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“Quasi subito arrivarono tre delle altre squadre per rendersi conto di cosa fosse accaduto.

In un momento il ponte di controllo era di nuovo vivo e animato, pieno di esploratori che tentavano di capire cosa fosse accaduto.

Quando siamo inoltrati al suo interno, guardando con attenzione, abbiamo trovato altri otto cadaveri, poco distanti dal portellone. Dalla traiettoria dei colpi e dal punto in cui erano piombati a terra, la ricostruzione sembrava chiara: l’uomo che aveva chiuso i suoi compagni nella stanza della morte doveva aver sparato una raffica anche sui pochi militari nella stanza con lui, prima di spararsi.

E non era tutto: tracce di sangue da sgocciolamento punteggiavano varie parti della stanza, anche vicino alle uscite sul retro. Qualcuno era sopravvissuto alla strage? A rifugiarsi altrove durante l’eccidio? Qualcuno era ancora vivo, a settimane di distanza, oppure aveva trovato la morte in un altro modo?

Mentre iniziavamo a tentare di capire cosa fosse accaduto, una delle altre compagnie ci ha segnalato un altro paio di cadaveri, ritrovati in un corridoio al terzo piano, appena sopra il ponte di comando.

Abbiamo capito che i morti potevano essere ancora di più di quel che credevamo, ma a quel punto non importava: dovevamo capire il più possibile di cosa era accaduto.

Ricordo di essere rimasta seduta di fronte al cumulo di cadaveri nel vano di collegamento per tutto il tempo impiegato dai miei compagni per esplorare il resto del piano, tentando di trovare risposte. Sembrava abbastanza chiaro che l’uomo che aveva compiuto la strage fosse stato estremamente determinato. Era un giovane soldato, un aviere semplice.

Qualcuno sussurrò una parola che, in altre situazioni, avrebbe di sicuro potuto spiegare ciò che era accaduto a bordo: ammutinamento.

Certo, era un’idea, per quanto spaventosa: un gruppo di rivoltosi  poteva aver tentato di prendere il comando, e il giovane aviere poteva aver azionato il meccanismo di difesa per impedire loro di entrare, e forse aver ucciso altri rivoltosi sul ponte prima di essere colpito da uno dei loro proiettili, ma troppi erano i dettagli che non tornavano. Il colpo mortale all’”uomo impazzito” doveva per forza essere stato auto inflitto. Nessuna traiettoria poteva giustificare una ferita. Inoltre, controllando bene i resti dei cadaveri e i soldati a terra nella sala principale sembrava chiaro che la maggior parte di loro fosse in tenuta da dormitorio, e molti a piedi nudi. Siamo stati minuziosi, sperando di trovare fra le loro mani almeno dei pezzi di vetro usati come armi rudimentali, ma niente.

Disarmati e indifesi, in fuga.

Al secondo esame, abbiamo cominciato a capire da cosa potessero essere fuggiti a gambe levate. Non posso neanche immaginare quanto i nostri volti fossero sorpresi quando abbiamo scoperto le tracce di liquido nero attaccato ai loro corpi.

E i loro occhi completamente scuri.

Nessuno di noi aveva mai sentito parlare di una patologia simile, o di una sostanza del genere-sosanza che abbiamo tentato in ogni modo di non toccare-ma due sono stati i timori arrivati in quel momento, rendendoci conto che la sostanza poteva aver contaminato parte dell’equipaggio, e aveva potuto spingere qualcun altro-sano-ad assassinarli. La prima ipotesi era chiaramente che la sostanza nera fosse un agente chimico. La seconda, ancora più terribile, era che fosse legata all’Orrore.

Era l’idea più logica, in fondo: da tutti i racconti che si sentono da cinquant’anni a questa parte, sembra sempre più chiaro che l’Orrore assuma tante, troppe,forme diverse per essere sicuri di come esso agisca. È un pensiero sconfortante, ma reale, concreto. Il Male, così lo chiamano i religiosi e i Cacciatori di Morte, può assumere molte forme, così dicono.

Ecco, dopo quella notte ho capito che hanno ragione.

Non è stato facile riprenderci da quello che abbiamo visto sul ponte di comando. Penso che in fondo sia stato per la fine orribile fatta da quei soldati: anche dei figli di cagna come noi possono comprendere quanto terribile possa essere una morte del genere, e anche dei figli di cagna come noi possono sentire sulla loro pelle la sensazione di orrore che quella scena portava con sé; anzi, forse questo vale soprattutto per persone come noi, che ha visto la morte in faccia.

Non so di preciso cos’ho pensato, vedendo quei cadaveri, l’ho dimenticato. Forse a causa di quello che ho visto dopo.

Dopo, quando ci siamo diretti verso i dormitori.

Sì, abbiamo deciso di andare verso i dormitori, perché i soldati sembravano venire dritti da lì. Quando erano stati attaccati dal nero dovevano essere ancora lassù, nelle loro brandine, a riposare.

Qualsiasi cosa sia accaduta, pensavamo, è accaduta ai pieni superiori.

E così, in silenzio, abbiamo raggiunto le altre squadre, dopo averle contattate, e dopo aver cominciato a intuire che una di loro era dispersa: non un solo segnale radio.”

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Qualche informazione su Fabio Antinucci

SMM e copywriter @Geeko Editor di giorno, scrittore e supereroe di notte. Scrivo roba horror, fantasy e di fantascienza, leggo e guardo un po' di tutto.

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