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Quasi tutte le famiglie hanno album di fotografie, pagine di immagini per mandare a memoria istanti di felicità. Quasi tutte le famiglie, prima o poi nel corso degli anni, vivono pagine di immagini da dimenticare. Sono proprio queste le fotografie che non si possono strappare né cancellare dalle memorie di computer e cellulari, sono fotografie impresse negli occhi, visibili al cuore.

Le pagine di storia della mia famiglia non sono piene di fotografie, non esistono foto di matrimoni, comunioni, compleanni, anniversari o feste. Sono stati fermati semplicemente istanti di giorni qualunque, nel corso di stagioni più o meno imprevedibili, ma poi è stato lasciato che tutto scorresse così, nel presente da vivere e nel ricordare a parole il suono colorato della felicità. Ho assorbito nel corso degli anni i ricordi di chi non ho fatto in tempo a conoscere, bisnonni, nonni, zii attraverso i racconti di chi li ha conosciuti, vissuti e amati, anche per me.

È un travaso di ricordi il tempo che viviamo, occorre fare attenzione che non vada perso, che non trabocchi, finendo per disperdersi sul pavimento o calpestato da scarpe frettolose.

Una data 1 giugno 1964, un luogo la cattedrale di Ferrara, un matrimonio quello dei miei genitori. Lui indossava un completo nero, lei un abito di lino leggero, color verde acqua appena accennato, in chiesa i testimoni e i parenti più stretti. Una cerimonia semplice per una felicità ferita dalla recente scomparsa di mia nonna, la madre di mio padre, ma una cerimonia che ogni volta che mamma la ricordava le brillavano gli occhi ed è quella la più bella foto di matrimonio che abbia mai visto. Un breve viaggio di nozze in Liguria e poi l’inizio di una vita nuova in Toscana, dove di trasloco in trasloco è andata avanti per ventisei anni.

Filo conduttore di questa storia di traslochi & addii sei stato tu, silenzioso spettatore, presenza costante nella luce delle case dove abbiamo vissuto, hai sempre abitato con noi, sul mobile nell’ingresso, dentro una vetrina in sala o sul tavolo di cucina. Non hai mai smesso con la tua delicata e fragile rotondità di rendere certi giorni meno spigolosi, e anche quando non avevi fiori e te ne stavi fiero al centro di una scatola di cartone ancora da sistemare o sull’asse da stiro che serviva da tavolo da pranzo, la stanza si colorava e profumava di buono. Mamma ha sempre avuto cura di te, eri il dono di nozze di Giuliana un’amica-sorella-collega di lavoro. Un’ amicizia forte, così rara e per questo preziosa che mi è rimasta tra le mani durante i preparativi del recente trasloco. È accaduto in un pomeriggio di stanchezza, dove tutta quella vita passata, presente e futura mi osservava dalle scatole sparse un po’ ovunque, sussurrandomi che, forse sì, non stavo andando dove volevo, ma il primo passo, il più pesante, può solo toglierti da dove sei, perché per andare dove vuoi serve quella leggerezza calviniana fatta di determinazione e precisione, oltre ad una incrollabile fiducia in se stessi. Quel pomeriggio, ho trovato all’interno del Libretto di Matrimonio dei miei genitori, un foglio leggermente ingiallito, accuratamente richiuso su se stesso più e più volte. L’ho lentamente dispiegato e ho liberato quelle parole, color carta da zucchero, indossate da una grafia leggera e morbida come polvere di polline. Ho conosciuto così mia madre, quando ancora non lo era e posso solo essere orgogliosa di essere sua figlia e vorrei solo assomigliarle un po’ di più. Mi piace pensare che tu, amico mio sapevi di quella lettera, ne conoscevi il contenuto e forse non è merito del caso l’averla trovata quel giorno.

Quella lettera ha dato un senso al perché di tanta cura nei tuoi confronti ad ogni trasloco. Ti avvolgeva nei fogli di giornale con la stessa cura di un neonato ma poi non ti rinchiudeva dentro uno scatolone, con su scritto fragile, insieme al resto. Tu per mia madre eri molto più di un regalo di nozze, rappresentavi un legame con quanto aveva scelto di lasciare, sposandosi. La sua città, la famiglia, il lavoro alle poste e le amiche, Giuliana più di altre, che aveva assunto le tue forme. Un vaso che avrebbe tenuto stretto a se, nel suo diventare prima moglie, poi madre, un nodo d’amicizia che non avrebbe mai dimenticato.

Ti metteva dentro una borsa frigo imbottita e ti portavamo con noi in macchina anziché affidarti al camion della ditta di traslochi. Nonostante tutto questo non sei rimasto incolume nemmeno tu e durante il quinto trasloco non si sa come, hai riportato una ferita, una crepa che da allora scorre verticale come una lacrima, ma che non ti ha fatto finire in cantina o peggio in discarica. Hai continuato ad abitare al centro della nostra vita, mostrando con orgoglio quella crepa, segno di una vita vissuta con amore e rispetto per le imperfezioni che il dolore, inevitabilmente lascia in ognuno di noi.

Sei diventato sempre più parte della famiglia, hai portato con lo stesso amore fiori freschi, secchi, piante grasse, caramelle e i numeri della tombola a Natale. Sei stato a lungo vuoto ma sempre pieno di ricordi, un non luogo che era casa, che è casa, anche tra queste mura diverse che oggi dividi soltanto con me.

Di quando in quando penso che tu ed io siamo testimoni superstiti di una famiglia smarrita dentro addii di cui sento ancora l’eco, di tanto in tanto. È un coro di voci allegre, sorrisi e abbracci, un pontile che unisce la liquidità di questo tempo vuoto, cercando di trovare nello spazio delle parole il pieno di quei momenti insieme, la dolcezza di una torta di mele, la morbidezza di una crema al limone, la felicità di una polaroid, la gioia delle vacanze e la serenità del sentirsi amati.

Sulla tua superficie rivedo luci colorate di alberi di natale, angoli di stanze dove il sole disegnava sulle pareti i riflessi e i rimbalzi delle ombre materne. Quante poesie imparate a memoria, quante parole dentro un foglio di carta e numeri colorati per imparare a contare, controvoglia già allora. Pastelli a cera e pennarelli che furtivamente uscivano dal perimetro bianco di carta per farti ancora più bello ma mamma, che non era del mio stesso parere, sgridava me e ripuliva te. Poi però facevamo merenda insieme guardando i cartoni , tu sul tavolo, io sul divano. Negli anni ti sei preso cura dei fiori che bussavano alla porta del cuore e mai sei stato geloso al punto da farli seccare in meno di ventiquattro ore, anzi li hai accolti ogni volta con lo stesso amore e di questo ti sarò sempre grata.

Quando papà è venuto a mancare sei rimasto in disparte senza fiori perché colmo anche tu del dolore di quel vuoto e per la prima volta da quando abitavi con noi sei stato riposto dentro un mobile, nel ripiano in fondo. Non hai cercato d’impedirlo, scivolando di mano o incastrandoti nello sportello, avevi fiducia in quelle mani, sapevi che non ti avrebbero lasciato lì per sempre.

L’ho capito mesi dopo quando ti sono venuta a cercare, grazie alle parole di una canzone – Le nuvole – di Fabrizio De Andre’:

Vanno vengono ritornano

e magari si fermano tanti giorni

che non vedi più il sole e le stelle

e ti sembra di non conoscere più

il posto dove stai.

Ho iniziato allora a riempiermi di parole, nei punti in cui mancava qualcosa. Ho riempito di parole ogni singolo punto, ci ho provato e non sempre ci sono riuscita, ma non ho mai smesso di farlo. Credo che il mio amore per i libri, per le parole sia una piccola cosa rispetto al loro amore per me, perché nei momenti più secchi della mia vita sono stati loro a venirmi a cercare, a smuovere e rimuovere radici. A prendersi cura di quei punti esposti a inverni senza stagione.

Tu sei diventato da allora un silenzioso compagno di letture e credo che se potessi darti voce, ascolterei ogni pagina letta, ogni parola uscita dalla penna e magari chissà, ascolterei le storie di quando ancora io non esistevo o non avevo ancora consapevolezza di me, da quell’inizio estate del ’64 a quell’inizio inverno del ’66, quando sono nata. Dai racconti di mamma so che ti sei reso molto utile nei giorni difficili dell’alluvione di Firenze facendo da candelabro per ceri il cui diametro s’incastrava alla perfezione sul tuo collo, che tra parentesi ho potuto vederne uno avanzato e accenderlo mi ha sempre provocato una certa emozione perché la forza evocativa dei racconti rompe gli argini e nel farlo rende fertili quelle ciglia di deserto in cui crediamo di trovare ristoro. In quei giorni tu eri il faro intorno al quale venivano svolte le poche attività domestiche concesse, che si concentravano in una stanza, la cucina. Passata la tempesta hai ripreso a pieno il tuo ruolo di vaso portafiori ma immaginarti nel ruolo di faro mi riempie di orgoglio perché non è da tutti fare luce per gli altri.

Comunque sei stato davvero il perno attorno al quale si è svolta e avvolta la vita della mia famiglia, presenza duttile e adattabile nonostante l’apparenza dica il contrario. In anni più recenti ti sei anche prestato a fare da piscina provvisoria per Nemo, un pesciolino vinto al luna park al cui arrivo in famiglia non eravamo pronti, ma tu sì. Per un weekend hai lasciato che quell’esserino nuotasse dentro di te, e tu non essendo di vetro, eri stato posto sotto la lampada da tavolo per creare un’illuminazione artificiale per il piccolo Nemo.

Sei stato anche una specie di incubatrice per pesci amico mio!

Mi hai permesso di giocare con te, leggere di prevedibili futuri e inaspettati presenti, evitando sempre però i condizionali. Quei pensieri che non sono capaci di diventare fatti sono verbi inattivi destinati a fallire.

Pochi vasi possono vantare un curriculum simile al tuo, davvero pochi, a parte il vaso di una certa Pandora il cui mito è storia anticamente nota e che grazie alla speranza riscattò un contenuto decisamente pesante. Anche tu sei stato il mio Pandoro pochi anni fa e credimi non ho sbagliato vocale né mi riferisco al dolce natalizio perché era agosto. Dopo mesi difficili, mesi in cui la speranza si era consumata in un vortice di dolore, mamma aveva raggiunto papà. Vederti lì, al tuo solito posto come se niente fosse cambiato non riuscivo a sopportarlo e così, svuotata, ti ho riposto dentro alla credenza, credendo che non vederti mi avrebbe fatto stare meglio.

Rappresentavi in quel momento, la disperazione senza speranza, l’oscurità più densa della notte, non riuscivo a vedere quanto in realtà tu fossi luce, un faro sul confine della terra. Dovevo prendere le distanze, aspettare che dall’immobilità dei giorni affiorassero i ricordi e lasciare che l’odore dell’attesa cancellasse il dolore della mancanza. Sappiamo entrambi che è stato difficile, che ridefinire la posizione topografica rispetto a ciò che era stato e a come era stato, ha richiesto cambiamenti, ricostruzioni, demolizioni e modifiche agli architravi che reggevano quel peso fuori misura. È stato necessario ridefinire forme e contenuti, addomesticare gli spazi nella consapevolezza che il tempo è un lupo solitario che non si lascia avvicinare.

Hai atteso con fiducia anche quella volta, i tempi sono stati più lunghi e il frastuono dei giorni mi sembrava invalicabile, ma mi sbagliavo. Non è bastato il ricordo di una canzone, non è bastato il ritorno al tran tran. C’è voluto un treno fuori programma, un imprevisto viaggio per andare a cercarmi, dove un tempo i pensieri felici mi avevano riempito tasche e cuore. Quella via, quella casa al quinto piano, i giardini lungo l’Arno dove i pomeriggi praticavo inconsapevole, l’arte della nefelomanzia e quel bar all’angolo dove con naso schiacciato alla vetrina indicavo il budino di riso, non uno dei tanti ma quello che a me piaceva di più, quello che per me era il più buono E il barista ridendo sotto i baffi diceva a mia madre, – Vorrei saper scegliere anch’io con la sua sicurezza. Li ascoltavo senza comprendere ma quel budino, credimi amico mio era davvero il più buono di tutti!

Mi chiedo a volte se non hai mai temuto, in questi ultimi otto anni, di finire in pezzi o abbandonato da qualche parte. Forse mi conosci più di quanto non sappia io, forse se provassi a strofinarti uscirebbe un genio pronto ad esaudire tre desideri. Forse non lo faccio perché non ho desideri o forse perché sono sempre stata un’ Antigone bambina che alle favole preferiva le storie. Perché non riesco a credere ai per sempre ma provo a credere ai giorni a venire e lo faccio senza reti di protezione, con una fottuta paura di rompermi ma con tutto il coraggio che posso.

Mi chiedo a volte se non ho mai temuto di finire io in pezzi o abbandonarmi da qualche parte. Forse sì ma mi ha salvata ogni volta la bambina con lo zucchero a velo sulla punta del naso, infilandomi in tasca e portandomi con sé a leggere le nuvole.

E ti chiedo scusa amico mio, e nel farlo con te lo faccio anche con i ricordi e con le persone amate in quei ricordi e con le persone dimenticate, smarrite dentro ai ricordi. Siamo tutti le scelte che facciamo ma nessuno di noi può, non dirsi figlio. Nessuno di noi è arbitro assoluto del suo essere qui e ora, siamo qui per volontà altrui e per quanta libertà andiamo cercando, “siamo” solo grazie ad altri.

Dal 1964 ad oggi sei stato testimone di cose lasciate, perse, buttate via, di una vita fatta di scelte ed ogni volta che scegliamo inevitabilmente scartiamo qualcosa, d’altronde non possiamo portarci dietro tutto, sarebbe un sovrappeso inutile, un sovrappiù impossibile da gestire. Così anch’io ho distrutto, regalato, abbandonato, scartato, cercando di uscire dal caos e fare ordine, di trovare un accordo tra le cose che restano e provare a costruire pontili per aggrapparmi alla superfice delle cose oppure per salpare, con le mani sul timone di bagagli smarriti, tentando di risolvere nel tempo, questo spazio astratto che è tutto un “da capo”.

Adesso siamo qui, tu ed io, senza premesse, e senza promesse che non saprei mantenere, ma con la granitica certezza che ovunque andrò ci sarà spazio per te e per tutta la vita che ti porti dentro con quella leggerezza che ora, inaspettatamente riesci a trasmettermi nonostante le mie intemperanti resistenze.

Perché mentre ti scrivo questa lettera ho capito che non importa dove sei o cosa fai, importa cosa fai di quello che sei e se qualcuno mi chiedesse: a chi va il tuo grazie? chi ti ha indicato il cammino? Il pensiero andrebbe alla mia famiglia mentre il mio sguardo si poserebbe su di te,  e vedrei una lacrima uscire e scivolare lentamente lungo quella crepa.

E vedrei una mano a prendersene cura.

Ancora una volta, caro amico mio.

 

Qualche informazione su unapaperaagalla

Da quando ho imparato a leggere non ho più smesso di farlo. A volte ho provato a disintossicarmi ma non ci sono riuscita perché ogni volta c'era un libro che veniva a cercarmi. Ho più amici di carta che di carne e questo a volte mi dispiace, così inizio a scrivere, sperando che tutte le parole che mi sono rimaste dentro leggendo, trovino un loro posto fuori, scrivendo.

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