Menu

Stazione Piazza Garibaldi. C’è una tacca vicino al tornello. Sotto quel segno i bimbi entrano senza pagare. Anch’io non pago pur non essendo una bambina, pur avendo superato l’altezza minima da oltre cinquanta centimetri. Non ho soldi per il biglietto ma il controllore mi lascia sfilare oltre il varco. Si toglie il cappello e fa una riverenza. Lavorava con mio padre alla stazione dei tram prima dei bombardamenti, mi ha visto crescere. Durante la guerra le stazioni della Metro erano usate come rifugio. La sirena cantava ogni ora. Adesso a più di un anno dalla fine, ho ancora l’impressione di sentirla ululare la notte, quando il buio avvolge le città e il popolo cerca conforto nei sogni. Ho odiato quelle sensazioni ma è grazie alla paura, quella paura, che ti ho conosciuto, Antonio.

Gli aerei durante i giorni di feste natalizie, fecero nevicare bombe sulla città. Nello scappare mi ero separata da mamma; mio padre era in servizio per l’ultima volta della sua vita al deposito dei tram. Mi ritrovai sola, in quella pancia sotterranea, dove mille e più anime attendevano il finale. Sotto la città con il resto della città. A ogni boato, un sussulto. Santi e madonne, invocati e sacramentati a ogni esplosione. Un rombo. Arriva il treno, mi accingo a salire. La mia fermata è Mergellina. Meno di venti minuti. È il giorno della promessa. Finalmente. L’ho atteso per oltre un anno. Eri certo che tutto sarebbe finito. Bene o male. Eri certo che ci saremmo rivisti. La tua promessa. L’ho custodita come un forziere difende il tesoro più grande.

Stazione di Piazza Cavour. Entrano alcuni soldati. Sembrano enormi nelle loro divise. L’arrivo degli americani è stato come un avvento, tribolato e sognato. La vita in guerra è attesa e sospensione. Ogni giorno è buono per morire o tornare alla vita. Dopo quella sera ho vissuto tredici mesi e ventidue giorni aspettando questa mattinata. Ho custodito nel cuore le tue parole. Mi sono fidata dei tuoi occhi. Mentre in centro tiravano sassi contro la polvere da sparo, le tue parole riempivano il vuoto nella pancia, nella testa. Il vuoto nel cuore, lasciato da mio padre.

Raggiungiamo Amedeo. Sopra i vagoni si aprono i quartieri Spagnoli, Port’Alba, Spaccanapoli. Partenope è il Mediterraneo, contaminata nei secoli da ogni popolo del mare nostro. Con un po’ di fantasia è come vagare per le strade del mondo senza spostarsi. Studiavo da queste parti prima della Guerra, al liceo classico, presso piazza Dante. Adoravo la letteratura classica e romanza. Amavo passeggiare nei pressi del conservatorio, tra i negozi dei liutai da dove uscivano suoni colorati, note barocche e popolane. Tutti i sensi coinvolti e confusi quando di ritorno a casa mi perdevo tra i palazzi vecchi di questa città. Mi sembrava di sentire l’odore di pomodoro e delle pizze anche quando non c’era farina. Il sapore del caffè sia anche surrogato, provenire da ogni basso, da ogni finestra, da ogni spigolo di muro. I colori delle vetrate delle chiese, prima che le devastassero e dei mille vestiti stesi al sole sulle corde tra i ballatoi.

Stazione Montesanto. Ci sarai, lo so, lo sento. La tua promessa. Stavano bombardando la nostra adolescenza, la nostra gioventù. Mi guardasti e capimmo. Avevo bisogno di un porto sicuro. Tu, così silenzioso, avevi bisogno di calmare il tuo animo ribelle.

“Finirà presto.” –  “Non ne posso più!”.

“Torneremo a guardare il mare senza paura.”

Mergellina. La mia fermata. Il treno riparte. Nella pancia la gradevole sensazione dell’attesa, che sta per finire. La gradinata del sottopasso si apre in un atrio liberty. Chiudo gli occhi e sento un walzer provenire dall’organetto di un ragazzino scalzo. Alzo la testa e resto incantata dalla vastità di un lampadario di vetro – come ha fatto a restare intatto? L’enorme orologio indica che sono in anticipo, non riesco a rallentare. Esco dalla stazione, invasa dalla luce di un anomalo giorno invernale. Correndo arrivo alle banchine dei pescatori. Il lungomare è affollato di bambini che giocano. Finalmente lo vedo, il mare, che risplende il calore del sole incollato nel cielo indaco. Il mare, lo stesso che vedo dal terrazzo di casa, lì il profumo non arriva così impetuoso. Svolto l’angolo, Castel dell’Ovo sorveglia il Golfo con i suoi mattoni. Il tutto sotto lo sguardo delle colline del Vomero che sovrastano la città. Il profilo di Napoli ricorda quello di una sirena, distesa e pugnalata. Una città caduta come l’intonaco delle case. Quanto impiegherà a sanarsi la ferita?

Mi gira la testa in preda allo spazio, alla luce, ai colori del cielo. Ho voglia di svenire e restare qui. Sciogliermi e fondermi con il sale. Proprio quando sento il cuore venir meno ecco il tuo braccio. Mi guardi con i tuoi occhi, neri come lava raffreddata del Vesuvio ma caldi come il fuoco prima della quiete. E ancora fatico a non cadere. Ci sediamo sulla scogliera. Timidi ci teniamo la mano, mi sento serena.

“Non temere, lo prometto, sarà per sempre. Se lo vorrai.” Ti bacio. È la prima volta.

***

L’hai voluto. Una vita, anzi due. Sorrido di fronte al mare. Lo stesso di settanta anni fa. Più sporco, più scuro. L’ambasciata americana si staglia sul golfo. I militari controllano le strade anche oggi. Il traffico è deviato sull’interno. Il lungomare è diventato un’isola pedonale. I bambini giocano per strada con i genitori. Ricordo quella mattina. Ti vidi da lontano. Eri accecata dal sole, dagli spazi, dalla luce. Ero arrivato da tempo, in anticipo per paura di essere in ritardo. Ricordo la tua pelle chiara, profumata di lavanda. Avevo rubato un dolce per te, Caterina. Eri sul punto di cadere. Allungai il braccio, ti presi. L’abbraccio di quel momento finì poco dopo, ma fu il primo di una vita intera.

Non avevo mai baciato una ragazza. Avevo lanciato sassi contro tedeschi in ritirata, sabotato linee telefoniche, fatto saltare in aria polveriere e sparato a caso senza prendere la mira – non saprò mai se ho ucciso. Avevo rubato nelle case abbandonate, nei negozi sequestrati, nei magazzini dei fascisti. Ho visto uomini morire per la loro terra – sarei morto tra le loro braccia per la stessa causa. A meno di un metro da me era esplosa una granata, ho portato per anni una scheggia nel braccio. Ma non avevo mai baciato una ragazza. Mi sforzai di far durare qual silenzio il meno possibile.

“Può anche finire tutto”.

Ero con te, cos’altro potevo desiderare, se non restare così per sempre?

“E se invece cominciasse tutto adesso?” La risposta è stata la storia. La nostra.

È tardi, torno verso la stazione. Fatico a fare la gradinata che porta al binario. Utilizzo le scale mobili. Una nuvola nasconde il sole. Sento sferragliare, ecco il treno che mi accoglie e riparte verso la stazione Amedeo. Il futuro è arrivato in fretta. Mi libero dai pensieri bellici, sopra questa stazione si aprono i vicoli della città. Napoli è stata contaminata, un Mediterraneo in miniatura. E con gli insediamenti cinesi, nella periferia est, i nuovi scugnizzi hanno la faccia più gialla di San Gennaro. Terminasti gli studi al liceo. Dopo la laurea conquistasti una cattedra nella tua stessa scuola. Ti aspettavo fuori al conservatorio, dove la musica mi teneva compagnia. Quella classica, quella popolare dei vicoli. In centro dove il blues dei liberatori, masticato con il dialetto napoletano, diventava il chewing-gum in bocca alle radio libere degli anni settanta. Musiche nuove, colorate dal popolo, invadevano le piazze del centro.

Stazione Montesanto. Tutta una vita insieme. Volevano renderci fantasmi. C’erano quasi riusciti. Bastò un giorno di sole per noi. Caterina. Ti avrei dato tutto di me. Era l’amore. È l’amore. Ci siamo amati con in tasca pochi soldi e solo speranza. Abbiamo vissuto il doppio delle vite, perché ogni giorno passato era insieme. La nostra casa a Vigliena affacciava sul mare. Con il tempo ha visto il quartiere degradarsi, così abbiamo scelto la collina e siamo andati via. Ma abbiamo lasciato il cuore nel sale del Tirreno. Sono sessantacinque anni due mesi e tredici giorni che siamo sposati. Oggi il matrimonio ha cambiato significato, poco importa è importante che ci sia amore. Noi eravamo amore. Pasta e amore quando stentavamo ad arrivare a fine mese. Caterina, Antonio e amore quando i figli non sono arrivati. Non siamo stati soli. Casa è stata un porto. Come quello che lasciammo a San Giovanni, dove attraccavano i tuoi studenti, quelli meno abbienti ma più brillanti. Dove approdavano amici e conoscenti, per cui avevi sempre un consiglio e una parola di conforto. Sapevi parlare. Io ero più per le arti manuali. Cucinavo, mescevo vino e ascoltavo la tua voce suonare sui tasti delle anime.

Piazza Cavour. Ho lavorato qui in una falegnameria. E altrove, in un conservificio, come muratore e come camionista. Ho costruito mobili in ciliegio, cotto milioni di litri di passata di pomodoro. Ho edificato chilometri di muri e trasportato latte per centinaia di migliaia di bambini.

Piazza Garibaldi. Un controllore chiede invano i documenti a due pachistani. Avranno all’incirca l’età che avevamo noi settanta anni fa. Lei è bellissima con i suoi colori. Mi nota, sorride. Accelero e supero il varco. Esco dalla stazione e sono invaso da umori e sapori della piazza. Inizio a essere in ansia. Bevo un caffè, dovrei prenderne meno. Pazienza non sarà questo a tenermi sveglio, ormai non dormo che quattro ore a notte. Mi fermo a leggere i titoli dei giornali, cambio idea il tono dei caratteri è cupo.

Sono in anticipo, compro dei dolci in un forno storico. Prendo anche dei fiori da un cingalese. Mi manchi Caterina. Senza di te sono una scatola vuota. Senza di te non riesco ad affrontare gli spazi.

Siamo stati la spalla, l’uno dell’altro.

Mi gira la testa. Ho voglia di svenire, forse per sempre e restare qui a fondermi con il finto porfido della piazza. Sento il cuore venir meno. Guardo il profilo del Vesuvio e ancora fatico a non cadere. Eccoti. Alla fine di tutto, ci sei. Mi afferri per un braccio e torno a galla. Mi baci e non sarà l’ultima volta.

Qualche informazione su inverosimilmente

Mi chiamo Salvatore Improta, (on line con il nickname Inverosimilmente). Sono nato a Napoli nel 1979, vivo a Bologna dal 2001 e lavoro a Rimini dal 2015 come responsabile di Sistemi di Gestione. Sono un accanito lettore, figlio di un litografo - casa dei miei genitori è invasa da carta stampata. Tra i miei autori preferiti... Saviano, Auster, Fante, Ammaniti, Brizzi...mi fermo solo per questioni di spazio.
Mi sono avvicinato giovanissimo alla scrittura, in primo luogo di racconti brevi.
BRUCIA è il mio secondo romanzo (il primo ad essere pubblicato) è disponibile dal 15 novembre tra gli e-book della grande famiglia Geeko!

Vedi tutti i post
No Posts for this author.
0