ripetuto per la seconda volta, ma adesso sorride in modo più ampio. Le sue labbra sul suo bel viso, la speranza nella sua voce. Mi sforzo di risponderle, verrebbe naturale soddisfarla. Non sta chiedendo niente di particolare. Niente di difficile. La tua risposta non deve essere fantastica o divertente. Probabilmente si accontenterebbe della tua voce. Ti prego. Non voglio sentirla piangere di nuovo. Lo sai che appena ti volterai smetterà di sorridere, tornando a chiedersi che cosa ha fatto di male, che cosa ha sbagliato. Tutto sulle sue spalle.
“Invece non è affatto colpa sua, bastardello, ma figurati se hai la forza di dimostrarglielo. Ti prego, non scriverlo sulla tua lettera. <Mamma non è colpa tua.>. Bel modo di sfangarsela eh? Saresti terribilmente banale.”

Mi trascino per le scale e la perdo di vista, senza emettere un fiato. Che almeno si arrabbiasse una buona volta.

“Facci fare un tour nella tua formidabile misera vita. Ho sentito che è piena di soffitti bianchi e di pornografia”

Sono in camera mia, e una stanchezza immotivata mi assale. Gettandomi sul letto, osservo le mie pareti. Sono bianche, intatte. Sempre le stesse da quando mio padre ha tolto la carta da parati colorata. Ha cercato di lasciare in camera degli oggetti a me cari, che sapeva importanti, ma sono rimasti in uno scatolone. Inutile cercare di immaginare come sarebbe questo posto senza mia madre che lo riassetti quasi ogni giorno. Crede di farmi piacere, ma non mi fa sentire in nessun modo. Lo vedo solo come un modo di camuffare. Credete che lei sia innocente?

“Nessuno che sia così profondamente implicato con te, può essere innocente. Colpevole. Colpevoli di averti dato la vita. Colpevole di aver fatto finta di sopportarti. È questo che ti ha reso il coglione che sei. Ah sì. Colpevole di averti desiderato”

Lei non c’entra niente. Un debole bussare mi fa alzare lo sguardo. Senza che io risponda, mio padre apre la porta e si fa strada nella stanza. Mi guarda, e per un secondo intravedo uno scintillio di rabbia nel marrone dei suoi occhi; un istante, poi inizia a parlarmi.

“Sei di nuovo in questo stato. Riesci a spiegarmene il motivo?” è freddo. So che mia madre deve avergli detto di andarci piano, ma lui non ci riesce. Perché ha mandato lui?

“Il rumore papà. Non sai quanto io faccia fatica ad avere delle persone attorno. Per me è una violenza (è una violenza guardare te. Neanche lui vorrebbe guardarti.) essere costretto a deambulare, per farvi un favore.”

La mia ultima affermazione lo fa irrigidire.

“Non so davvero a chi io abbia fatto un favore. A voi, che vi crogiolate nella mia presenza, chi vi è sufficiente, ma che io non desidero. Oppure a lui, che può continuare a torturarmi e a logorare ciò che resta”

Solo rabbia. Ho solo rabbia, dentro di me, ed a quanto pare è anche l’unica cosa che riesco a trasmettere, perché adesso mio padre, mi guarda furioso. Non sa cosa dirmi, di discorsi ne ha già fatti troppi, di ogni tipo. Si può ancora chiamare salvare, costringere qualcuno a non farsi fuori?

Il suo viso si fa scuro, gli angoli della bocca si arrendono alla loro posizione naturale, e quella sua faccia da cazzo dispiaciuta e rabbiosa mi si dispiega davanti. Sospira, muove lo sguardo da un lato all’altro, i suoi pensieri si susseguono veloci. L’unica cosa che ha imparato è a controllarsi, per non aggravare la situazione, gli hanno detto.

“Lei dov’è?”

“Di sotto, dove l’hai lasciata. È seduta sul divano, non fa granché” Gli do occasione di parlare d’altro, di distogliersi da quel discorso intricato che neanche voleva fare, e la coglie al volo.

“Credo che preparerò io la cena. Se ti va qualcosa in particolare vieni di sotto a dirmelo”. Esce di fretta e sbatte la porta. Ecco come finisce il suo grande discorso, quello su cui puntava mia madre. Pretende che io scenda, almeno posso dirgli cosa voglio per cena.

“Oh insomma, cosa aspetti a farlo di nuovo? Mi potrei occupare io di tutto. Vorrei solo vederti tremare mentre ci provi, e poi non ci riesci. Quando l’altra volta hai sbattuto la testa al muro, invece di piantarti quel coltello in fronte, Ho veramente trattenuto una risata. Stavolta potrei provarci io. I tuoi immaginano addirittura di averti salvato, perché lo stavi per fare. Non sanno che quando sono entrati eri in quella posizione da almeno un quarto d’ora. Ti credono così coraggioso da farlo. Non ti conoscono quanto me. Permettimi di farmi un favore. Lascia che ci pensi io. Per cosa pensi io esista?”

Il ragazzino scende la scale. Il suo busto rimane dritto, le sue gambe si muovono impercettibilmente, il necessario per non inciampare giù per le scale. Le braccia sono lunghe contro i suoi fianchi. Ogni suo movimento sembra esasperato, lento e si muove in quel modo fino alla cucina. Si affaccia alla porta, facendo sì che le persone all’interno vedano solo il suo viso. Nessuno si accorge di lui, ma non fa niente, rimane in quella posizione. Un sussulto di sua madre, fa voltare il padre, impegnato ai fornelli.

“Leo, mi hai fatto prendere un accidente! Come ti senti?”. Gli occhi di Leonardo sono spalancati, e quando la madre inizia a parlare un tic gli spalanca la bocca in un sorriso. Suo padre guarda la scena, e si insospettisce all’istante. Una brutta sensazione gli arriva fino alla fronte, percorrendo tutta la sua spina dorsale.

“Hai per caso preso troppe pasticche?” Il padre del coglioncello, è sempre stato troppo diretto. La madre scatta in piedi all’affermazione del marito, e si posiziona immediatamente accanto al figlio.

“Cosa ti salta in mente? Probabilmente ha solo fame. Non è vero Leo?” sorride nervosa, cercando l’approvazione nel viso sorridente di quello sputo.

“Ho solo pensato…” dice il verme. “è come se mi aveste donato la vita due volte. Ho pensato…” Il giovane piagnucoloso si porta una mano alla tempia, e spalanca gli occhi.

“Ho pensato…che io ho finito per appartenervi.” Il suo sorriso imbecille si rinforza sul suo volto, con un gesto innaturale della mano porta le sue dita sulle sue palpebre. Il mignolo si appoggia con forza sul suo condotto lacrimale, mentre le altre dita si fanno strada sotto le palpebre. Il resto del viso fisso, mentre estrae senza problemi apparenti il suo occhio sinistro.

“Papà, potete avere questo, tanto per cominciare”. Il moccioso lancia il suo organo visivo verso la pentola in ebollizione sui fornelli.

Vedi il bastardo. Ha fatto canestro!

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