Menu

La nave fece un’altra virata a destra, rapida, e lui afferrò di corsa il maniglione.

La mossa del velivolo era stata improvvisa, ed era giunta mentre l’ufficiale, assorto, fissava il mare di stelle davanti a lui.

Non ricordava per quanto tempo era rimasto a osservare il cielo; la sua mente era andata talmente oltre quello che vedeva da far sì che perdesse il contatto con la realtà.

Aveva ripensato alle mani della donna, che lente passavano sul pancione mentre lei se lo accarezzava sorridendo e sospirando, seduta sul dondolo di casa nella veranda di casa loro. Non riusciva a capire se quell’immagine fosse un ricordo, o se invece se la fosse inventata di sana pianta per sentire meno la mancanza di sua moglie. Non riusciva neanche a ricordare se avesse davvero mai avuto la veste da casa che le vedeva indosso.

Di sicuro erano i suoi occhi a essere veri. Non avrebbe mai potuto dimenticare quegli occhi, neanche se si fosse spinto oltre le stelle più lontane e avesse dimenticato il volto della donna.

“Perturbazione dimensionale a ore 12! Tutto l’equipaggio in assetto da attraversamento!”

La voce uscita dall’altoparlante fu il colpo di grazia: d’un tratto l’immagine della donna era scomparsa dalla sua mente, e ora l’ufficiale era tornato a vedere ciò che aveva davanti, oltre il vetro anteriore del ponte di comando. Neanche quella visione era sufficiente per riportarlo del tutto a contatto con la realtà, era troppo strana, troppo meravigliosa perché non gli creasse confusione e turbamento.

Il labbro tremò, rapido, e lui dovette chiuderlo per non mostrare la sua debolezza ai suoi sottoposti.

“Kyr, maledizione, guarda che abbiamo davanti…”.

Odiò molto le parole di Tar Perengast, in piedi davanti a lui, perché quelle parole erano talmente entusiaste e meravigliate da renderlo quasi commosso.

“L’abbiamo trovata… l’abbiamo trovata…”.

Strinse il pugno, rapido, e per pochi istanti ebbe quasi l’istinto di afferrarlo per il colletto e di scuoterlo. In fondo, però, lo invidiava. Osservando di sottocchio il suo sorriso incantato, il sorriso di un bambino, ricordava quanto quel viaggio fosse importante per tutti loro, e anche per la donna, e per il loro bambino. E, soprattutto, guardando quel sorriso riusciva di nuovo a ricordare quanto tutto quel che vedevano fosse bellissimo.

“Capitano, analisi chimica completata” disse il navigatore, leggendo i dati sul suo tablet. “Corrispondente, tipo A511! È un passaggio! È un passaggio!”.

***

La nube era lì, davanti a lui, ed era enorme.

La luce che nasceva dal suo centro e si espandeva potente fino ai suoi confini valeva più di qualsiasi altra cosa avesse visto durante quei due anni di viaggio. Dove c’era la luce c’era la vita. Dove c’era la luce c’era tutto. C’era tutto quello che avevano cercato da quando erano partiti, e tutto quello per cui aveva lasciato la donna con la loro piccola in pancia.

Due anni. Erano due anni che non vedeva la donna, e da due anni aspettava di vedere la bambina. Aveva saputo il suo nome attraverso una delle poche trasmissioni ricevute dalla moglie quando erano riusciti a ricevere messaggi da casa, prima del black out.

L’ufficiale si chiedeva se il black out sarebbe durato anche una vola attraversata La Nube. La sua ragione diceva di sì, che era scontato. Perché avrebbero dovuto poter ricevere messaggi da casa, quando casa era così lontana da loro e a dividerli oltre allo spazio c’era il tempo?

“Signori, cantate!” esclamò il capitano, fissando lo spettacolo mentre si avvicinava al vetro. “Missione compiuta! Missione compiuta! Cantate, signori, cantate!”.

D’un tratto, mentre i suoi compagni cominciavano a intonare il Karàs Lodan, l’ufficiale sentì la lacrima sul punto di uscire fuori dall’occhio, calda e dolorosa come una ferita. Adesso, di nuovo, non vedeva più la nube, ma il volto della donna, e lo vedeva lontano, lontanissimo. Ormai era certo: non avrebbe mai più rivisto né lei né la bambina. Dopo tutto quello che avevano passato, dopo tutto quello che avevano visto, non potevano credere che il black out sarebbe cessato. Chiuse gli occhi, mentre la nave ormai stava per attraversare.

Respirò profondamente, scacciando i ricordi: quello della sua casa, quello del viaggio di esplorazione, quello della tempesta che li aveva spinti nel Quadrante Ombra, quello della disperazione. Scacciò via il ricordo delle nuove istruzioni dal comando: non di tentare di tornare indietro, ma di spingersi avanti, nell’ignoto, per completare la missione e tentare di fare rapporto. Scacciò anche il ricordo dell’ipotesi più rosea, ossia che andando verso il Quadrante C62 avrebbero riportato la nave sulla traiettoria del ritorno a casa. Un’ipotesi possibile, ma del tutto improbabile e troppo dolorosa per esse presa sul serio. No. L’unico modo per uscire da quella situazione era andare avanti, dimenticare la donna, dimenticare la bambina, pensare che loro lo credevano già morto e disperso nello spazio. Doveva pensare al fatto di atterrare su una nuova casa per tentare di rifarsi una vita. Magari con l’ufficiale artigliere capo, che lo amava.

Ecco, era successo: adesso piangeva, mentre il suo volto era illuminato dalla luce del Passaggio. Non vedeva nulla, non sentiva nulla, tremava e basta, piangendo. Il bagliore durò solo qualche secondo, il tempo che la nave fosse completamente dall’altra parte. Ora cantava anche lui, e come lui molti altri, incluso il capitano, avevano la voce rotta dal pianto. Casa non c’era più. Era troppo lontana nello Spazio e nel Tempo.

“Signore! Signore!”.

Il navigatore lo svegliò di nuovo dal suo torpore. Per qualche secondo si chiese cosa ci fosse ancora di così eccitante da vedere, ma in fondo tutto quel che avrebbero visto sarebbe stato nuovo, meraviglioso, straordinario.

“Quadrante Madre! Siamo nel Quadrante Madre!”.

Aprì gli occhi e subito guardò lo schermo olografico sulla destra, quello con la mappa dimensionale.

Rimase senza parole, fissandone un punto.

Un punto solo, ancora molto distante, ma mai così vicino rispetto ad altri momenti del viaggio.

Per raggiungerlo ci sarebbero voluti forse altri due anni, e quando sarebbero arrivati la bambina avrebbe avuto quattro anni, certo.

Ma non gli importava.

Se fissava quel puntino, piccolo e luminoso, fissava

Casa.

Qualche informazione su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

Vedi tutti i post
No Posts for this author.
[Voti: 4    Media Voto: 4/5]
0