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L’idea, quando accadde, era quella di ricollegarci per lo meno con le squadre sul ponte di mezzo, radunarle e tornare alle scialuppe.

Missione conclusa. Squadre ricompattate, fuga a casa, fine dei sogni di gloria; più importante la pellaccia, giusto? Neanche il più spietato dei capibanda si metterebbe a sacrificare teste per raggiungere degli obiettivi del genere.

Così ci siamo sbrigati ad arrivare in cima, e a esplorare.

Quando è arrivato il momento di dividersi di nuovo in squadre, però, abbiamo capito che avremmo dovuto essere rapidi e spietati, trovare i nostri, rubare quel che potevamo, andarcene senza guardarci alle spalle. Quello che non volevamo però, in effetti,non era altro che evitare di incontrare altri orrori, come quello al pieno inferiore. Ecco, quella, in quel momento, era la nostra maggior preoccupazione. Vedere in faccia la morte, la morte vera, e non saperla affrontare. Non saper reagire a essa. Si erano uccisi fra loro, dannazione, capite quel che voglio dire, vero? Una vera follia…

Cercavamo di evitare di pensare la cosa più pesante di tutte: dai segnali sulle pareti, i dormitori della guarnigione del ponte non erano lontani, si trovavano semplicemente più in là rispetto a dove eravamo, gli uffici della guarnigione di difesa.

Beh, a quel punto è successo quello che purtroppo tutti ci aspettavamo, in qualche modo: il caposquadra di una delle pattuglie da esplorazione ci è venuto incontro e ci ha riferito che quella scomparsa si era diretta… sì, si era diretta dritta verso i dormitori, e che da quando si erano inoltrati in quella zona i contatti radio erano caduti.

Sì, avevamo ragione. Sì. I dormitori. Era da lì che era partito tutto, tutto quanto.

E non era tutto, no; no, non lo era. Le squadra avevano trovato altri morti, dentro due degli uffici… altri morti, già, altre vittime di quella follia.

Quando siamo entrati nell’ufficio del comandante della guardia, però, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Nulla di orribile come al piano inferiore, per fortuna.

No.

Lì la morte non era arrivata a congegnare cose tanto sofisticate, no.

Quando i nostri compagni erano entrati nella guardiola, sfondando la porta, avevano trovato quattro ufficiali a terra, i cadaveri decomposti con un buco nella nuca. Colpi di pistola. La porta chiusa da dentro, sigillata, e sfondata solo dai nostri. Qualche segno di cedimento sui cardini, selvaggio e senza pudore, da parte degli assalitori, ma non erano riusciti ad andare oltre qualche incrinatura.

No, il comandante del corpo di guardia e i suoi avevano pensato bene di chiudersi dietro una porta di metallo… spessa e forte.

C’era solo un problema, certo: i colpi di pistola in testa. Come il soldato sul ponte, avevano avuto paura di essere ormai perduti,e avevano scelto di farla finita.

Per fortuna, la loro resa non gli aveva impedito di lasciare l’unica traccia che abbiamo trovato su quello che stava accadendo prima che arrivassimo nell’ufficio del capitano, al piano superiore: sulla lavagna dei turni uno degli attendenti aveva lasciato una scritta, abbastanza grande, con uno dei pennarelli. Quando siamo entrati la scritta era sbiadita, ma ancora abbastanza leggibile:

Buio ovunque.

La scritta, lasciata con pennarello rosso, era stata tracciata da una mano malferma.

Sono rimasta per alcuni minuti lì, fra i nuovi cadaveri, a osservare la loro ultima testimonianza; è stato semplice capire quanta paura, quanto terrore, quanta rabbia c’era in quella scritta, quanto i segni fossero stati tracciati da qualcuno veramente incapace di controllarsi per ciò che aveva visto. E allora ho capito che quella nave era maledetta.

E solo allora, per ironia della sorte, ho capito quanto quell’orrore fosse vicino. Quando abbiamo sentito l’urlo arrivare dal corridoio, e poi il colpo di mitra, e ancora il silenzio.

Tutti, nella stanza, hanno guardato verso la porta puntando i fucili d’assalto verso essa… il buio, sì, che era ovunque, attorno a noi.

A quel punto, un urlo solo, di uno dei nostri, e poi il colpo di mitra, prima del silenzio assoluto.

Ora, potete immaginare cosa sia successo: alcuni dei nostri hanno cominciato ad andare verso l’uscita dell’ufficio, rapidi; volevano puntare dritti verso la scala, per tornare ai piani bassi e rimbarcarsi, e fuggire da lì, ma c’era chi si opponeva, sapete, sotto… nel nostro ambiente il punto non sono gli ordini l’obiettivo, la disciplina… tutte cazzate, no? Contava solo come ci sentivamo e se volevamo andare avanti, e… alcuni volevano rimanere, e aiutare i nostri in nome del codice della Fratellanza, e altri, invece, no… ma poco dopo, pochi istanti dopo, tutto questo non ha avuto più senso.

Non di fronte a chi ci siamo ritrovati.

Non di fronte alle cose che si siamo ritrovati davanti… qualcuno ha urlato, altri sparato qualche colpo, altri ancora gridato di stare indietro, o di rientrare nella stanza.

Io ho pensato a fare solo una cosa, in quell’istante. Qualcosa di cui forse mi vergognerò, pensando a Rashid, a Franco e altri.

Sono corsa verso il boccaporto, l’ho spinto con tutta la forza che avevo verso il battente, e ho chiuso i miei compagni fuori dalla stanza.

Mi sono fatta indietro, con la paura negli occhi, facendo tremare il mitra per quanto non riuscivo a tenere ferme le mani, stringendo i denti, e… ascoltando quello che stava succedendo oltre la porta.

Sembravano cani selvaggi che si accanivano sulle prede.

Tutte le loro prede.

Assassini selvaggi, senza pietà…

Qualche informazione su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

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