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A bordo de La Mecca è stato completamente immerso nel buio fin da quando siamo entrati nel vano di attracco per i trasporti tattici.

Un buio terribile, rischiarato soltanto dalle nostre torce, che penetravano quell’oscurità come se avessero paura di disturbare il sonno delle creature che potevano celarsi in quel posto.

Prendere il controllo del ponte di atterraggio e dell’area lì vicina non è stato difficile: le squadre si sono mosse con cura, controllando con calma tutte le stanze dedicate all’immagazzinamento delle merci, le guardiole del servizio di sorveglianza, i vani delle postazioni antiaeree al piano base dell’aeronave.

Abbiamo controllato con attenzione ogni vano, tentando di comprendere cosa fosse la cosa che aveva bloccato La Mecca in quel posto così oscuro e terribile.

No, la prima parte dell’esplorazione non è stata problematica, forse anche grazie al nostro dividerci in dodici squadre abbastanza grandi, e capaci di spartirsi bene le singole sezioni dei vari piani. Abbiamo raggiunto le scale d’accesso nel giro di un’ora di esplorazione in tutto, comportandoci come da protocollo: irruzione silenziosa, perlustrazione, verifica, rapporto. Una squadra  è anche arrivata al primo vano generatori e si era resa conto che erano tutti guasti.

La mia squadra e un’altra hanno avuto l’onore di entrare per prime all’interno dell’area del ponte di comando, raggiungendola da una scala di servizio sulla quale abbiamo cominciato a vedere i primi segni di disordine: un M118 abbandonato per terra, delle bruciature di laser sul muro e poi le prime tracce della sostanza nera penetrata nella carlinga del velivolo. Sono certa che se qualcuno analizzasse quella roba non scoprirebbe nulla di cosa sia; quell’analisi farebbe nascere solo nuove pesanti domande. Francamente, però, voglio dimenticare ogni dettaglio di quell’esplorazione nel più breve tempo possibile. Non m’importa niente di cosa fosse quella roba nera.

Non oggi.

Abbiamo preso un campione e fatto qualche battuta (sì, abbiamo scherzato giusto per esorcizzare la paura… sì, avevamo paura…), siamo arrivati in cima, in cima alla scala, arrivando alla porta di servizio del vano di comando.

Una porta bloccata, bloccata dall’interno.

Credo che ricorderò per molto tempo la scena dell’entrata: i piedi di porco incastrati nella porta scorrevole, il rumore metallico, lo sforzo per aprirla, il botto improvviso, qualche risata di distensione, e poi le luci che investono la stanza.

Ci ritrovammo nell’anticamera del ponte di comando, un’intercapedine progettata per impedire a possibili ostili di entrare all’interno, dotata dei sistemi di sorveglianza standard per necessità del genere.

Fu lì trovammo i primi cadaveri.

In un primo momento sospettammo che quella che ci eravamo ritrovati di fronte fosse la scena di un suicidio di massa, terribile e ben architettato.

I sistemi di sorveglianza di quell’intercapedine erano fasci di laser concentrato, che se attivati dovevano creare un muro in grado di attraversare la stanza colpendo chiunque fosse dentro e creando un muro di contenimento impenetrabile fra il vano scale e il ponte di comando. Qualcuno o qualcosa l’aveva attivata, con dentro i soldati che trovammo a terra.

Quel che rimaneva dei corpi, non serve neanche dirtelo, era ridotto a un ammasso di carne marcia e sangue secco, che sfidammo con i nostri occhi disgustati e quasi terrorizzati dall’orrore di fronte a noi.

Alcuni sono usciti, più a causa del cattivo odore che di quel stavamo vedendo.

Cadaveri a terra da almeno due mesi, rinchiusi in quella maledetta bara di metallo…

Non so cos’ho pensato in quegli istanti, non so che pensieri hanno attraversato la mia mente mentre li fissavo, ma a un certo punto ebbi forse l’unica idea capace di farmi comprendere cosa fosse accaduto.

Per farlo, però, dovevamo andare avanti.

Avanti, nel buio, facendoci largo fra i cadaveri, aprendo con la forza il portello dall’altra parte del cumulo.

Il ponte di comando era quasi completamente sgombro, a una prima occhiata. Lo spazio, certo, era immenso; La Mecca era una corazzata di classe media, e sul ponte di comando avrebbero trovato posto, con facilità, almeno un centinaio di persone, suddivise nei rispettivi settori di competenza. Per esplorarlo ci sarebbero voluti almeno dieci o venti minuti, una sola cosa ci aveva già fatto capire cosa fosse successo: a poca distanza dal portello c’era il pannello di comando della barriera laser nell’intercapedine, spalancato, con l’interruttore ottico ancora attivato.

Segnalava lo spegnimento automatico del laser. La barriera doveva essersi spenta da sola molto tempo dopo essere stata attivata per mano di qualcuno.

Per mano di qualcuno, sì, che aveva chiuso dentro l’intercapedine i suoi compagni e poi attivato il meccanismo.

Per mano di qualcuno, sì, qualcuno che poi si era suicidato: ai piedi del pannello, il cadavere di un altro soldato dell’equipaggio, con un buco sotto il palato e un fucile d’assalto ancora stretto nella destra.”

Due cose su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

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